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Poveri e poveri

Prefazione de La congiura Fornaciari (capitolo 10, segue dal capitolo 9)

Per quanto so di lui, Fornaciari non è sceso in città perché spinto dalla fame, dal momento che un mestiere ce l’aveva e nemmeno dei peggiori. Ci corrono parecchie differenze tra le categorie dei poveri, e in ogni modo nessuno di loro vuole confondersi con gli indigenti. Ha dovuto impararlo, se non lo sapeva, la povera Luisa, contro cui l’avvocato difensore dell’uomo che l’aveva abbandonata tuonò perché aveva osato sperare, lei poverissima, sposare un artigiano.

Il nostro Fornaciari, che partiva artigiano, poteva dunque non essere il più povero tra i poveri, e quindi, nella sua decisione avrà avuto parte, io penso, un certo fuoco che gli bruciava dentro, inquieto, ribelle, sognatore. Aveva aspirazioni e voleva salire. Purtroppo ha il carattere che ha, che l’ha portato ad una serie di insuccessi: si arruola, ma viene radiato dal servizio perché è litigioso. Si mette in contrasto con gente importante e per sfuggire all’arresto comincia una carriera di braccato riparandosi nei conventi dove c’è l’immunità. Ottiene il perdono e per campare ritorna al suo mestiere originario; ma poi cerca attività più redditizie per le quali non ha preparazione. Si accorge di un certo ascendente che possiede e lo usa a piene mani per convincere gli altri a farsi soci delle sue imprese; però esagera nel fare affidamento sulle sue capacità. Ha grandi progetti e molta fretta nel realizzarli. Non ci sono i soldi? Non importa, si prendono in prestito. Fornaciari, si può dire, ha conosciuto a Sinigaglia l’estrema povertà; quando, coperto di debiti e inseguito dagli strozzi è costretto a trasformare i suoi sogni in espedienti che lo traggano fuori dai guai finanziari e magari, hai visto mai, gli facciano fare il grande salto.

E a Sinigaglia gli tocca constatare, lui che viene dal paese, che molti degli stessi cittadini faticano a tirare avanti e si tengono appena al di sopra del limite di sopravvivenza. La loro condizione è nettamente peggiorata in seguito alla mercantilizzazione del porto di Ancona, che anche qui ha favorito la concentrazione e, con essa, la speculazione. I cereali, appena arrivano dalla campagna, prendono subito la via del mare e ai cittadini non resta che la fame o una farina di cattiva qualità. Per cause come queste una volta si facevano rivolte.

Così pure i pescatori incontrano difficoltà alle quali non sono abituati, e molti hanno dovuto rinunciare perché non erano in grado di affrontare le spese che l’ammodernamento e la gestione delle imbarcazioni impongono di questi tempi. Fino a poco tempo fa portavano il pesce in città e lo vendevano bene ai commercianti; ma con questi appaltatori che ci sono adesso, che incettano tutto il pescato e impongono i prezzi che vogliono loro, hanno preso l’abitudine, per evitarli, di vendere il pescato prima ancora di arrivare in città, che ne rimane priva.

Tutta questa congiuntura – dico io – non può essere argomento per scusare il fallimento personale; ché se è vero che poveri si nasce, Fornaciari doveva pur sapere che poveri si può anche diventare. Il che non è difficile se uno, non avendo condizione, fa prova di volare troppo alto: un dissesto, un’imprudenza, una malattia invalidante, sono tante le cause che possono gettare sul lastrico famiglie intere. Lui poi a un certo punto si è trovato tutti addosso; aggiungiamo che mai si è voluto rassegnare a una sconfitta che voleva dire tornare mestamente al paesello con le pive nel sacco. Vedendolo debole, nemmeno glielo avrebbero permesso.

In questo non potere andare avanti né tornare indietro, dico io, gli è maturato in testa il pensiero di espugnare la rocca e di farsi giustizia; si sentiva capace di compiere un gran gesto e di convincere altri a seguirlo; e si rendeva conto che il suo genio poteva ormai sfogare in quella sola direzione.

E’ vero: quando è dentro scandalizza il religioso che gli hanno inviato per trattare, dichiarando che il motivo dell’aggressione era solo arricchirsi quel tanto che gli fosse sufficiente a liberarsi dal debito contratto; ma come si fa a non capire che era solo un modo per tenere il frate distante dai suoi veri pensieri, che certo non avrebbe approvato, per non dire nemmeno capito? Bastava conoscerlo un tantino per indovinare che le lacerazioni dell’animo e la miseria conseguente agli insuccessi erano per lui la stessa cosa, una ferita profonda che soltanto una suprema volontà di riscatto avrebbe potuto risanare. E questa non è un’idea mia: lo dice il libro stesso. Non si legge a un certo punto che il ribelle si rendeva conto di essere perseguitato da ogni parte da pericoli, ripulse, azioni giudiziarie, e di essere ormai giunto all’estremo della povertà? E che la sua situazione gli appariva talmente compromessa da non aspettarsi altro che peggioramenti e amarezze? E non registra lo stesso Anonimo Vescovo questa convinzione, che da questa morsa non sarebbe mai uscito se del pari non avesse reclamato la libertà che tanto desiderava?

Mi pare così chiaro che potrei anche smettere di darvi spiegazioni su quello che succederà di lì a poco. (continua…)

(Prefazione a La congiura Fornaciari, capitolo 10, segue dal capitolo 9, continua nel capitolo 11)

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