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Davide Sapienza torna a Senigallia con Il Geopoeta

Il nostro amico scrittore Davide Sapienza torna a Senigallia per presentare il suo ultimo libro, uscito lo scorso marzo per Bolis Edizioni, “Il Geopoeta – Avventure nelle terre della percezione“. Il volume è il frutto di oltre 20 anni di andar selvatico e scrittura, incontro, riflessione, soprattutto confronto: auspicio al ricongiungimento con la “scrittura della Terra” – la geografia; della poesia che portiamo dentro come canone di comunicazione universale e del quale facciamo parte.

La presentazione si terrà alla libreria Iobook LiberiLibri di via Cavour 32 a Senigallia, venerdì 19 luglio alle ore 19.00. Introdurrà l’autore Valeria Bellagamba.

Prima di Senigallia, Davide Sapienza sarà a Smerillo per il festival Le Parole della Montagna, mercoledì 17 luglio alle 19.00.

In attesa dell’incontro i venerdì abbiamo intervistato Davide Sapienza, con qualche anticipazione sui temi della presentazione.

Davide Sapienza

Dove eravamo rimasti? Davide Sapienza, torna a Senigallia dopo 9 anni, l’ultima volta era stata per la rassegna Sognalibro del Comune di Senigallia, quando presentò l’originale “La strada era l’acqua”, il racconto di un viaggio in kayak dalle sorgenti del Danubio al Mar Nero. In questa occasione Davide torna con un nuovo libro in cui gli elementi della natura e il territorio continuano ad avere un ruolo fondamentale per la scrittura e l’ispirazione poetica. Chi è il Geopoeta?

Non so esattamente dire “chi” è Il Geopoeta, però posso affermare – visto che da alcuni mesi il libro sta girando bene tra lettrici e lettori – che molti hanno colto un messaggio di fondo: “il geopoeta, alla fine sei tu”. Il/la geopoeta/geopoetessa, è una persona che “pratica” con gioia e stupore la relazione con la vita. Vita che si esprime nel territorio di ogni giorno, nella geografia, la prima poesia che apprendiamo nella vita, osservando, percependo, imparando con la pratica dell’esistere come entrarci in relazione. La poiesis, come già scrisse Chatwin, è “creazione”. Noi abbiamo il privilegio di poterci creare da soli un territorio interiore, specchiandoci in quello esteriore. Ecco perché la percezione. E come disse Aldo Leopold, l’ecologia è un’educazione della percezione, atta a portarci sempre più vicini alla comprensione di quanto sia importante la natura con le sue forze universali, nelle quali siamo inclusi anche noi.

Il libro è un’aperta manifestazione di amore verso la geografia, intesa in senso lato, e il territorio che descrive. Quanto è stato e quanto è importante per il Geopoeta Davide Sapienza raccontare la geografia?

La geografia per me è l’interezza dell’esperienza su questa Terra. E’ qualcosa che vediamo, ma soprattutto, è qualcosa che modifica e definisce la nostra geografia profonda, intima, come la chiama il mio grande maestro Barry Lopez. La geografia è la scrittura del pianeta, dove anche noi abbiamo fatto qualche scarabocchio, a volte composto magnifiche opere in questo magnifico e mirabolante volume, la cui trama sembra non avere mai fine proprio perché è una metamorfosi continua. Un divenire che non conosce sosta. Per tale ragione, fin da I Diari Di Rubha Hunish (2004) ho trovato nella geografia lo sconfinato territorio da esplorare per comprendere meglio me stesso in relazione al mondo, ai suoi abitanti della mia specie e delle altre specie – animali, vegetali, minerali. Per questa ragione da molti anni ho deciso di dedicarmi all’esplorazione, comprendendo anche come, fin da quando ero bambino, colsi istintivamente la natura inclusiva della geografia. Nulla è più vero della geografia, nella nostra breve esperienza su questo pianeta. Tanto è vero che anche la nostra esperienza spirituale finisce sempre per rapportarsi a “geografie” che siamo noi a decidere se rendere concrete, reali, quotidiane, o lasciare nel pericoloso territorio dell’astratto intellettualismo, che è un vero pericolo per la salute mentale, poiché conduce al dannoso dualismo affermato da Cartesio, secoli fa, e che ancora incide in maniera negativa sulle nostre azioni e sul nostro pensiero. Il mio “grande filosofo” della geografia resta Alexander Von Humboldt, basta leggere quella bibbia laica di Quadri Dalla Natura, pubblicato a inizio ‘800, per rendersene conto.

Gli elementi della natura, aria, acqua, terra e fuoco, insieme alla luce e al silenzio sono gli strumenti con i quali il Geopoeta disegna e descrive paesaggi, soprattutto interiori, o attraverso i quali filtra le sue emozioni dall’ambiente circostante in uno scambio reciproco, quasi di osmosi, con il territorio. Dove e come nasce questa tua ispirazione / intuizione?

Di fronte alla completezza di una domanda come questa posso solo rispondere che grazie alla curiosità, allenata dalla mia famiglia fin da piccolo, ai viaggi, alla scelta di vivere in montagna da quando avevo 26 anni, ho capito che solo nel continuo fluire, così ben rappresentato dagli elementi naturali nei quali siamo immersi in ogni attimo, a ogni latitudine, mi sento bene. Dunque, grazie a tutto questo riesco a cogliere qualche frammento dell’incredibile racconto dell’universo. Perché da lì tutto viene. Come diceva Margherita Hack, citata ne IL GEOPOETA, siamo fatti della materia delle stelle. Quindi, affermo io, perché perdere tempo con la sola parte negativa dell’esistenza umana, che è invece portatrice e messaggera di tante cose positive? Viviamo nei contrasti, dobbiamo comprenderlo: ma possiamo anche scegliere di promuovere ciò che è positivo, mantenendo la consapevolezza dell’esistenza ineludibile di quelle forze oscure che invece troppo spesso tendono a sopraffarci, rovinando l’esperienza quotidiana. Questo mi hanno insegnato gli elementi naturali, l’incredibile e incessante azione del mare che dialoga con la Terra, le foreste, le rocce, la luce artica, il silenzio – che non è assenza di suono, ma un qui&ora di percezioni incredibilmente potenti. Noi siamo ciò che sentiamo e che percepiamo. Abbiamo veramente questa grande opportunità di vivere nella pienezza dell’esperienza.

4) Trattando di questi temi è inevitabile parlare anche delle questioni ambientali, di problemi come la salvaguardia del territorio e i cambiamenti climatici. Negli ultimi tempi abbiamo avuto una dimostrazione concreta di devastazioni ed eventi meteorologici drammatici. Siamo perduti per sempre o abbiamo ancora qualche speranza? Hai notato di recente qualche cambiamento in positivo nell’approccio all’ambiente?

Molti anni fa, quando grazie alle sensibilità artistiche di molti gruppi rock si iniziò a sottolineare l’importanza dell’ambiente, della natura, del territorio, e poi grazie soprattutto all’incontro con poeti nativi americani come Lance Henson e John Trudell, frequentandoli, traducendo le loro poesie, vivendo dal vivo le performance poetiche, notavo che questa attenzione era stata ridotta al minimo dalla potente azione dell’euforia ubriacante di tre secoli di rivoluzione industriale e tecnologica. Tutto questo mi portò a sviluppare i discorsi poi fatti, a modo mio – poeticamente – nei miei libri di narrativa “trasversale” o, come ha scritto qualcuno, “olistica”. Da quindici anni a oggi c’è stata un’esplosione di pubblicazioni di ogni genere, la sensazione è che i mass media da qualche anno non possano più fare finta di niente, nonostante siano in larga parte controllati finanziariamente da proprietà e inserzionisti che l’ecologia proprio non la vedono di buon occhio, ma che adesso sono costretti dalle circostanze a prendere in considerazione. Il che è un bene. Da bambini spesso facciamo “per forza” delle cose giuste e poi impariamo a capire perché sono giuste. La creatività umana potrà fare, e già sta facendo a livello di elaborazione di soluzioni, molto per affrontare gli immensi cambiamenti dei quali, da secoli (Von Humboldt parlò già due secoli fa dei cambiamenti climatici accelerati dall’azione umana, è tutto scritto nelle sue opere), siamo consapevoli, almeno a livello di intuizioni poetiche e di scienza. Abbiamo quel piccolo problema, la nostra è una specie molto lenta e pigra, siamo bravissimi a fare finta di niente. Ecco perché, d’altro canto, ci siamo dati regole legali e morali, per tentare di incanalare le scelte verso comportamenti virtuosi, invece che dannosi. Non funziona sempre, ma è un tentativo importante. Anche in questo caso, non serve affatto spaventarsi e lasciarsi condizionare dalla paura: la paura è inutile, il rispetto invece è importante e abbiamo mancato di rispetto, moltissimo, alla Terra e alla natura. Ciò che più conta è la rivoluzione interiore, spirituale, mentale, la comprensione di come fare scelte virtuose non significa affrontare qualcosa di noioso. Bisogna semplicemente capire quanto è entusiasmante cercare di riconnetterci alla natura, non “a spot”, ma come scelta di vita, cercando di fare del nostro meglio, con impegno.

Prima di dedicarti completamente alla scrittura su esplorazioni e natura ti sei occupato per tanti anni di editoria musicale, come autore di biografie, traduttore e giornalista musicale per le principali riviste, radio e tv nazionali. In quel periodo, in cui hai anche intervistato musicisti e gruppi importanti (dagli U2 a Leonard Cohen, per citarne alcuni), avevi avuto già un presentimento della direzione che avrebbe preso la tua vita professionale, c’è stato qualche episodio rivelatore o aneddoto?

La musica resta la mia musa segreta e per questa ragione, come si legge anche in un capitolo de IL GEOPOETA, non è mai andata via. Semplicemente, mi sono allontanato da un ambiente che aveva in qualche modo intossicato questa relazione intima. E non a caso a fine 2019 uscirà, per Edizioni Underground?, dopo ventidue anni, un mio libro dedicato alla musica (ATTRAVERSO LE TERRE DEL SUONO), che per la prima volta nella mia lunga storia editoriale, raccoglie scritti tutti miei con interviste, saggistica, racconti, molti dei quali usciti su prestigiose testate giornalistiche non musicali, dove grazie al taglio nuovo della mia proposta di scrittura diffuso da I DIARI DI RUBHA HUNISH, ebbi l’opportunità di scrivere, tra il 2005 e il 2018, le cose migliori della mia carriera. Sempre in questi anni, ho realizzato diversi reading musicali, come quello attuale che dà il titolo al prossimo libro. Lì dentro trovavo e trovo un vero scrigno di ricchezze emozionali, stimoli magnifici. Rileggendo un’intervista a Tom Verlaine del 1987, quando avevo ventitré anni, ho “scoperto” che parlammo di Thoreau, dei nativi americani, di geografie musicali. Quasi sempre con i grandi artisti che ho incontrato, parlavo delle geografie interiori in relazione a quelle esteriori, fisiche. Il rapporto tra territori e culture era un tema importante soprattutto alla fine  del ‘900, nella fruizione e nella narrazione delle musiche popolari come il rock e la world music. Spesso la vita ti dona ogni giorno punti luminosi, veri hotspot interiori, che magari non prendi nella giusta considerazione. Dei tanti episodi, ricordo un giorno di aprile ad Edimburgo in Scozia, prima di un’intervista a Jim Kerr dei Simple Minds, per uno dei miei libri: quel paesaggio, quel tramonto, quell’orizzonte. Come ricordo i primi viaggi, in auto dall’Italia, verso l’Irlanda, appena ventenne, attraverso l’Europa e fino a quella luce atlantica, così sinuosa e ammaliante. I miei taccuini, con le poesie e i pensieri. Il viaggio in California per intervistare Frank Lisciandro per un libro di testi di Jim Morrison e nello stesso viaggio, i giorni passati con Lance Henson, che mi fece debuttare su un palco ad Albany, New York, per Earth Day 1991 con alcune mie poesie, in inglese. Ricordo bene quando decisi di venire a vivere in montagna, stavo ascoltando Neil Young davanti alla Presolana sul terrazzo di casa mia. Per me era normale, ma oggi capisco che non era così “normale” per un ventenne, vivere tutte quelle incredibili avventure nella cultura rock, perlomeno, nella sua essenza più rivoluzionaria mutuata dalla Beat Generation, a sua volta così influenzata dalle filosofie orientali così superlativamente svelate a noi da Alan Watts. Il mio viaggio attraverso le terre del suono, dunque anche del silenzio, mi ha portato a stabilire la casa nomade dei miei sensi nelle terre della percezione. Lì, è nata la mia personale pratica geopoetica e lì ho trovato, oggi, rivedendo questi trentacinque anni, una copiosa messe di episodi rivelatori che, per come si è sviluppato il mio cammino nella vita, avevo in qualche modo superato, forse, inconsciamente, sapendo che prima o poi si sarebbero trasformati nei segnavia per me più adatti.

Incontro con Adrian Bravi e “L’idioma di Casilda Moreira”.

Proseguono gli incontri della rassegna “Marche tra le righe” organizzata dalla libreria IoBook di Senigallia: venerdì 12 luglio alle ore 21.30 il gradito ospite sarà Adrian N. Bravi con il suo libro “L’idioma di Casilda Moreira” edito da Exorma.

Di seguito la presentazione editoriale del volume, segnalato dalla Giuria Tecnica del Premio Comisso 2019.

Il racconto, sospeso nella luce della sconfinata pianura argentina, prende la forma di un viaggio, ed è un viaggio verso una lingua più che verso un luogo, anche se il luogo c’è ed è lontanissimo.

Un professore di etnolinguistica, Giuseppe Montefiori, da qualche tempo ha un’ossessione che non lo lascia dormire. Racconta ai suoi allievi che in una zona remota tra la Patagonia e la pampa argentina vivono gli ultimi due parlanti di un’antica lingua che si credeva scomparsa (l’idioma degli indios günün a künä). I due custodi di quella lingua però, Bartolo e Casilda, non si rivolgono la parola da tanti anni, per via di una lite amorosa che hanno avuto da giovani. Da allora quella lingua se la tengono stretta nella testa. Come fare per impedire che si perda per sempre? Annibale, allievo del professor Montefiori, decide allora di raggiungere Kahualkan, un piccolo villaggio in mezzo alla pampa, alla ricerca dei due indios. Proverà a metterli insieme, registrare una loro conversazione e recuperare così quel che si può di quell’idioma magico e ancestrale.

Dialogherà con l’autore lo scrittore Daniele Garbuglia.

“Rovi” di Alma Spina

Rovi, Alma Spina (Eretica Edizioni, 2018)

di Frank Iodice

 

Rovi si apre con un incipit scandito dal verbo-chiave “ricordare”. “Mi ricordo” ripete l’autrice, “mi ricordo della casa in via Torino”, “della faccia della maestra”, “di quel giorno che andammo a castagne”, “del cavallino a dondolo”. Il ricordo rappresenterà la chiave di lettura per entrare nell’universo emozionale di queste eleganti e sontuose poesie.

Gli elementi che si alternano sono vari e di varia natura, ora religiosi, ora naturali, ora, ma un po’ meno, psicologici. Alma Spina crea una raccolta di poesie dal suono onomatopeico, che sembrano imitare o affrontare lo stesso nome dell’autrice, nemiche o figlie di chi le ha create: i rovi sono fatti di spine, la spina ha generato il rovo o ne è parte inscindibile. Se la stacchiamo dal suo cespuglio morirà, eppure da sola è capace di pungere, fare male. Come fare dunque ad avvicinarsi così tanto da sentire l’odore di quest’opera senza farsi almeno un po’ male? Come tutte le opere letterarie, Rovi deve far male per far stare bene, deve attingere ai ricordi di ognuno di noi per aiutarci a risolverli. La poesia serve a questo, non a intrattenere.

C’è un verso che invoca un amore “tremendo, tremendissimo” che si presenta a noi con “le mani bucate”, imitazione in terra di Cristo che rende immortali queste righe, le benedice o le disprezza dal luogo in cui si trova e in cui andiamo a stuzzicarlo, noi poeti, curiosi esseri multiformi che non sanno stare in un posto senza pensare ad un altro, “nemmeno per poco”. E questo accade perché apparteniamo a un’altra dimensione, eterea, celeste, parafrasando l’autrice, “noi non ci apparteniamo”.

E così che un essere umano, un essere amato talvolta, può assumere sembianze sacre e dissacranti, mentre la sua “bocca di biancospino” ci fa stare bene o ci fa soffrire, ci “porta in croce”. Per queste ragioni, io non so come definire la poesia di Alma Spina, non oso definirla perché sarebbe come metterle dei titoli, titoli che l’autrice bada bene a non usare: non si può incanalare un flusso così spirituale, forse finanche definirle “poesia” sarebbe eresia perché Cristo e la cristianità di noi tutti, quella della nostra cultura a prescindere dalla scelta di professarla o meno, sono così presenti e sviscerati in ogni riga, che si bastano, non hanno bisogno della nostra lettura, come bellissimi paesaggi che starebbero dove stanno anche senza la nostra auto che si ferma in folle lassù sulla collinetta dell’autostrada tentando di non far rumore per non disturbare.

Ringraziamo per la corrispondenza l’amico Frank Iodice

La Punta della Lingua 2019

Come all’incirca tutti gli anni dal 2006 a oggi guardiamo con molta attenzione al festival di poesia “La punta della lingua” e ci prepariamo a gustarlo con gli amici anconetani. Tra gli oltre 50 autori italiani e stranieri ospitati nei luoghi più caratteristici della città, ricordiamo almeno Carol Ann Duffy, Marco Paolini, Fabio Pusterla e Silvio Raffo con la sua pièce su Emily Dickinson, di cui è traduttore nell’edizione dei Meridiani Mondadori. Segnaliamo, inoltre, la presenza del nostro Antonio Maddamma tra i poeti neodialettali marchigiani giovedì 4 alle ore 18 presso l’anfiteatro romano.

Il programma inizia con un’anteprima online domenica 30 giugno e si svolgerà dal 1 al 7 luglio con le modalità che vi riportiamo.

 

30 giugno

Facebook Poetry XI edizione

30 Giugno ore 17:00
online

lunedi 1 luglio

Apertura Spazio Poesia MultiVerso

1 Luglio ore 17:00
Mole Vanvitelliana | MultiVerso Spazio Poesia

Intimi Ritratti
Inaugurazione mostra Dino Ignani

1 Luglio ore 17:00
Mole Vanvitelliana | MultiVerso Spazio Poesia

Fabio Orecchini in TerraeMotus

1 Luglio ore 18:0020:00
Mole Vanvitelliana | MultiVerso Spazio Poesia

Poe3D

1 Luglio ore 18:30
Mole Vanvitelliana | MultiVerso Spazio Poesia

Le “parole orrende” di Vincenzo Ostuni

1 Luglio ore 19:00
Mole Vanvitelliana | MultiVerso Spazio Poesia

Poesie elettroniche di Fabrizio Venerandi

1 Luglio ore 19:30
Mole Vanvitelliana | MultiVerso Spazio Poesia

Reading di Fabio Orecchini | Vincenzo Ostuni | Fabrizio Venerandi

1 Luglio ore 21:30
Mole Vanvitelliana | Lazzabaretto

Motopoiesis. Multimedia Performance by Orbìta (Lettonia)

1 Luglio ore 22:00
Mole Vanvitelliana | Lazzabaretto

(… continua a leggere ‘La Punta della Lingua 2019’)

Incontro con Marica Petrolati e “L’accolita dei contisani”

Domenica 30 giugno alle ore 21.30 presso la libreria IoBook di Senigallia avrà luogo il terzo incontro di “Marche tra le righe”: Marica Petrolati ci presenterà il suo ultimo romanzo “L’accolita dei contisani”.

La storia è ambientata nel 2011 a Contise, un luogo che non esiste nella realtà, ma che è il doppio letterario di Serra dei Conti paese dove la scrittrice vive. La sonnolenta quotidianità di Contise viene fracassata dal susseguirsi di episodi inquietanti che ruotano intorno a suor Angela Ranzi, una suora di clausura da poco venuta a mancare… Nel racconto è forte il legame della scrittrice con il suo territorio: insieme ai personaggi che il pubblico impara a conoscere sulla scena, è anche il contesto territoriale ad avere un ruolo chiave nello sviluppo della storia. La missione letteraria di Marica Petrolati , infatti, sembra i consistere nell’idea che la noiosa e anonima provincia non ha nulla da invidiare ai luoghi eccellenti delle città e che anche un territorio sottostimato piccolo , nell’entroterra marchigiano nasconde potenzialità narrative e fatti o eventi che vale la pena raccontare.

Dialogherà con l’autrice lo scrittore Luca Rachetta.

Incontro con Giulia Corsalini e “La lettrice di Čechov”

Secondo appuntamento con “le Marche tra le righe” sabato 22 giugno alle ore 21.30 presso la libreria IoBook: la docente e scrittrice Giulia Cosalini, già autrice di diversi saggi (“Il silenzio poetico leopardiano”, “La notte consumata indarno. Leopardi e i traduttori dell’Eneide”) presenterà il suo fortunato romanzo d’esordio “La lettrice di Čechov”, edito da nottetempo.

“La lettrice di Čechov” ha già vinto numerosi premi, tra cui la XXXV edizione del Premio Nazionale di Narrativa Bergamo e il Premio letterario internazionale Mondello, mentre è ancora in corsa per il Premio Viadana in cui è inserita nella cinquina finalista.

Così recita la bandella:

Nina ha quarant’anni e una figlia, è ucraina, ha studiato ma non ha soldi per mantenere la famiglia. Deve abbandonare il suo paese e il marito malato. Cosa può fare in Italia se non i lavori domestici? Ma Nina è anche una lettrice appassionata, e nel tempo libero frequenta la biblioteca dell’università della cittadina in cui si è trasferita. Una piccola svolta del destino, ed eccole aprirsi una possibilità insperata: collaborare col carismatico professore che dirige l’Istituto di Slavistica. Ma quale futuro le si offre? Ripartire, rimanere, recuperare un rapporto con la figlia, chiarire la sua relazione col professor Giulio De Felice, pensare prima agli altri o a sé? Alternative importanti in un’esistenza minima come quella di noi tutti, scelte che possono costare tutto quello che ha da dare: felicità, senso di sé, l’amore degli altri, l’amore per se stessa. Con passo discretamente cechoviano, Corsalini mette in scena una storia esemplare, un teatro privato fatto di passioni silenziose, di coraggio senza testimoni, dello stoicismo e della dignità senza pretese degli uomini e soprattutto delle donne che ogni giorno mandano avanti il mondo.

Con Giulia Corsalini dialogherà Andrea Bacianini.

‘le Marche tra le righe’ inizia con Giulia Ciarapica e il suo libro “Una volta è abbastanza”

Inizia con questo sabato di giugno una rassegna letteraria organizzata dalla libreria Iobook a cui abbiamo contribuito e contribuiremo in vario modo insieme a tanti amici: si tratta di ‘le Marche tra le righe’, una serie di presentazioni, incontri ed appuntamenti dedicato ad autori e a letteratura marchigiani o a storie ambientate nelle Marche. La rassegna si svolgerà con cadenza all’incirca settimanale durante l’estate, ma vorrebbe diventare un filo rosso degli appuntamenti  della libreria. Il primo è con la scrittrice e blogger culturale Giulia Ciarapica (collaboratrice dell’Huffington Post per la rubrica Food&Book, in cui abbina ad ogni libro una ricetta, e di diverse testate tra cui IlMessaggero e Il Foglio: qui il suo blog) che ci introdurrà al suo romanzo “Una volta è abbastanza” edito da Rizzoli.

Questa la bandella del libro:

L’Italia è appena uscita dalla guerra. A Casette d’Ete, un borgo sperduto dell’entroterra marchigiano, la vita è scandita da albe silenziose e da tramonti che nessuno vede perché a quell’ora sono tutti nei laboratori ad attaccare suole, togliere chiodi, passare il mastice. A cucire scarpe.

Annetta e Giuliana sono sorelle: tanto è eccentrica e spavalda la maggiore – capelli alla maschietta e rossetti vistosi, una che fiuta sempre l’occasione giusta – quanto è acerba e inesperta la minore, timorosa di uscire allo scoperto e allo stesso tempo inquieta come un cucciolo che scalpita nella tana, in attesa di scoprire il mondo. Nonostante siano così diverse, l’amore che le unisce è viscerale.

A metterlo a dura prova però è Valentino: non supera il metro e sessantacinque, ha profondi occhi scuri e non si lascia mai intimidire. Attirato dall’esplosività di Annetta, finisce per innamorarsi e sposare Giuliana. Insieme si lanciano nell’industria calzaturiera, dirigendo una fabbrica destinata ad avere sempre più successo. Dopo anni, nonostante la guerra silenziosa tra Annetta e Giuliana continui, le due sorelle non sono mai riuscite a mettere a tacere la forza del loro legame, che urla e aggredisce lo stomaco.

In queste pagine che scorrono veloci come solo nei migliori romanzi, Giulia Ciarapica ci apre le porte di una comunità della provincia profonda: tra quelle colline si combatte per il riscatto e tutti lottano per un futuro diverso. Non sanno dove li porterà, ma hanno bisogno di credere e di andare.

Con Giulia Ciarapica dialogherà Antonio Maddamma.

L’appuntamento è per sabato 15 giugno alle ore 21.30 presso la libreria IoBook.

Leggendo “Morfina” di Michail Bulgakov

“Morfina”, di Michail Bulgakov (prima ed. 1927 – ed. italiana Passigli 1999, trad. S. Sichel, pp. 64, € 7,50)

di Silvia Argentati

Bello e terribile.

Andateci piano con i cristalli bianchi, solubili in venticinque parti d’acqua. Io sono ricorso troppe volte a loro, e quelli mi hanno rovinato.

Ebbene sì, Bulgakov era un morfinomane.

O per lo meno lo è stato per un periodo della sua vita. Quando lo scoprii, durante i miei studi universitari, ne rimasi sbalordita, anche perché la genesi del lungo travaglio è legata ad un particolare episodio della sua vita.

Nel 1917, mentre esercitava la professione di medico, Bulgakov succhiò, attraverso una cannula, le membrane difteriche dalla gola di un bambino malato e si ammalò; per lenire i dolori si fece fare iniezioni di morfina e ne rimase stregato. Lo splendido racconto “Morfina”, scritto nel 1927, è il riflesso di questa esperienza da tossicomane.

Il ritmo del racconto è incalzante, quasi febbrile. Si tratta del diario, o meglio “l’anamnesi di una malattia”, del medico suicida Sergei Poljakov. Il fatto di essere dottore ha permesso a Bulgakov di descrivere con precisione scientifica gli effetti dell’uso e dell’abuso del “demone in flacone”. All’inizio del diario c’è, da parte del protagonista, compiacimento ed entusiasmo: (… continua a leggere ‘Leggendo “Morfina” di Michail Bulgakov’)