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Davide Sapienza torna a Senigallia con Il Geopoeta

Il nostro amico scrittore Davide Sapienza torna a Senigallia per presentare il suo ultimo libro, uscito lo scorso marzo per Bolis Edizioni, “Il Geopoeta – Avventure nelle terre della percezione“. Il volume è il frutto di oltre 20 anni di andar selvatico e scrittura, incontro, riflessione, soprattutto confronto: auspicio al ricongiungimento con la “scrittura della Terra” – la geografia; della poesia che portiamo dentro come canone di comunicazione universale e del quale facciamo parte.

La presentazione si terrà alla libreria Iobook LiberiLibri di via Cavour 32 a Senigallia, venerdì 19 luglio alle ore 19.00. Introdurrà l’autore Valeria Bellagamba.

Prima di Senigallia, Davide Sapienza sarà a Smerillo per il festival Le Parole della Montagna, mercoledì 17 luglio alle 19.00.

In attesa dell’incontro i venerdì abbiamo intervistato Davide Sapienza, con qualche anticipazione sui temi della presentazione.

Davide Sapienza

Dove eravamo rimasti? Davide Sapienza, torna a Senigallia dopo 9 anni, l’ultima volta era stata per la rassegna Sognalibro del Comune di Senigallia, quando presentò l’originale “La strada era l’acqua”, il racconto di un viaggio in kayak dalle sorgenti del Danubio al Mar Nero. In questa occasione Davide torna con un nuovo libro in cui gli elementi della natura e il territorio continuano ad avere un ruolo fondamentale per la scrittura e l’ispirazione poetica. Chi è il Geopoeta?

Non so esattamente dire “chi” è Il Geopoeta, però posso affermare – visto che da alcuni mesi il libro sta girando bene tra lettrici e lettori – che molti hanno colto un messaggio di fondo: “il geopoeta, alla fine sei tu”. Il/la geopoeta/geopoetessa, è una persona che “pratica” con gioia e stupore la relazione con la vita. Vita che si esprime nel territorio di ogni giorno, nella geografia, la prima poesia che apprendiamo nella vita, osservando, percependo, imparando con la pratica dell’esistere come entrarci in relazione. La poiesis, come già scrisse Chatwin, è “creazione”. Noi abbiamo il privilegio di poterci creare da soli un territorio interiore, specchiandoci in quello esteriore. Ecco perché la percezione. E come disse Aldo Leopold, l’ecologia è un’educazione della percezione, atta a portarci sempre più vicini alla comprensione di quanto sia importante la natura con le sue forze universali, nelle quali siamo inclusi anche noi.

Il libro è un’aperta manifestazione di amore verso la geografia, intesa in senso lato, e il territorio che descrive. Quanto è stato e quanto è importante per il Geopoeta Davide Sapienza raccontare la geografia?

La geografia per me è l’interezza dell’esperienza su questa Terra. E’ qualcosa che vediamo, ma soprattutto, è qualcosa che modifica e definisce la nostra geografia profonda, intima, come la chiama il mio grande maestro Barry Lopez. La geografia è la scrittura del pianeta, dove anche noi abbiamo fatto qualche scarabocchio, a volte composto magnifiche opere in questo magnifico e mirabolante volume, la cui trama sembra non avere mai fine proprio perché è una metamorfosi continua. Un divenire che non conosce sosta. Per tale ragione, fin da I Diari Di Rubha Hunish (2004) ho trovato nella geografia lo sconfinato territorio da esplorare per comprendere meglio me stesso in relazione al mondo, ai suoi abitanti della mia specie e delle altre specie – animali, vegetali, minerali. Per questa ragione da molti anni ho deciso di dedicarmi all’esplorazione, comprendendo anche come, fin da quando ero bambino, colsi istintivamente la natura inclusiva della geografia. Nulla è più vero della geografia, nella nostra breve esperienza su questo pianeta. Tanto è vero che anche la nostra esperienza spirituale finisce sempre per rapportarsi a “geografie” che siamo noi a decidere se rendere concrete, reali, quotidiane, o lasciare nel pericoloso territorio dell’astratto intellettualismo, che è un vero pericolo per la salute mentale, poiché conduce al dannoso dualismo affermato da Cartesio, secoli fa, e che ancora incide in maniera negativa sulle nostre azioni e sul nostro pensiero. Il mio “grande filosofo” della geografia resta Alexander Von Humboldt, basta leggere quella bibbia laica di Quadri Dalla Natura, pubblicato a inizio ‘800, per rendersene conto.

Gli elementi della natura, aria, acqua, terra e fuoco, insieme alla luce e al silenzio sono gli strumenti con i quali il Geopoeta disegna e descrive paesaggi, soprattutto interiori, o attraverso i quali filtra le sue emozioni dall’ambiente circostante in uno scambio reciproco, quasi di osmosi, con il territorio. Dove e come nasce questa tua ispirazione / intuizione?

Di fronte alla completezza di una domanda come questa posso solo rispondere che grazie alla curiosità, allenata dalla mia famiglia fin da piccolo, ai viaggi, alla scelta di vivere in montagna da quando avevo 26 anni, ho capito che solo nel continuo fluire, così ben rappresentato dagli elementi naturali nei quali siamo immersi in ogni attimo, a ogni latitudine, mi sento bene. Dunque, grazie a tutto questo riesco a cogliere qualche frammento dell’incredibile racconto dell’universo. Perché da lì tutto viene. Come diceva Margherita Hack, citata ne IL GEOPOETA, siamo fatti della materia delle stelle. Quindi, affermo io, perché perdere tempo con la sola parte negativa dell’esistenza umana, che è invece portatrice e messaggera di tante cose positive? Viviamo nei contrasti, dobbiamo comprenderlo: ma possiamo anche scegliere di promuovere ciò che è positivo, mantenendo la consapevolezza dell’esistenza ineludibile di quelle forze oscure che invece troppo spesso tendono a sopraffarci, rovinando l’esperienza quotidiana. Questo mi hanno insegnato gli elementi naturali, l’incredibile e incessante azione del mare che dialoga con la Terra, le foreste, le rocce, la luce artica, il silenzio – che non è assenza di suono, ma un qui&ora di percezioni incredibilmente potenti. Noi siamo ciò che sentiamo e che percepiamo. Abbiamo veramente questa grande opportunità di vivere nella pienezza dell’esperienza.

4) Trattando di questi temi è inevitabile parlare anche delle questioni ambientali, di problemi come la salvaguardia del territorio e i cambiamenti climatici. Negli ultimi tempi abbiamo avuto una dimostrazione concreta di devastazioni ed eventi meteorologici drammatici. Siamo perduti per sempre o abbiamo ancora qualche speranza? Hai notato di recente qualche cambiamento in positivo nell’approccio all’ambiente?

Molti anni fa, quando grazie alle sensibilità artistiche di molti gruppi rock si iniziò a sottolineare l’importanza dell’ambiente, della natura, del territorio, e poi grazie soprattutto all’incontro con poeti nativi americani come Lance Henson e John Trudell, frequentandoli, traducendo le loro poesie, vivendo dal vivo le performance poetiche, notavo che questa attenzione era stata ridotta al minimo dalla potente azione dell’euforia ubriacante di tre secoli di rivoluzione industriale e tecnologica. Tutto questo mi portò a sviluppare i discorsi poi fatti, a modo mio – poeticamente – nei miei libri di narrativa “trasversale” o, come ha scritto qualcuno, “olistica”. Da quindici anni a oggi c’è stata un’esplosione di pubblicazioni di ogni genere, la sensazione è che i mass media da qualche anno non possano più fare finta di niente, nonostante siano in larga parte controllati finanziariamente da proprietà e inserzionisti che l’ecologia proprio non la vedono di buon occhio, ma che adesso sono costretti dalle circostanze a prendere in considerazione. Il che è un bene. Da bambini spesso facciamo “per forza” delle cose giuste e poi impariamo a capire perché sono giuste. La creatività umana potrà fare, e già sta facendo a livello di elaborazione di soluzioni, molto per affrontare gli immensi cambiamenti dei quali, da secoli (Von Humboldt parlò già due secoli fa dei cambiamenti climatici accelerati dall’azione umana, è tutto scritto nelle sue opere), siamo consapevoli, almeno a livello di intuizioni poetiche e di scienza. Abbiamo quel piccolo problema, la nostra è una specie molto lenta e pigra, siamo bravissimi a fare finta di niente. Ecco perché, d’altro canto, ci siamo dati regole legali e morali, per tentare di incanalare le scelte verso comportamenti virtuosi, invece che dannosi. Non funziona sempre, ma è un tentativo importante. Anche in questo caso, non serve affatto spaventarsi e lasciarsi condizionare dalla paura: la paura è inutile, il rispetto invece è importante e abbiamo mancato di rispetto, moltissimo, alla Terra e alla natura. Ciò che più conta è la rivoluzione interiore, spirituale, mentale, la comprensione di come fare scelte virtuose non significa affrontare qualcosa di noioso. Bisogna semplicemente capire quanto è entusiasmante cercare di riconnetterci alla natura, non “a spot”, ma come scelta di vita, cercando di fare del nostro meglio, con impegno.

Prima di dedicarti completamente alla scrittura su esplorazioni e natura ti sei occupato per tanti anni di editoria musicale, come autore di biografie, traduttore e giornalista musicale per le principali riviste, radio e tv nazionali. In quel periodo, in cui hai anche intervistato musicisti e gruppi importanti (dagli U2 a Leonard Cohen, per citarne alcuni), avevi avuto già un presentimento della direzione che avrebbe preso la tua vita professionale, c’è stato qualche episodio rivelatore o aneddoto?

La musica resta la mia musa segreta e per questa ragione, come si legge anche in un capitolo de IL GEOPOETA, non è mai andata via. Semplicemente, mi sono allontanato da un ambiente che aveva in qualche modo intossicato questa relazione intima. E non a caso a fine 2019 uscirà, per Edizioni Underground?, dopo ventidue anni, un mio libro dedicato alla musica (ATTRAVERSO LE TERRE DEL SUONO), che per la prima volta nella mia lunga storia editoriale, raccoglie scritti tutti miei con interviste, saggistica, racconti, molti dei quali usciti su prestigiose testate giornalistiche non musicali, dove grazie al taglio nuovo della mia proposta di scrittura diffuso da I DIARI DI RUBHA HUNISH, ebbi l’opportunità di scrivere, tra il 2005 e il 2018, le cose migliori della mia carriera. Sempre in questi anni, ho realizzato diversi reading musicali, come quello attuale che dà il titolo al prossimo libro. Lì dentro trovavo e trovo un vero scrigno di ricchezze emozionali, stimoli magnifici. Rileggendo un’intervista a Tom Verlaine del 1987, quando avevo ventitré anni, ho “scoperto” che parlammo di Thoreau, dei nativi americani, di geografie musicali. Quasi sempre con i grandi artisti che ho incontrato, parlavo delle geografie interiori in relazione a quelle esteriori, fisiche. Il rapporto tra territori e culture era un tema importante soprattutto alla fine  del ‘900, nella fruizione e nella narrazione delle musiche popolari come il rock e la world music. Spesso la vita ti dona ogni giorno punti luminosi, veri hotspot interiori, che magari non prendi nella giusta considerazione. Dei tanti episodi, ricordo un giorno di aprile ad Edimburgo in Scozia, prima di un’intervista a Jim Kerr dei Simple Minds, per uno dei miei libri: quel paesaggio, quel tramonto, quell’orizzonte. Come ricordo i primi viaggi, in auto dall’Italia, verso l’Irlanda, appena ventenne, attraverso l’Europa e fino a quella luce atlantica, così sinuosa e ammaliante. I miei taccuini, con le poesie e i pensieri. Il viaggio in California per intervistare Frank Lisciandro per un libro di testi di Jim Morrison e nello stesso viaggio, i giorni passati con Lance Henson, che mi fece debuttare su un palco ad Albany, New York, per Earth Day 1991 con alcune mie poesie, in inglese. Ricordo bene quando decisi di venire a vivere in montagna, stavo ascoltando Neil Young davanti alla Presolana sul terrazzo di casa mia. Per me era normale, ma oggi capisco che non era così “normale” per un ventenne, vivere tutte quelle incredibili avventure nella cultura rock, perlomeno, nella sua essenza più rivoluzionaria mutuata dalla Beat Generation, a sua volta così influenzata dalle filosofie orientali così superlativamente svelate a noi da Alan Watts. Il mio viaggio attraverso le terre del suono, dunque anche del silenzio, mi ha portato a stabilire la casa nomade dei miei sensi nelle terre della percezione. Lì, è nata la mia personale pratica geopoetica e lì ho trovato, oggi, rivedendo questi trentacinque anni, una copiosa messe di episodi rivelatori che, per come si è sviluppato il mio cammino nella vita, avevo in qualche modo superato, forse, inconsciamente, sapendo che prima o poi si sarebbero trasformati nei segnavia per me più adatti.

2 Risposte a “Davide Sapienza torna a Senigallia con Il Geopoeta”


  1. 1 dario petrolati Lug 16th, 2019 at 8:12 am

    io non sapevo
    sempre occupato
    in apparente roba importante
    o…

    allora ho trascurato Davide Sapienza e dintorni.
    Mi spiace,per me e per il mondo toccato da Davide.

    Vedrò se possibile rimediare avvicinandomi al negozio dove c’è sempre Claudia offerente…

    Grazie per avvertirmi,
    auguri
    intanto,
    dario.

  1. 1 Presentazione del volume “Marche d’autore” at LibriSenzaCarta Pingback su Lug 18th, 2019 at 10:53 pm