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Antonio Santinelli

Antonio SantinelliEra più o meno in questi periodi, dieci anni fa, che Antonio Santinelli preparava le sue maschere per la rappresentazione di un testo teatrale, in volgare trecentesco, scritto a dieci mani dai “Sensibili di Castracane”. Nome sorto da una contingenza per definire un insieme di persone, racchiuse in un arco generazionale di oltre trent’anni, differenti in tutto, salvo nell’esigenza, o nel piacere, di condividere e di crescere all’interno di una necessità creativa.

Sul palco, o nei giornali, le presentazioni si assomigliavano descrivendoci come “amanti della penna, alcuni anche dei pennelli, altri degli strumenti musicali senza esclusione della voce, utilizzata nel canto e nel teatro”.
I Sensibili di Castracane, che nacquero più come luogo che come gruppo, vissero poi dentro uno stretto e fecondissimo legame.

Di quel testo teatrale Antonio aveva scritto una scena assieme al suo compagno di pennello Franco Lorenzetti. Dieci autori per un’opera che faceva tutt’uno di storia e stile.

Alcuni pomeriggi protratti fino a tarda sera per creare una trama poi, nei giorni seguenti, a gruppi, scrivere ed ancora tutt’insieme a tagliare ed allacciare i fili e poi ancora per decidere i modi e tempi della rappresentazione.
Antonio aveva anche realizzato grandi maschere di cartapesta, una specie di caschi multiformi e multicolori, dai toni decisi, che gli attori avrebbero dovuto indossare nelle varie scene.

Furono parecchie decine gli spettacoli che i Sensibili di Castracane proposero ad un pubblico che a volte dava l’impressione di amarli ancora prima di apprezzarli e che in più di un’occasione stupì per calore ed abbondanza.

Antonio Santinelli partecipò fin dalle prime riunioni. Era il 1994, i Sensibili, poco più di una ventina, erano allora un’Academia dei Sensibili (con una “c” sola). Si riunivano nella sala della biblioteca di un antico palazzo per conversare intorno alle scritture di coloro che si proponevano nel leggere i propri testi poetici o letterari. Pochi però si esponevano alle letture, i più si rifugiavano nei commenti che le seguivano. Così, l’Academia, si sfaldò in non troppi mesi. Ma coloro che scrivevano continuarono a vedersi, a leggere, parlare e lavorare insieme, sopra e attorno ai propri fogli. Il tutto accadeva ogni venerdì, nella mia casa, in via Castracane.

In mezzo a quel gruppo di superstiti (intorno ai quali satellitarono o si alternarono nel corso degli anni in modo più o meno assiduo molti altri scrittori) Antonio era l’unico che non proponesse poesie, racconti od altro, anche se riempiva quaderni di considerazioni che allora facevano parte di un suo luogo privato.
Tutte le settimane però portava con sè dapprima fotocopie a colori, poi disegni e dipinti che passavano di mano in mano e sui quali si intavolavano le identiche discussioni che suscitavano le frasi, o le strutture, di racconti e di poesie.

Antonio si distingueva per essere, non solo, assieme a Franco Lorenzetti, la persona più creativa, ma anche la più stimolante e pungolante del gruppo. Le sue osservazioni, le sue critiche, aprivano prospettive originali, spesso eccentriche. Sia nell’accezione geometrica: un altro cerchio con un altro centro dal quale irradiare una diversa visuale; che in quella figurativa: si trattava di angolazioni che a volte percepivamo come strane, se non bizzarre.

Probabilmente, le distanze tra i suoi piedi e il nostro andare, misuravano il passo del vero artista.Antonio Santinelli - acrilico su cartone, 51×41 cm, 1996
Quando parlammo per la prima volta, seduti in un pub dopo una riunione dell’Academia, già con la seconda frase che mi rivolse rimproverò la mia incostanza nello scrivere: “Prendo in mano i pennelli tutti i giorni… anche se non ho idee…perché le idee bisogna cercarle e la mano dev’essere allenata!”

Dall’estate del ‘95 la nostra frequentazione divenne quotidiana: vivemmo in comune amici, cinema, conferenze, mostre, incontri, cene… ricordo pomeriggi in terrazza mentre Antonio disegnava ed io scrivevo. Poi lui ripercorreva le mie righe ed io fantasticavo lungo le sue linee.

Si parlava spesso dell’arte come mezzo per prendere contatto con ambiti privati, obliqui, altrimenti irraggiungibili, per portarne alla luce contenuti in forma simbolica, e dell’arte come terapia. Di miti, archetipi, inconscio collettivo. Della funzione, delle peculiarità e dei percorsi delle varie discipline, ma soprattutto della pittura, che lui sentiva sempre più limitata, o delimitata, rispetto alla scrittura o alla musica. Cercava una potenzialità espressiva per abbracciare quel tutto del quale voleva farsi al tempo stesso eco, viaggiando sulla nota di un grido primordiale, e minatore, col piccone in mano e il lumicino sulla fronte.

Quando nel 1997 facemmo il primo ciclo di spettacoli a cadenza settimanale nei quali divenimmo “I Sensibili di Castracane” (perché quelli dell’Academia non c’erano più), lui preparò una grande scenografia tappezzando l’intero fondale del palco con un’infinità di disegni realizzati su fogli 70 x 100 che produsse (è il verbo giusto), in pochi giorni. Poi, per le dieci settimane che durò la manifestazione, con incredibile energia ridisegnò quei fogli, aggiungendo, modificando, legandoli insieme fino a trasformarne completamente il linguaggio originario.

Lavorava nei pomeriggi mentre noi, a turno, facevamo le prove, ma più spesso da solo. Dentro una specie di trance gioioso raccoglieva l’energia che aleggiava nel palco. Quella delle parole scritte, lette o recitate, quella della musica che ci accompagnava, quella del pubblico che rimaneva attaccata nelle sedie o alle pareti della sala. Così, annusando ed acchiappando eterei flussi, ogni settimana, ad ogni spettacolo, il fondale dietro il palco risultò diverso.

Fu dopo “C’è vita su Marte”, era quello il nome della prima serie di spettacoli, che prese in mano la penna con diversa convinzione ed obiettivo.
Tempo prima, dopo una cena, in quattro credo, quasi per scherzo scrivemmo una specie di storia surreale. Lui partecipò con gran divertimento ed alcuni giorni dopo ci lesse per la prima volta un racconto che risaliva agli anni dell’Accademia, a Firenze, anche questo scritto a quattro mani. Rilesse quel racconto in pubblico nell’agosto del 1997, durante una serie di spettacoli che realizzammo a Senigallia ed a Serra San Quirico e sempre ad agosto in occasione di “Schiuma d’onda”, all’Auditorium San Rocco, vennero lette le sue poesie.

Era iniziata una ricerca sulla parola, sul senso, sul suono, sulle possibilità d’evocazione. Una ricerca produttiva (come sempre accadeva in lui ricerca e produzione camminavano per mano).
Da allora, nei nostri incontri, pur continuando ad usare tutti i giorni il pennello, Antonio aveva cominciato a leggere parole dai suoi taccuini.

Si definiva un animista: credeva nello spirito della natura, nell’energia dei materiali. L’alchimia lo affascinava. Nella scrittura trattò la parola al pari del suo credo: cercava di estrarne e comprenderne l’anima, la forza. Un’anima, una forza, che più che nel significato trovava nella forma. Fatta di suono e segno e, soprattutto, di reciproche influenze, di confluenze, disgregazioni e associazioni.

La scrittura divenne per lui il pentolone dell’alchimista. All’interno della sua grotta interiore, intonando antichi canti, che probabilmente assomigliavano a quelli degli aborigeni australiani, mescolava suoni, segni e significati delle parole. Alla ricerca di nuove soluzioni dosava pause o aggiungeva ritmi, per alzare la fiamma del crogiuolo e alla fine faceva fumare gli alambicchi, all’interno dei quali avrebbero gorgogliato nuovi liquidi dai colori vivaci. Qui stava tutto il fascino, qui stava tutto il senso della sua ricerca.

Per lo stesso motivo da pittore proficuo quale egli era (quasi 1.300 opere catalogate) trovava inutile la semplice esposizione dei suoi quadri. Vi scorgeva un gesto od un bisogno narcisistico dal quale rifuggiva tanto che prima dell’esperienza con i Sensibili partecipò a due sole collettive e collaborò ad una esposizione con lo studio Zelig. Anche in questo caso cercava l’energia nuova che sgorga dalla fusione delle singole esperienze. Nello specifico, quello di tanti pittori raggruppati all’interno di un unico spazio.

Con i Sensibili riuscì a fondere diverse discipline: pittura, scrittura, teatro, musica. Tutti gli alambicchi del suo laboratorio presero a fumare, il loro contenuto assunse colori inaspettati. In quegli anni continuò a pensare che una sua mostra di soli dipinti non avrebbe avuto senso. Ma negli ultimi tempi riprese l’antico progetto di una esposizione-contenitore dove in mezzo ai suoi quadri si sarebbero fatti spettacoli, si sarebbero letti i nostri racconti, le nostre poesie e la gente avrebbe girovagato, ritrovandosi, ascoltando parole tra musiche strane di popoli indiani o comunque lontani, assorbendo, riflettendo, confondendo l’energia.

Mesi prima, in occasione della rassegna “Gondole di Carta” a Serra S.Quirico, aveva inciso su di una pellicola per diapositive una serie disegni ispirati da alcune poesie di Simone Giacomelli.
La sera dello spettacolo, quelle diapositive, quei disegni, proiettati su un lenzuolo, fecero da sfondo alla lettura delle poesie di Giacomelli.
La sera dello spettacolo, quelle poesie, lette dall’autore tra musiche da lui selezionate, fecero da cornice alla proiezione dei disegni di Antonio Santinelli.

Mostra antologica su Antonio Santinelli

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