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La magia dell’acqua

Prefazione a “Un processo per superstizione a Pesaro nel 1579“, di Claudia Ansevini

L’undici dicembre 1578 un certo Ippolito da Ferrara, uomo residente in contrada Santa Chiara a Pesaro, si presenta al vicario dell’inquisitore per sporgere denuncia: una vicina, donna Lena, gli ha riferito che in casa di Santa de’ Bernacchi si tengono pratiche magiche. Donna Lena può dirlo perché era passata diciamo per caso da Santa e vi aveva trovato una specie di altare improvvisato e, sotto l’altare, tre ragazze ciascuna con una candela in mano, e una donna incinta; in mezzo a loro, appoggiato su un banchetto, un’inghistara, ossia una brocca piena d’acqua; e con loro le organizzatrici del rito: donna Sensa e Bernardina Spadona. E mentre le tre ragazze recitavano la formula: “Angelo bianco angelo nero mostrami chi ha tolto quelli denari”, all’interno della brocca era comparso un diavolo che indicava il responsabile del furto che era il motivo per cui si faceva l’incantesimo.

Questo inizio, e il seguito della vicenda, si leggono negli atti del processo che segue la denuncia, oppure nella trascrizione che ne fa Claudia Ansevini nella sua tesi di laurea, dove non si nega, oltre allo studio attento e metodico del documento, anche il piacere del racconto che ne scaturisce. Non vi dico come prosegue la vicenda, per non togliere niente al piacere di leggerla nel testo; vi anticipo però la fine, per il semplice fatto che non è conosciuta: il verbale infatti si arresta prima che venga pronunciata la sentenza.

Al di là del carattere dilettevole della lettura, una breve scorsa all’indice mostra subito che lo studio di questo processo pesarese è fornito di un ampio contesto storico, sia in senso diacronico che sincronico: l’idromanzia è una pratica molto diffusa che ha origine antica e corrispondenze ai tempi in cui il processo si tiene, ed è chiaramente delineata nella disamina degli atti inquisitori e processuali. Sono questi atti “lo spunto per un’analisi sulla considerazione della superstizione negli ultimi decenni del XVI secolo”, sintetizza Claudia nella prefazione che trovate nell’interno; nel suo studio “il punto di vista offerto è duplice, mirante ad approfondire sia la concezione popolare della superstizione, sia le modalità d’intervento dell’autorità ecclesiastica.”

Chi poi volesse emergere dall’inattuale, troverebbe in questo genere di studi ormeggi inaspettati del presente: non solo a causa di una persistenza transecolare dell’interesse per le pratiche magiche, demoniache e divinatorie (femminili come nel caso; anzi, una forma di consorteria femminile che reagisce autonomamente a un sacerdozio negato e frustrato), ma anche per alcune sopravvivenze di quel modo di condurre i processi ecclesiastici nello Stato Pontificio che trova corrispondenze in alcuni processi di oggi, dove viene ancora riservato un ruolo consistente il pentimento e non è indifferente nemmeno l’opinione prevalente, quasi che invece di un reato si dovesse giudicasse uno scandalo o un peccato. Il fatto che talvolta i processi del Tribunale Ecclesiastico non arrivassero nemmeno a formulare una sentenza (forse questo è uno dei casi) non faceva che sottolineare la benevolenza e insieme l’arbitrarietà dell’istituzione etico-giuridica, la sua indifferenza ai tempi della giustizia, la sua contiguità con altri poteri dai quali dovrebbe restare anche ai nostri giorni più rigorosamente separata.

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