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Sardegna come metafora. Il “Grande nudo” di Gianni Tetti.

“Grande nudo” di Gianni Tetti (Neo. Edizioni 2016, pp. 688, € 17,00)

di Alessandro Cartoni

 

Potremmo dire che l’impresa di Gianni Tetti è per certi aspetti sovrumana: darci in un solo organismo narrativo dai contorni mobili e indeterminati, una immagine del nostro tempo, un romanzo mondo, una profezia post-istorica su cui pende la presenza di un Libro salvifico, un conturbante insieme di paradigmi letterari e anche la storia di una strana malattia che coinvolge una serie di personaggi altrettanto fuori di chiave: una donna cagna, un prete invaghitosi di una bambola sintetica, un fragile marinaio venuto a fare giustizia, poi cani e uomini e maghi. E abominazioni, esecuzioni, torture, quasi in un crescendo sadiano.

“Grande Nudo”, candidato al premio Strega 2017, si colloca, ci pare, a metà tra il Mc Carthy di “The road” e il Moresco dei “Canti del caos”. Lo scrittore sardo ambienta questa sua epica e devastata cronaca dell’infezione in una isola che sembra l’ultimo baluardo dell’umanità, o il primo della disumanità, dove terremoti ed eserciti di cani urlanti e randagi attaccano città e condomini e ne divorano gli abitanti. Nel frattempo un esercito di uomini crudeli e senza scrupoli guidati da generali terribili è chiamato a reprimere nel sangue turbolenze e rivolte. Ci sono appestati ed infetti che non debbono uscire dalle zone controllate e per questo pagano il prezzo più alto. Famiglie, nuclei e comunità vengono annichilite nel sangue e nella tortura. Chi riuscirà a salvarsi dall’odio dei cani e dalla crudeltà degli eserciti? Sembra un’apocalisse senza speranza che però ha l’incomparabile pregio di sottrarre la Sardegna al cliché dell’isola felice o incontaminata per sottolinearne invece la densità storica e globalizzata, lo stigma che la rivela come un’isola militarizzata al centro del Mediterraneo.

Del resto come ha dichiarato Tetti in una intervista: «Non è tutto una favola. Preferisco parlare delle criticità. Affrontare le criticità aiuta a capirci e, chissà, a migliorarci. 35 mila ettari di territorio sardo sono sotto vincolo di servitù militare. Spesso ci fanno esercitazioni militari. In occasione delle esercitazioni viene interdetto alla navigazione, alla pesca e alla sosta, uno specchio di mare di oltre 20 mila chilometri quadrati, cioè una superficie quasi pari all’estensione dell’intera Sardegna. Sull’Isola ci sono poligoni missilistici (Perdasdefogu), per esercitazioni a fuoco (Capo Teulada), poligoni per esercitazioni aeree (Capo Frasca), aeroporti militari (Decimomannu) e depositi di carburanti (nel cuore di Cagliari) alimentati da una condotta che attraversa la città, oltre a numerose caserme e sedi di comandi militari (di Esercito, Aeronautica e Marina). Si tratta di strutture e infrastrutture al servizio delle forze armate italiane o della Nato. I pesanti esperimenti militari lasciano segni profondi sulla terra e restano nell’aria, la inquinano. Vivere nei pressi di certe servitù militari può voler dire ammalarsi di tumore, avere figli malformati, non poter coltivare né allevare nulla. Grande nudo parla anche di questo.»

È come se Tetti avesse, in uno spericolato bricolage, unito spezzoni e configurazioni di storie, generi, immagini anche mitiche o archetipiche, ad esempio le parole della magia le sentenze e gli apologhi del majarzu (mago, stregone, incantatore) per fonderli in una nuova epica contemporanea dove il ritmo dell’avventura si mescola a quello del monologo interiore o del dialogo drammatico. Ne esce fuori, ripetiamo, un oggetto narrativo affascinante, dotato di ritmo vorticoso, movimento cinematografico (Tetti è anche regista e sceneggiatore) dove una serie di trame e relazioni tra personaggi, situazioni ed eventi conducono la narrazione attraverso la violenza e la sopraffazione ad un epilogo tragico ma interlocutorio.

La Sardegna qui, come spiega l’autore, è metafora del mondo, un universale singolare che indica la punta di un iceberg, un luogo attuale dove uomini cose e animali si muovono sul teatro di una natura pericolosamente in rovina. C’è il vento che domina tutto, che è fisico e metafisico, che porta le voci e i movimenti della natura e i movimenti interni delle cose.

Il vento, dovresti sentirlo. Non si sente altro. Un vento di maestrale che fa venire la pelle d’oca. C’era stato un maestrale così freddo dieci anni fa. S’era portato appresso un diluvio. Per questo oggi abbiamo paura. Siamo tutti superstiti. Siamo quello che è rimasto. Dopo le guerre, dopo gli attentati. Dopo i virus. Dopo la grande depressione. Dopo la grande ripresa che ne ha ammazzato più di tutti. Se qualcuno è convinto che da una crisi nasca un mondo migliore si sbaglia. E’ peggio di quello che c’era prima. Perché siamo gli stessi, solo più soli, più impauriti.

 

Ringraziamo per la corrispondenza l’amico Alessandro Cartoni

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