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Le storie luminose e amare di Edna O’Brien

“Oggetto d’amore”, di Edna O’Brien (Einaudi 2016, pp. 376, € 18,50)

di Alessandro Cartoni

 

Sono racconti struggenti, pezzi di autobiografia, ma anche meravigliose short stories questi testi brevi raccolti nel titolo “Oggetto d’amore” di Edna O’ Brien che Einaudi ha da poco selezionato da quarant’anni di attività della scrittrice irlandese. Tutti più o meno conosciuti dal pubblico italiano, ma riproposti nella nuova traduzione di Giovanna Granato. Un piccolo tesoro da compulsare con attenzione e fervore sia per le caratteristiche tecniche della narrazione sia per i luoghi e temi affrontati che ci riportano all’Irlanda degli anni ‘50 e ’60 in piccole comunità di provincia, sotto l’occhio vigile e ossessivo della chiesa cattolica, in ambienti di campagna dove la miseria e la violenza, fisica, psicologica, sociale, rimangono gli elementi costanti. Protagoniste sempre e comunque donne che cercano di farcela, di sfuggire ad un’atmosfera asfissiante, ad un amore finito, oppure che credono in nuovi amori e che tentano di uscire dal ghetto del loro ambiente, del villaggio, della scuola, del collegio.

Quando il vento ruggisce, quando i ganci delle persiane sbatacchiano, quando anche i vetri delle finestre sembrano rabbrividire, allora vento e mare si mischiano, allora i cani cominciano a ululare e la tempesta in arrivo ha un sentore soprannaturale. Che cosa fai, che cosa fa una delle tante signore Reinhardt? Allunghi la mano verso il viso che hai di fronte, che ami, che odi, che temi, che ti ha tradito, che conosci a metà, che desideri toccare e avere di nuovo con te, almeno per la durata di una notte di vento. E la mattina chissà. Tanto non si sa comunque.

La narrazione a focalizzazione interna procede spesso per densi monologhi interiori dove immagini, affetti e ricordi si mescolano in un crescendo emotivo, a volte però la densa continuità del vissuto è interrotta da brevi dialoghi folgoranti, pieni di vita, grotteschi, colmi di realismo. Anche il sesso è presente come una ossessione, ovunque, nascosto, vissuto in modo trasgressivo oppure dirompente.  Ogni racconto è una specie di immersione in un ambiente sociale visto dal di dentro di una individualità angosciata, ansiosa, innamorata, in fuga, oppure disperata.

Quasi superfluo annotare che questi racconti sono straordinariamente apprezzati da A. Munro e P. Roth come recita la quarta di copertina poiché la decostruzione del filisteismo sociale, della grettezza e del perbenismo lega le storie di tutti e tre questi scrittori. Ad esempio in “Suor Imelda” una relazione di affinità elettive nata in collegio è poi troncata senza lasciare alcuna speranza al futuro. In “la signora Reinhardt” una donna tradita cerca di fuggire dalla trappola del matrimonio, ma viene ingannata da un americano violento e un imprevisto ricongiungimento col coniuge pare aprire una pallida speranza.

C’è una luce particolare, come suggerisce la prefazione di John Banville, in queste storie, “la luce dell’Irlanda più occidentale” e un filo sottile le lega al mondo dei Dublinesi di Joyce ma anche alle atmosfere di Cechov. Infine c’è il tema dell’esilio, uno di quelli che fanno tremare i polsi, come in “I Re della pala”, memorie di un vecchio immigrato irlandese che si è trasferito in Inghilterra. Va ricordato che anche la O’Brien è fuggita a Londra, dove ha vissuto anche per sfuggire alla censura irlandese che più volte ha colpito i suoi libri. Un esilio che comunque, fedele alla lezione di Joyce, è presente all’interno della personalità come una perenne separazione dalla felicità e dalle possibilità più autentiche dell’essere.

Alla fine nella fragilità della condizione umana quello che rimane è poter dividere qualcosa con chi abbiamo amato, sia pure per la breve durata di una notte.

 

Ringraziamo per la corrispondenza l’amico Alessandro Cartoni.

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