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Milk and honey to Santiago / XVI

Milk and honey to Santiago

di Sara Moneta Caglio

 

XVI.

Eric

 

 
Quella mattina, quella mattina in cui lo trovai, mi ero svegliata prima del solito. Mi ero svegliata, avevo allacciato gli scarponi e, come al solito, ero partita, passo dopo passo, senza contare il tempo, senza contare la distanza, senza conoscere stanchezza o riposo, tanto era l’entusiasmo che ogni nuovo giorno spingeva verso la destinazione di quel giorno.
C’eravamo già visti.  Ma mai parlati. Proprio come era successo quell’inverno passato in cui avevo conosciuto lui, Santiago, in quell’edicola, che si affacciava in un angolo della mia vita.
E quella mattina, lì, in Spagna, si era ripresentato esattamente lo stesso copione. Lui mi aveva detto il suo nome, ma io non l’avevo ascoltato. L’unico nome che io non avevo voluto sentire. Solo un bastone, solo un sostegno per il suo nome imponente. Compresi subito. Era lui, era il Santiago che ero andata a cercare.
L’avevo trovato. Un’altra voce, un’altra lingua, altri occhi, altra storia da quel Santiago che avevo conosciuto all’ edicola, ma le stesse radici. Era lui, il mio amico Santiago. Quello che ero andata a cercare, inseguendo un ideale, lasciando Milano, la città senza pensiero, che ti acceca, a volte, senza lasciarti vedere che Santiago esiste veramente.
Nel silenzio iniziale, nello sguardo come unico scambio e, infine, nelle prime esili e sottili parole che abbiamo pronunciato, senza fare rumore.
Ero partita per cercarlo e lo trovai. L’avevo intravisto nel primo tratto del cammino, ma avevo gli occhi ancora troppo intorpiditi per poter riconoscere l’ uomo, l’essenza, al di là dell aspetto, al di là delle nuvole che mi frenavano.
Poi un giorno, parlando, lui mi aveva detto che Dio non lo si può ricercare in altre religioni, in altre filosofie. Non si può rinnegare la fede, quella da dove si viene perché altrimenti non potremmo mai essere in comunione con il nostro cuore e lasceremmo sempre alle spalle la luce, il giorno, la verità. Non saremmo mai capaci di accelerare il passo per ingannare la notte, per anticiparla e superarla, nel riposo del suo solo passaggio, fulminante di stelle che come piccoli soli sono capaci di risvegliarci e prepararci al traguardo.
Santiago. Le stelle continuavano a pronunciare il suo nome, ma io non riuscivo a sentirlo.
Un canto pronunciava “Santiago” nel cuore. Ci appartenevamo da prima. Da quando sapevamo che ci saremmo incontrati. nel destino, nel filo del cammino. Ringraziai per quei suoi occhi di luce che mi insegnavano la vera preghiera. Quella rivolta a tutti i viandanti della terra.
Era così esile Eric, come mi ricordò piu tardi di chiamarsi, nel suo vero nome, così esile che sembrava spezzarsi nelle fatiche, ma il suo cuore era così grande e la sua volontà così forte che tutto poteva. Mi commuoveva vederlo accanto a me. Avrei poi fatto l’abitudine di averlo a fianco per alcuni giorni, prima di lasciarlo andare perché altre persone, partite da tutte le città del mondo per vederlo, lo potessero incontrare.
“Oggi dobbiamo arrivare a quel monastero isolato nella montagna; desidero restare là a dormire, per godere della meravigliosa pace del nostro cammino”, gli dissi decisa. Lui comprese subito che desideravo si fermasse con me, per godere di quell’incontro. Di quel ritrovo così improvviso, quasi inaspettato, in quel momento in cui la trama di questa storia così reale non era ancora così nitida.
Avevo bisogno di chiedergli tante cose.
Avevo bisogno di sapere. Anche solo quale passo dovevo muovere per primo. “Perché hai dato via tutto e vivi la tua vita in compagnia soltanto di un bastone appuntito nel bosco?”chiesi. “Perché” mi rispose Santiago” in quel bosco ho trovato casa, senza aver bisogno di imponenti mura, spesso più fredde del calore che possono trattenere. In quel bosco ho trovato l’arma capace di affilare il mio bastone, senza ferirmi, senza tagliarmi. Ho subito capito che qui non avrei mai più sentito il sapore ferrigno del sangue nella mia bocca”.
Avrei voluto tanto dirgli chi era per me, cosa rappresentava nella trama della mia vita, ma sapevo che non gli avrei rivelato nulla fino a quando saremmo stati pronti per rincontrarci.
Ora lui doveva andare, doveva lasciarmi e volevo potesse avere libero il suo pensiero. Sapevo che mi avrebbe atteso di nuovo in quel negozio, da dove forse non era mai partito e dove l’avrei trovato al mio ritorno per raccontargli dove ero stata. Per dirgli dove mi aveva portato il sogno, quella ricerca di verità, di sincerità che a volte trascuriamo così tanto nella vita da non riuscire più a riconoscere il nostro istinto.
“Eric, esisti veramente o sei l’istinto che non mi ero più preoccupata di curare veramente”? chiesi a me stessa.
“Eric, sapevi di chiamarti Santiago? Sapevi di dovermi incontrare, di dovermi lasciare. Così in fretta, come i pensieri piu belli?” continuai.
Sapevamo entrambi che da quel momento, sul cammino di Santiago, non ci saremmo più affacciati allo stesso destino.
Lui doveva apparire come una stella cadente. Solo per un momento.
Per farmi vedere che c’era un disegno preciso in quel mio camminare.
In quel momento gli promisi, o forse promisi a me stessa, che sarei stata attenta a cogliere ogni segnale, anche il più banale. Da allora, proprio da quel momento, mi sentii pronta.
Stavo andando verso Burgos.
Stavo scendendo.
E la discesa non era altro che una prefigurazione di quel che stava per accadere.

(Milk and Honey to Santiago, capitolo XVI, continua nel capitolo XVII)

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