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Sui “Quattro soli a motore” di Nicola Pezzoli

Con questo articolo saldo un debito morale soprattutto nei confronti di Nicola Pezzoli, dei suoi Quattro soli a motore e della Neo edizioni: il libro di cui si parla è uscito a fine 2012, ma avevo tentato di saldare il mio conto almeno durante le vacanze di Natale del 2014. Quando lessi che stava per uscirne un seguito pensai che sarebbe stato, a suo modo, giusto così. Non ce la feci, in mezzo ci sono state altre madeleines e quasi nessun altro libro. Mi sono impegnato per l’uovo di Pasqua e il buon Corradino, anche se cresciuto nel nuovo Chiudi gli occhi e guarda (sempre Neo edizioni), spero non me ne voglia troppo.

 

Copertina Quattro soli a motore - Nicola PezzoliScrivere una recensione oggi è sempre più difficile, specie di un libro (buono? ottimo?) che ti mette alla prova. Il tipo di scrittura che ha maggior seguito in internet risulta modellata su un tono di sufficienza pseudo-cinica (encore et toujours… épater le bourgeois?) che ha dato vita ad una ormai scontata posa (anti)conformistica, favorita da un diffuso ricorso al ‘quasi anonimato’ e non sostenuta da alcun tentativo di elaborazione del pensiero. Questo fastidioso eccesso di sarcasmo mi ha creato, devo ammetterlo, una sorta di irritazione nei confronti di un certo stile verbosamente ironico e finto-confidenziale senza alcun costrutto. Ma non fatevi traviare: Nicola Pezzoli non è un anonimo frequentatore di forum né uno scrittore qualunque.
Certamente avvertirete subito anche voi il brivido del ritmo da blogger, ma altrettanto presto vi colpiranno le irriverenti e tutt’altro che banali frecce all’arco di un’intelligenza acuminata e sicura dei propri mezzi. In altre parole, quello che trovate nel suo romanzo Quattro soli a motore (Neo edizioni, 2012) è un ricco e potente flusso di coscienza, che esibisce il proprio costitutivo disincanto, letterariamente ben giustificato, in una scrittura stratificata e al contempo capace di far risuonare distintamente la sua urgenza.
Ci racconta di sé in prima persona un ragazzo di undici anni, Corradino, e di quella singolare estate vissuta all’ombra delle Prealpi Lombarde nei pressi del Lago Maggiore in un borgo di millesettecento abitanti, Cuviago, impossibile da individuare su quasi qualunque cartina (e in effetti anche su Google Maps). Un romanzo di formazione dunque, benché limitato all’anno che ha segnato la coscienza del protagonista, il 1978, ma che sfido un adolescente di oggi a maneggiare (e però pure noi fummo sfidati adolescenti a leggere Umberto Eco). L’incipit è da manuale del noir.

Se non vi piace Corradino, chiamatemi come vi pare. Solo vi prego non chiamatemi Scrofa. Non è giusto chiamare Scrofa un ragazzino di undici anni. Tanti ne avevo nel 1978, l’estate che divenni un assassino. Quell’anno accaddero cose che ancora mi fanno tremare e che adesso proverò a confidarvi. Possano perdonarmi le anime delle persone che ho ucciso. Perché una parte di me continua a pensare che i fatti si sono svolti così, che non si è trattato di pure coincidenze, e nessuno mi convincerà mai del contrario.

L’ultima frase finisce per farci dubitare di quanto è stato detto poco prima (potrebbe essere la distorta percezione di un ragazzo), ma il fosco presagio continua ad aleggiare e questo è ciò che conta. Poche righe dopo si viene anche a sapere che “la mamma beveva e il papà mi picchiava”, un papà operaio tra i primi ad essere licenziato in una fabbrica della zona in quegli anni di grave crisi economica (ma non è Ammaniti): i Mondiali di calcio in Argentina certificano poi un impronunciabile soprannome affibbiato al padre, “il mio Videla domestico”, e l’innata tendenza del giovane ad essere imparziale osservatore della realtà e quindi solidamente predestinato alla sconfitta, persino quale ammiratore dell’innovativo calcio olandese.
Il lettore italiano all’incirca coetaneo di Corradino e dell’autore troverà motivi di nostalgia nei precisi riferimenti ad oggetti, gusti e prodotti dell’epoca (chi non ricorda, ad esempio, le biglie con le foto dei ciclisti?); la qual cosa, invece, potrebbe lasciare qualche perplessità in chi non apprezza l’eterno revival post-adolescenziale in cui talvolta ci ritroviamo, nostro malgrado, immersi: una questione, quella dell’utilizzo in letteratura di marchi e nomi di aziende ben riconoscibili, che si potrebbe rimandare a dissertazioni più dottamente svolte a proposito dei best seller del giapponese Murakami.
Un altro e più interessante livello di lettura è quello metaletterario, del resto proposto scopertamente dall’autore: per chi non leggesse gli esergo dei libri (“Fa’ qualche cosa per me, Sredni Vashtar”), lo stesso Corradino si mette a copiare parola per parola un poco conosciuto racconto di Saki (pseudonimo di Hector Hug Munro) prestatogli appositamente per le vacanze dalla maestra. Il decenne protagonista di quel racconto intitolato Sredni Vashtar si chiama infatti esattamente Corradino ed è tiranneggiato da una arcigna tutrice, tale De Ropp, il cui nome passa quasi senza colpo ferire alla ricca e bigotta zitella lombarda Eleonora Bestetti, compagna di caseggiato del nostro e invincibile tiranna della comunità civile e spirituale di Cuviago. Non mancano i dileggi e i tiranneggiamenti dei bulletti locali, che individuano immediatamente la diversità di Corradino e gli affibbiano il vergognoso soprannome di “Scrofa”.
Tra i tanti misteri, poi, che inquietano l’adolescente e che muovono le vicende il più grande è quello di villa Kestenholz.

Kestenholz era un vecchio solitario che c’era ma non si vedeva mai, e sul conto del quale correvano le seguenti voci incontrollate: che avesse più di cent’anni; che avesse imbalsamato la moglie; che avesse sepolto in cantina i resti dei tre figli maschi dopo esserseli mangiati; che avesse suggellato un patto col Diavolo per non morire fino alla morte dell’ultimo uomo; che vivesse nella speranza di sorprendere intrusi nella sua proprietà, per spolparli con l’accetta come fossero figli suoi.

Se le cose siano andate e vadano davvero così, Corradino lo scoprirà personalmente in un graduale avvicinamento alla villa e ai suoi misteri, che diventa la scoperta di un mondo separato e fascinosamente perturbante che vive accanto al nostro e che finirà per rivelare rivelare molto di più dell’arcano della sua stessa esistenza.

Un libro e un autore per coloro che rientrano nella categoria di lettori “viscerali, consapevoli, irriverenti, curiosi, dissacratori”, come vorrebbe che fossero i suoi estimatori la rampante casa editrice abruzzese Neo, che promette da parte sua di “non fare compromessi sulla qualità”. Una strada che sembra aver perseguito pubblicando in questi mesi un secondo tomo sul giovane Corradino, Chiudi gli occhi e guarda, sempre di Nicola Pezzoli e presentando anche un candidato al Premio Strega da seguire da vicino: Paolo Zardi e il suo XXI secolo.

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