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Piccola intervista impossibile a Beppe Fenoglio

Nello stile delle Interviste impossibili, rubrica radiofonica degli anni ’70  del secolo scorso, alla quale parteciparono alcuni famosi intellettuali italiani, animando dialoghi fantastici con alcuni grandi personaggi del passato (interviste già edite da Bompiani, disponibili in recente volume della Donzelli, a cura di Lorenzo Pavolini), pubblichiamo questa “Piccola intervista impossibile” di Giacomo Verri.

 

Piccola intervista impossibile a Beppe Fenoglio

 di Giacomo Verri

 

Intervistatore: Permette una domanda?

Fenoglio: La prego… la prego. Mi scusi. Debbo mettere un po’ d’ordine in questo foglio. È così difficile, è così complicato… Sa, io non scrivo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti. Quindi la prego… ancora un secondo.

Intervistatore: Certo, certo.

Fenoglio: No! Non va ancora. Ah! lasciamo stare. Questo foglio è più duro della pietra. Mi dia da accendere, lei, per cortesia. Mi perdoni se sono un po’ rude ma, quando scrivo, mi par di entrare in un mondo iperuranio dal quale non vorrei esser mai distratto.

Intervistatore: Il mondo dell’arte, la nuvola dello scrittore, la torre d’avorio del romanziere…

Fenoglio: Ma per carità! Niente di tutto ciò! Lo sa, lei, quanto poco ho vissuto? Quarant’anni… quasi quarant’uno, mancava uno sputo di dieci giorni, e sarebbero stati quarant’uno. E in quarant’anni ho scritto una decina di libri, e tre soli, me in vita, ne hanno pubblicati. Ma che dico quaranta! In poco più di quindici anni ho scritto quel che ho scritto. E con quale pena! Mio Dio. Con quale fatica! Sa quante volte non ho potuto giocare con la mia bambina, quanto spesso ho tolto un bacio, una carezza, un abbraccio a mia moglie. E prima ancora di sposarmi, sa che vita ho fatto fare a mia madre e, a volte, a mia sorella? Tornavo da lavoro e, col pranzo già caldo in tavola, mi sedevo in uno stato di trance a leggere, sì a leggere famelicamente un libro che tenevo accanto al piatto. Mi facevo, me ne vergogno a dirlo, mi facevo servire per potere leggere. E non le dico cosa accadeva quando, rientrato a casa con una idea in testa, mi gettavo niagaricamente in camera a battere furioso sulla macchina da scrivere. Mia madre urlava e io non la stavo neppure a sentire. Sempre appoggiato a un foglio di carta, con uno stecco di sigaretta incassata tra le labbra strette a pinza. E il resto del tempo? In azienda, a sbrigare la corrispondenza con l’estero. E non che facessi il mio lavoro a contraggenio, ero attaccato a quel mio posto, allo stipendio modesto, alle quarantotto ore settimanali. Ero ligio e fiero. Sono sempre stato ligio e fiero. E, badi bene, l’essere ligio non significava che io piegassi la testa. No, io la portai sempre alta, la testa, e la mia fronte fu sgombra dalla vergogna e, casomai, fu appesantita dall’orgoglio. Per questo forse non lasciai mai Alba. Ma torniamo a dire della nuvola dello scrittore, dove lei voleva mettermi a sedere. Nessuna comodità in quel mondo iperuranio che le dicevo: è un mondo dove si forgia la lingua, dove si tempra l’uomo, dove si scrivono parole che son testamenti pesanti come colline gravide d’uva; una dimensione, tra l’altro, che poco ha a che fare con quella dell’editoria. Anzi, le devo confessare che mi parve sempre di dover fare una gran figuraccia a introdurmi con terragna pertinacia nel mondo delle lettere, degli editori, delle riviste, pieno di equivoci ostacoli, di sussiego, di asprezza imbellettata e mascherata da galanteria. Ecco un altro motivo per cui non abbandonai mai Alba. Un solo vero amico ebbi, proveniente dagli ambienti della carta stampata, e fu Calvino, il quale, tra l’altro, mi pare abbia detto la più bella cosa su di me e sui miei libri, anche e soprattutto quelli che io non vidi mai venire alla luce, quando scrisse che io, il più solitario di tutti gli scrittori della nostra generazione, riuscii a fare il romanzo che ognuno di noi aveva sognato, Una questione privata, un libro non finito, incompleto, ferito, per quello che dice e per come è…

Intervistatore: Questa mi pare una questione importante: i suoi libri migliori sono quelli che lei non vide mai pubblicati, ma soprattutto sono quelli che lei lasciò incompleti, o, per così dire, in fase di ristrutturazione.

Fenoglio: È vero, lo penso anch’io. Ma sa com’è stata la mia vita di scrittore? Come quella di un cane preso e bastonato, che ha appena fatto in tempo a mettere due guaiti lamentosi, e poi le botte l’hanno ucciso. La vita è dominata dalla violenza, la vita è violenza…

Intervistatore: E ciò, mi pare, era già evidente fin dalle prime opere: non fu, tra i primi, Vittorini stesso a segnalare che i suoi libri parlano una lingua cruda, rappresentano con l’evidenza d’una ferita quanto l’uomo può essere aspro con l’uomo, buttano sangue negli occhi del lettore, un sangue di cui mai si vede il motivo, si scorge la ragione?

Fenoglio: Anche. Fu anche questo ciò che volli dire. Ma non solo. Quel Vittorini, sempre salente in bigoncia, mi faceva paura, i suoi baffi taglienti, i suoi occhi anneriti come l’Africa, la piantatura folta dei capelli… lui, sì, era l’esempio vivente di cosa sia la violenza, di cosa sia l’uomo aspro; era, mi parve, un uomo disperato, spesso, me lo conceda, incazzato come un ciompo, altero, orgoglioso; incarnava il tipo del contadino di Sicilia ma, a un tempo, poteva tenere qualcosa dell’uomo di Langa, cocciuto, glaciale…

Intervistatore: Come gli uomini della Malora?

Fenoglio: In un certo senso… Sa che a volte ho provato odio per lui? Quando mi diede del provinciale del naturalismo… meno male che c’era Calvino. Eppure ci vogliono uomini come quello per raffinarsi, per raffinare la propria violenza sull’altrui violenza, il proprio odio sulle ingiustizie, la propria mortale indifferenza sulle crudeltà infinite…

Intervistatore: Mi pare che lei, tuttavia, non sia mai stato un uomo indifferente!

Fenoglio: No e sì. No, perché mai mi feci ridurre dall’indifferenza a essere indifferente, dalla crudeltà a essere crudele, né, tantomeno, dall’ingiustizia a essere ingiusto, presentando come unico alibi che l’indifferenza, la crudeltà e l’ingiustizia stanno nella vita dell’uomo come l’acqua negli oceani. Ma lo fui, indifferente, ogni volta che non riuscii a essere migliore di me stesso, ogni volta che la vita, col carico di violenza che porta, ebbe la meglio e mi schiacciò. E fu molte volte. Ma non creda: io cercai sempre di ribellarmi.

Intervistatore: Non si preoccupi: ben si vede dalle sue opere, dai suoi eroi…

Fenoglio: Lei confonde me con i miei personaggi, biografia e letteratura! Ma stia sereno, la prego. Non posso dirle che sia una cosa buona in assoluto… voglio dire, con certi autori è meglio non operare pericolose sovrapposizioni… tuttavia, nel mio caso non le chiederei di fare altrimenti. Suvvia non è un segreto che io mi sia sentito Milton, Johnny, Ettore…

Intervistatore: … un contadino delle Langhe, un uomo qualsiasi dei suoi racconti? Un uomo che vive di terra, che sa di terra, che la ama e la odia a un tempo?

Fenoglio: A costo di parerle brutale, le dico che si sta sbagliando, grossolanamente sbagliando. I miei contadini non amano la terra, né la odiano. Almeno, non la odiano, non la amano, con quella chiarezza intellettuale che io penso di avere. Odiano e amano come fanno le bestie, baciano la terra quando dà i frutti, e la forzano, e la violentano perché li dia; ma la prendono a calci, se il frutto è scarso, tarda a venire o è guasto. Sono spietati, come è giusto che sia.

Intervistatore: Non la capisco! Perché dovrebbe essere giusto essere spietati?

Fenoglio: Ha ragione. Ho usato male le parole. Avrei dovuto dire che è necessario essere spietati; è necessario perché è la legge della vita che lo vuole. Ciò che io ho tentato di costruire con i miei personaggi è una opposizione a questa legge brutale che non distingue, che calpesta come un toro, che spacca come un ariete, che avanza, umanamente boriosa, a preservare se stessa.

Intervistatore: I suoi eroi, quindi, non combattono per motivi ideologici, non combattono il fascismo perché vi si oppongono politicamente…

Fenoglio: No, mio caro amico. Il fascismo era solo l’estrema pelle, una copertura oscena e cribrosa di un corpo già corrotto, già debilitato, già ammalazzato: il corpo universale della violenza cieca, un corpo di cui tutti noi partecipiamo in una tragica comunione. Anzi il fascismo, se le devo dire la verità, è forse stato il segno che ha concesso a me, e a tanti altri, l’intelligenza di quel corpo universale della violenza. Fu un simbolo così grosso, così brutale, così stupido che potemmo vedere il suo schifoso organismo staccarsi da noi: per la prima volta non più ci sentimmo partecipi della violenza del mondo, di quella violenza tetragona, capricciosa, assurda. Tornammo a diventare uomini, come Dio, forse, li volle fare dal principio…

Intervistatore: Mi vengono in mente le ultime parole del quarto capitolo nel Partigiano Johnny: “Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana. E nel momento in cui partì, si sentì investito – nor death itself would have been divestiture – in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra”.

Fenoglio: Ecco, quello fu l’atteggiamento fiero con cui volli affrontare la vita.

Intervistatore: Il fascismo fu dunque una sorta di Moby Dick, un condensato del male che scatenò, per antitesi, la Resistenza…

Fenoglio: No, faccia attenzione. In primo luogo Moby Dick è il simbolo del male tutto, preso nella sua vastità e profondità oceanica; è il male nobile, grande, eterno, sublime… il fascismo non fu che una povera cosa, come le ho detto, la pelle lubrica di un corpo malato. E poi la Resistenza: essa fu un fulgido e ammirevole stato di grazia collettivo. Ma fu il singolo uomo, Johnny o un altro, il nome poco importa, fu il singolo uomo che dovette combattere, periclitare, patire, sputare, per raggiungere la statura morale che lo avrebbe fatto sentire grande, un grande uomo.

Intervistatore: Purezza sentimentale, grandezza della storia!

Fenoglio: Sì, la purezza, il raffinamento dello spirito. È qualcosa che si ottiene nella solitudine. Nella solitudine d’una stanza, come nella solitudine d’una somma collina.. Nella sconfinata, assoluta, profonda, alta, stregata, incubosa, vespertina, invernale, vacua solitudine che s’aderge superba, che separa una morte dall’altra. Amavo e tutt’ora amo fumare in solitudine e absent-mindedness, quasi cercando un esercizio di souplesse. Nobile souplesse. Il mio esercizio spirituale mirava alla grandiosità, all’impressionante umanità dell’agire. Volevo che tutto fosse in me nobilmente umano. Ha mai visto una foto di me camminante? Prenda quella che hanno piazzato in capo alla prima edizione della Paga del sabato. Io ero un uomo serio. Io camminavo fiero. Camminavo come deve camminare un uomo che s’è dato il compito di sfidare la violenza metafisica dell’umanità. La gemma uscita dal raffinamento del mio spirito, la quale, peraltro, dubito sia mai giunta a solidificarsi, quella gemma, dico, doveva avere qualcosa di religioso e di sacro. Era sacro quel conato di vita contro la violenza, contro il male.

Intervistatore: Possiamo dire che lei abbia combattuto sia come partigiano che come scrittore.

Fenoglio: Possiamo dirlo. La mia casa…beh, ora non più, ma, quando l’abitavo ancora, era piena di carte, trasudava carte, era un oceano di carte, tuffate nei cassetti, sulle scrivanie, rintanate in armadiature infinite. Quante carte! E che pena ho procurato a coloro che si son presi la briga di fare ordine! Il partigiano Johnny ha dato non pochi grattacapi e… guardi guardi, ecco un residuo di cattiveria che non riesco a togliermi, non ho nessuna intenzione di mandare qualche segno per sciogliere la questione della datazione. Che fatichino anche loro. La fatica è un raffinamento dello spirito.

Intervistatore: Allora non è proprio così cattivo!

Fenoglio: Crede? Non sta a me pronunciare un giudizio ad alta voce. Quello che so è che io ho sempre giudicato fortemente me stesso, in silenzio, privatamente. Combattei dunque, come si diceva, sia da partigiano, sia da scrittore. La lingua che ho utilizzato nei miei romanzi è lì a testimoniarlo: non fu forse un combattimento quello? Una fiera battaglia? Sì, lo fu. Volli in continuazione sfidare la mia pochezza, per sentirmi completamente uomo, un uomo nel senso che prima abbiamo detto. Mi piacque raccontare l’entrante inverno del ’44, l’assenza lunga del sole, sputare su quell’appello del generale Alexander. Affondai nell’abisso della disperazione quando rifilai a Ettore quel sontuoso mal di gola, più fastidioso del fascismo, e  poi lo feci catturare dai repubblichini. Godetti nel far emergere tellurico quel mio Johnny, solo di fronte alla leviatanica solitudine dell’inverno. Oh, che fierezza! Che dolcezza gelida! L’uomo che supera l’uomo, che combatte in uno stato elementare! Lo vede il mio naso?

Intervistatore: Certo, lo vedo.

Fenoglio: Bene. È un naso esagerato, una palla di carne posticcia, una concrezione di cartilagine, un naso robusto, acropolico. Mi piace pensare che sia venuto così per il gelo, per la vita grama del partigianato. In sostanza, quel più di carne che, quando mi specchio, mi sembra non mia, amo pensare che sia cresciuta in quei mesi in cui fui meglio di me stesso, in cui passai il segno della mia miseria.

Intervistatore: Forse lei è un po’ troppo severo…

Fenoglio: Non lo si è mai abbastanza. Per questo motivo combattei aspramente con la mia scrittura: per raffinarla, per mandarla oltre. Ho scritto sempre with a deep distrust and a deeper faith. Ma ora vada, ché altro tempo non ho, sebbene qui il tempo sia infinito. L’infinità, anzi, mi fa male: m’ha messo in bocca questo tono asseverativo, che prima non ebbi mai, giacché in vita parlavo poco, e solo con gli amici fidati. In questo tempo eterno, la mia pochezza si fa sempre più vasta, e io ne soffro, ne soffro terribilmente.

4 Risposte a “Piccola intervista impossibile a Beppe Fenoglio”


  1. 1 Franco Burzio Gen 29th, 2012 at 5:01 pm

    Ho letto con interesse l’intervista, da appassionato lettore di Fenoglio, devo ammettere che le risposte potrebbero essere scambiate per autentiche.
    Essendo originario di un paese limitrofo alle Langhe (Pralormo), vorrei aggiungere che la forza dello scrivere di Beppe è anche nelle descrizioni paesaggistiche, che per la loro precisione e per la loro poesia possono solo essere frutto di una conoscenza di prima mano. Così come lo sono le descrizioni dei suoi personaggi, le loro vite, l’intreccio dei sentimenti con la vita dura legata alla sopravvivenza economica. Un esempio su tutti Agostino (La Malora) è uno dei ragazzi che, fino al miracolo economico degli anni ’50, erano costretti a lasciare le colline e ad andare a lavorare come braccianti (in piemontese i vachè, i vaccari) nelle più ricche aziende agricole della pianura, erano considerati alla stessa stregua di animali da soma, addirittura valutati e analizzati alle fiere di paese, che si tenevano in primavera, nelle loro caratteristiche fisiche e nella loro indole per capire se fossero o meno robusti e di buon comando.
    Ma adesso per fortuna c’è il vino, il turismo enogastronomico e la Ferrero, in molti pero’ si sono dimenticati quei tempi e le loro origini, forse, ma ne dubito, è un bene.
    Ci sarebbero moltissime altre considerazioni da fare su Fenoglio come uomo e come scrittore, meriterebbe più attenzione anche da parte dei programmi scolastici, ma forse non essendo allineato politicamente alla sinistra e essendo anche abbastanza critico contro la Chiesa, non è un buon esempio da seguire per entrambe.
    Un saluto, continuate a fare conoscere Fenoglio!

  2. 2 Antonio Maddamma Gen 29th, 2012 at 5:31 pm

    Grazie per il commento, Franco. Lo faremo senz’altro. D’altronde meriterebbero di essere conosciuti molti scrittori nati nei primi decenni del secolo scorso (Giuseppe Dessì, Libero Bigiaretti, Carlo Bernari, ecc…), che raggiunsero la loro maturità artistica nel secondo dopoguerra.

  3. 3 Giacomo Verri Gen 29th, 2012 at 10:22 pm

    Grazie mille, Franco, per l’attenzione prestata e per l’apprezzamento espresso. Io non sono langarolo (sono comunque piemontese, di Borgosesia in Valsesia), e quindi ricevere delle belle parole da un uomo di Langa mi fa molto piacere.
    E’ vero che il cuore delle descrizioni e delle narrazione di Fenoglio è tutto racchiuso nel mondo pre-miracolo economico e tuttavia, forse, se ci guadiamo dentro possiamo ancora trovare qualche lacerto di malora passata; e non è un timore il mio, ma direi quasi un augurio! Ci servirebbe a valutare meglio i limiti nostri, e ci spingerebbe a volerli superare.
    Ad ogni modo continueremo a far conoscere Fenoglio e dunque anticipo che il 1 di marzo, in occasione dei 90 anni dalla nascita di Beppe, sarà on line un nuovo approfondito intervento.
    Grazie allora, e alla prossima!

  1. 1 I racconti partigiani di Giacomo Verri sul Sole 24 Ore at LibriSenzaCarta Pingback su Apr 21st, 2016 at 1:32 am

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