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Buoni maestri

Buoni maestri

Racconto di Giacomo Verri


Un uomo, sarà d’ottant’anni gremiti, poggia la bicicletta al muro del cimitero, toglie dal cesto un mazzolino di garofani e, fatti cento passi, quanto basta per guadagnare il ciglio della strada comunale, piega il vecchiume delle ossa, dando l’effetto d’un fagotto nero-marron su cui staglia il bianco-rosso dei fiori.

A dire il vero, che una bicicletta acculata al muro ci sia sul serio, non so confermare. Ch’abbia fatto cento passi, o mille, neppure. È che ho visto quest’uomo piegato a un cippo, l’ho visto, mentre passavo in auto, e l’immagine che ne ho, l’unica, è quella d’un padre andato a un figlio.

A ritorno dal lavoro, pur che è tardi e già un po’ buio, fermo la macchina nel breve vialetto che scende al cimitero, lasciando i fari puntati sull’intonaco, come a volermi dire che è solo un vizio, il tempo d’una pisciata senza spegnere il motore, nel tubo dei fanali le righette d’acquerugiola. Mi chino, come l’uomo di questa mattina, al cippo che vien su davanti a una rete di rami che vanno come chiodi nel cielo. Prima d’oggi non ci ho mai fatto caso, né in inverno, come adesso, né in estate quando il ciglio della strada è gonfio di siepe. Quel vecchio grigiolato, mi dico, è stato un fumo che rivela il fuoco.

Avanti il cippo pende, a sinistra, il bouquet di garofani fresco d’un giorno e, dietro, albeggia un viso appena fatto, luminoso, a mezzo tra il ragazzo e l’uomo. Non ricordo altro. Risalgo in auto, avvolto in una nube di calore, le luci morbide della plancia, un filo di radio che sale dai piedi.

Non so dire se più affascinato da quell’immagine d’uomo piegato al cippo, o se rincresciuto per non aver mai dato attenzione al ragazzo della foto, fatto è che mi riprometto di voler seguire il dialogo tra il vecchio e il giovane: avrò cura di notare la salute dei fiori per sapere se vengono sostituiti di frequente; se una bici sarà fuori dal cimitero me la figurerò come quella dell’uomo, sempre che l’uomo ne abbia una; la neve calpestata, qualora scendesse, sarà per me segno d’una visita; così, in estate, i rami troppo lunghi, tranciati per non coprire il volto in fotografia. Se poi incontrerò l’uomo…

C’è anche una donna che fa visita ai garbati occhi giovani, al candito volto. Da lontano pare dolce e gentile, ma vista più dappresso è un po’ vipera ed esaltata. Pomeggiano di rosso le guance. Nel ricordo, tuttavia mi diventa vizza e vincente la morte in magrezza. Può avere settanta, ottanta o pure novant’anni. Quindi non so dire com’è, perché è in mille modi. La scorgo per la prima volta ch’è inverno pieno, e gli alberi e i monti intorno sono smagriti dal gelo. È il tramonto e, guardando a oriente, nel verso in cui c’è da mettersi per vedere in faccia la foto del giovine, il cippo è quintato da un prato lungo, poi dal fiume, che non si vede, e infine dall’enorme Monfenera che ha il profilo ben disegnato d’un panettone grande e d’embrici grigi. In quell’ora l’erta del monte, fuori dalle dolomie ladiniche, è coperta d’un color tango smorzato che dà un poco di vigore al pelo corto e rovinato degli alberi nella morta stagione.

Un giorno lui e lei si incontrano al cippo: è la prima volta che li vedo insieme. Lui arriva che lei è già piegata a sistemare con la grazia che solo le donne sanno mettere. Lui, prima che lei s’accorga, scosta gli occhi e sale con l’anima in punta al monte, rallenta il pedale, considera le mani arricciate da ogni po’ di vento gelido. Lei è minuta, lui enormeggia su una bici piccola. Sono sicuro che lei lo abbia visto, ma fa mostra di non essersi accorta di nulla, e così lui, tornato giù dalla vetta, le va in giro sulle sottane, sulle braccia, sul petto, sul viso.

Quando lei si leva dal bel volto del cippo, lui è già andato a sistemare la bici al muro, cura che non cada, ci mette un sacco di tempo come sperando che, una volta voltato, lei sia scomparsa. Invece lei è lì, lo saluta e gli sorride. Parlano, ma io dal chiuso della mia auto non sento niente.

Le stagioni sono passate e io ho seguitato a spiare i due, con fresche maniche di camicia, lui, nel pascore, nella gonfia estate, lei, con la pelle imbrunita come da un sole di Persia, nei lenocini cromatici dell’autunno, nel graffio dell’inverno, ingarbugliati in una rete di pioggia o spremuti in testa dalle lunghe dita del sole d’agosto; nei lacrimevoli tramonti e nella salutevole guardatura del sol levante, nei momenti più scialbi del giorno e in quelli in cui i colori fanno le accostature migliori: il liscio volto della foto,  quello di Carlo ***, eroico ventiquattrenne che sessantacinque anni or sono lasciò lì se stesso in cambio di alcuni piombi usciti da un MAB 38, è sempre rimasto impassibile. La sua storia, che ho appreso dalle smilze colonne d’una pubblicazione di Casa di riposo, oggi muffita, ma allora guizzante di liberazione – in testa porta la data del 23 giugno quarantacinque – è presto detta: Carlo, detto il ‘Pieveloce’, appartiene alla squadra di Taglioretti. Nel buio mattino scende, con due compagni, a Serravalle per farsi scorta di carta e cartine per sigarette. È di quelle mattine di vetro in cui il partigianato s’è fatto abitudine e non si cura, Carlo, di calpestare a fondo il ghiaccio, di farlo urlare, né di costringere i granelli di pietra a gracchiare sotto agli scarponi. Una fiducia tumida lo guida. Andando via da Crevacuore s’è lasciato alle spalle l’abbuiato telo del cielo e ha camminato verso l’arancione in orizzonte. Alla cartiera di Serravalle i partigiani si servono del necessario, caricando gli zaini appena vuotati da alcune copie della Stella Alpina, il numero di Natale, che distribuiscono tra gli operai. Chiedono un furgone per venir via ma, nel baccano dei macchinari, chi potrebbe darli dice che i mezzi sono fuori. S’avviano. Adesso il sole sta a loro sulle schiene quando, attraversata la piazza, s’immettono nel lungo tubo del corso spaccato dal gelo. Gli zaini tirano le spalle, e loro camminano tenendo negli occhi le gambe di certe addette alla macina degli stracci. Il Pieveloce guarda leggero l’editissimo campanile che va nei monti, e poi nell’azzurro, le rocche dei camini che dan fumi sempre più sottili, le ultime pellicole di neve che stan sui coppi in ombra e, in fondo, il monte Tovo aperto e spelacchiato: cammina e si tiene la destra guantata intorno al naso, probabilmente per trattenere il profumo di carta che ha preso sotto il tetto dentato della fabbrica, gli passano negli orecchi i micidiali tuoni dei macchinari, negli occhi le innumeri carte vedute, quella per affissi, per asciugamani, banconote, carte bicolori, canapine, cartoline postali, carte per cianografia, colorate varie, copialettere, filtri, gelatine per riflettori, carte per giornali, carte goffrate, per imballaggi, monolucide, paraffinate, patinate per illustrazioni, pergamene, carte per quaderni, a mano, manomacchina, registri a macchina, carte per sigarette, carte mezzo fino bianche, carte mezzo fino colorate, carte per elenchi telefonici, carte per ciclostile, supporti per carta patinata, carte e cavi energia, carta da parati, carta pigmentata, cartoncino, carte trasparenti, carta per cavi telefonici, carta per cerini, carta vergatina, carta stampa offset con pasta legno e senza, carta per diazotipia, carta india.

Gli sparano in mezzo al collo quando ha ancora il profumo di carta nel naso, l’unico che gli dà un po’ di calore. La sparatoria seguita pochi minuti, all’altezza del casello numero quattro, al ponte del canale, verso Bornate. È la X Mas che fiorisce di fuoco dietro la siepe di mirto. I compagni di Carlo, scaricata una Berettina, si mettono nel bosco. I fascisti frugano con le zampe nella persona rotta di Carlo: se ne vanno col portafogli e gli scarponi caldi. Lui sta lì col naso pieno di profumi a incielarsi e la bocca aperta a sospirare in eterno.

I motori rombano furiosi come solo in inverno succede, forse perché hanno da combattere contro il gelo che li vorrebbe paralizzare. Ce la fanno. Prendono l’abbrivio e partono. Il silenzio del cielo, dopo, s’atterra e va sul corpo di Carlo. I compagni sentono rinascere il bisbiglio del canale, l’aria è appena velata da un filo di balistite. Rompono sotto ai piedi lo strepito dei rami intirizziti dall’inverno. Prendono Carlo morto, come fosse vivo. Lo prendono in fretta per trarlo in salvo: cigola il cancello nero e faticoso, come si addice a un cimitero. Il corpo lo mettono su una tomba di famiglia che, a figurarselo oggi, fa l’effetto d’un monumento ai caduti in Russia, con uno straccio di soldato rannicchiato nel gelo.

Dei due, ho prima conosciuto di persona lei: espansiva, travolgente, fiera: i suoi ricordi sono leggeri come falispe di neve e gli scenari di guerra che lei dice sembrano usciti adesso di fiaba: quando racconta, la Valsesia di roccia, dura e aspra, non è più quella che io conosco, ma è fantastica e lieve anche nel freddo: mi vengono a mente le Très Riches Heures du Duc de Berry, le nevi di una volta, un  gelo comodo e eterno: quando parlo con lei, lei m’appare un essere straordinario, mitico, di quelli che hanno fatto la guerra, hanno vissuto esperienze irraggiungibili, da me remotissime: quasi non sento le parole, ma la guardo in volto, seguo i gesti, le espressioni: poi mi accorgo che è come me e provo amaro. Allora ricomincio da capo: lei è una di quelle donne che camminano nel codice dei Limbourg, che siede, che zappa, che fa la guerra.

Lei e lui non li ho mai incontrati contemporaneamente. Io vado a casa di lei o di lui, né lui vuol parlare di lei, né lei di lui. Ho pensato che si fossero amati, e poi fosse accaduto qualcosa di terribile, più terribile della guerra. Forse lei amava Carlo, lui era geloso e la morte ha confuso tutto. Li spio dalla macchina, quando si incontrano al cippo: lei lo saluta cordialmente, non sembra aver livori. Ma lui ha qualcosa: la strombatura degli occhi vecchi si fa più fonda, la guarda balogio, a volte rallenta, a volte s’affretta, fa sempre qualcosa di brusco, stizzito le cento volte, non intendendo lasciar campo alla donna. Se lei è avanti, lui spinciona, grugnisce, pinza le labbra. Non parla: quando ha il dispetto che gli scende in bocca, il più delle volte non ce la fa a mandarlo fuori e lo surroga in una bavetta bianca che si forma di lato alla commessura labiale. Solo a quel punto dice qualcosa – penso – qualcosa di dolce, perché lei la vedo sorridere. Poi, non più le potendo dire, va via, gambalesta, pigiando la pedivella.

Lui l’ho conosciuto in cucina, al piano terreno d’una casa alta che sembra mettere tutto il peso su quel povero ricovero di stoviglie. È una casa venuta su dopo la guerra, tra la fine dei Cinquanta e il principio dei Sessanta. Al piano di sopra c’è una camera, un letto, uno specchio, una cassettiera, due foto. Un bagno è a fianco della camera. Sotto, sul retro della cucina, un cortile baraccato, dove lui spacca la legna. Se parla, parla seduto in cucina, accanto alla finestra, come un cieco andato lì a pescare un po’ di luce. Lui ha di Carlo alcuni oggetti, me li mostra scavicciando una lipsanoteca di tolla in cui le reliquie vi sono poche e sparse: una foto di Carlo composto nella bara, la stella alpina di fiero metallo, un accendino d’argento, la carta d’identità, il foglio di prelievo di quel giorno in cartiera. Mi porge la scatola senza estrarre nessun oggetto, come a vedere se io riesco a trarne una storia. Io li prendo a uno a uno come lacinie d’un opera antica, sperando di largovedere e, infatti, mi ghermisce un senso di sacro e di lontano. Lui mi guarda come se non credesse a niente.

Lei si chiama Amaranta, lui Desolino. Converso con entrambi. Mi raccontano la guerra con quella impressione di stare in vita solo per raccontare. Gli stessi episodi. Ma… lui dice di forze in lotta, il bene e il male, con un feroce primato del male… e il suo racconto si perde, come i torti chiodi dei rami s’inmillano nel bosco. Lei parla di eroi, mette un sorriso su dolori e fatiche, conta di una volta che ha camminato sette ore per portare un messaggio – lei, la staffetta Amaranta – è arrivata che era buio, il comandante le ha dato un bacio, e nel piatto c’era un pezzo duro d’arrosto, con attaccati ancora dei peli di lana, perché la carne la tenevano in un saccone. Riesce a mettere un sorriso anche sulla morte di Carlo. E la raccontano diversa: lei una dura teleologia, lui una malata decombinazione dei possibili.

Amaranta ha una casa larga e allegra: mi mostra nella luce del salone una sua foto da giovane, in posa da canefora con le frutta dell’estate in capo. Mi invita a guardare bene, a guardare come era bella. Più che bella, penso io, è una donna, ed era una ragazza, che esplode, rossa in viso, occhi mobili, vestita sobria ma sempre con un’aria di indomenicatura. Parla dei suoi comandanti partigiani come di eroi, di amanti, di giganti, di antiche autorità, di giovani imberbi da medicare, di sognatori. Quando penso che alcuni di loro sono morti da poco e che avrei potuto conoscerli, mi mordo le mani. Poi però, dico, è più bello ciò che posso imparare dal personaggio che dall’uomo. Lei mi accompagna alla porta e, strappandomi la promessa d’andarla ancora a trovare, mette altre parole sulla sua giovinezza con vantaggio di sé e, come crede, della storia che va raccontando.

Ho capito qualcosa. Che Amaranta è a Desolino rompitrice d’una norma di sussiego partigiano. Lui è un eroe che tace e forse ha sempre taciuto troppo, dal giorno in cui s’era caricato in spalla Carlo e l’aveva adagiato su un marmo al cimitero. Lei, invece, appulcra le parole di lui e non solo. Cambia i modi e i tempi dell’azione, falsifica, stravolge. La fa bella, sembrando dire che la causa vuole così, non la causa politica, ma la causa dell’uomo e della vita. La vita ha bisogno di belle storie. Amaranta inventa una storia vera ogni giorno.

Resto a chiedermi una cosa: chi di loro – Amaranta, Desolino, Carlo – sia il miglior maestro. E un’altra: quale di tanti racconti che ho riuniti, tutti diversi e in contraddizione, sia il più bello.

***

L’autore dice di sé…

Giacomo Verri: n. a Borgosesia (Vercelli), 1978. Insegno Lettere alle medie. Laurea con il Prof. G. Zaccaria (Univ. VC), tesi su U. Eco. Sto frequentando Dott. di Ricerca (VC). Articoli: “Baudolino. Dal riso alla menzogna: un altro modo di sognare il Medioevo”, «Otto/Novecen­to», 2/2010; Segnalazione di G. Torelli, Paesaggi. Storia e leggende in Piemonte, pres. di G. Zaccaria, Interlinea, 2010, in «Novarien» (39); “Due scritti valsesiani di A. G. Cagna: Boccioleto e Valsesia”, apparirà in «De valle sicida», XXI, 2011.

e-mail: giacomo.verri@alice.it

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