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Intervista su Jack London

In occasione della tre giorni su Jack London, “I giorni di Jack”, che si terrà a Torino presso il Circolo dei Lettori nei giorni 27-28-29 marzo, abbiamo intervistato il principale ideatore di questa rassegna Davide Sapienza, che ci ha gentilmente offerto la sua disponibilità.
Sapienza ha da poco tradotto, in una nuova versione per la Mondadori, Martin Eden, il famosissimo romanzo di London di cui quest’anno ricorre il centenario, che uscirà nelle librerie il 17 aprile prossimo.

Jack London - Martin Eden

– Raccontaci del tuo approccio a Jack London, quando e come è avvenuto.

London è un autore che si incontra per forza nella vita. Per me è iniziato come per tutti: da bambino. Ma la vera scoperta è avvenuta all’inizio del secolo, rileggendo proprio “Il richiamo della foresta” e poi “Martin Eden”, e da lì anche molto grazie alla rete ho preso contatti con studiosi contemporanei di altissimo livello in USA ed è iniziato un percorso. Mi colpì una recensione su Specchio de “I Diari di Rubha Hunish” (primo libro di narrativa di Davide Sapienza n.d.r.) che coglieva le mie “letture” e diceva che la mia scrittura era di quel livello. Parlo di cinque anni fa: fu molto incoraggiante. Da lì sono iniziati alcuni studi che mi hanno fatto scoprire un universo immenso, direi quasi incredibile contando che London è morto a meno di 41 anni e sembra abbia compiuto il lavoro di cinque uomini. Devo anche dire che in me è rimasto inciso profondamente un saggio del professor Maffi che studiai a Lingue a Milano in Statale nel 1983-1984. Maffi è veramente un grande studioso di letteratura americana, con una forza innovatrice fuori dal comune. Immaginate l’emozione ad essere il 27 marzo prossimo di fianco a lui a parlare di “Martin Eden” e di Jack London…

– L’uomo e lo scrittore, si può parlare di due elementi inscindibili nella vita di Jack London.

London era uno scrittore esperienziale. Lui lo diceva: “io non ho fantasia”. Era ovviamente un’esagerazione ma anche i racconti più fantastici e non razionali, non meccanicisti, hanno un’implacabile logica londoniana che costituisce un vero e proprio apparato intellettuale – parlo de “Il vagabondo delle stelle”, parlo di “Prima di Adamo”, “Il tallone di Ferro” e parlo di tanti racconti (si veda “Il rosso” incluso nel recente “Cacciatore di Anime” da me curato per Mattioli1885) dove riesce a creare un mondo azzardando ipotesi studiate in realtà da grandi uomini come Carl Jung, una delle più grandi figure della storia del pensiero umano.

– Quando e come è iniziato il tuo lavoro di traduzione su London?

Il primo lavoro me lo ha proposto Paolo Cioni alla Mattioli1885. Dopo un piacevolissimo incontro con lui e sua moglie Nausicaa qui in montagna a casa mia, nel 2006, abbiamo fatto una sorta di piano di lavoro. Loro avevano già pubblicato una splendida edizione de “Il viaggio dello Snark” (durante il quale Jack scrisse in sette messi circa il “Martin Eden”, mica noccioline…) e le idee erano e restano tante. Paolo mi propose di mettere insieme le due versioni di “To Build A Fire” e la prima curatela “d’autore” fu quella di scegliere una traduzione davvero diversa di un racconto famosissimo. Leggendo la mia prefazione si capisce perché è “Preparare un fuoco”. Uscito nel febbraio 2007, attesi a tradurlo dopo essere stato nello Yukon. Perché io sono, come London, uno scrittore esperienziale.

– Nell’ottobre del 2006, appunto, hai fatto un viaggio nelle terre dello Yukon, in Canada, sulle tracce di Jack London e dei luoghi da lui visitati nell’anno 1897/98, ci vuoi raccontare di quell’esperienza, delle sensazioni che ti ha lasciato e di come ha influito sulle tue conoscenze e sul tuo lavoro su London?

Il viaggio nello Yukon ha davvero colpito il nucleo di tutto me stesso e di come percepivo la wilderness da lontano sino ad allora. Forse perché quell’anno andai a fare prima una traversata nelle nevi selvagge dell’inverno nel Dovrefjell, Norvegia centrale. Poi vissi alcune settimane con una famiglia Inuit a Iqaluit, Nunavut. Un anno incredibile e lo Yukon ogni giorno, da allora, mi parla. È tutto raccontato nel reportage che scrissi per La Stampa su SPECCHIO (che si trova anche sul mio sito in www.davidesapienza.net/nuovi_scritti.html): lo Yukon è uno dei quei luoghi della terra ai confini della realtà – dove siamo in tanti a vivere il nostro grande viaggio dello spirito e della vita. Dove abita Jack London. Dove abita La Vita.

– Un altro viaggio si è poi ripetuto l’anno successivo, quando nell’ottobre del 2007 hai visitato la fattoria di London in California e hai avuto il privilegio di poter visitare il suo archivio e accedere ad alcuni manoscritti originali e a documenti rari. Ce ne vuoi parlare?

Questo è stato un viaggio diverso. Le docenti universitarie Susan Nuernberg e Jeanne Reesman Campbell mi hanno aiutato a richiedere l’autorizzazione di vedere gli archivi della Huntington Library, cosa difficilissima da ottenere. E lì ho potuto vedere cose bellissime. Sono stato a casa di London, ho conosciuto Milo Shepard il nipote ancora vivente figlio della sorellastra di Jack, Eliza, con la quale era legatissimo e che gestiva il Beauty Ranch di Glen Ellen e gli oltre 50 dipendenti della tenuta agricola. Shepard mi ha fatto vedere le edizioni originali che Jack regalava alla sorella, le dediche sono commoventi. Davvero. Jack era una simpatica canaglia, e lo capisci ogni volta che entri in contatto con un pezzo della sua vita. Per le visite al ranch e gli incontri devo tantissimo a Lou Leal. C’era anche Cristina (Cristina Donà, sua moglie e nota cantautrice n.d.r.) ed è rimasta completamente conquistata da Jack.

– In quell’occasione hai visitato la California per un motivo ben preciso, ovvero l’invito ricevuto dall’ALA (American Literature Association) a partecipare ad una conferenza sul Naturalismo, in cui hai presentato una tua relazione sul Naturalismo in Italia. Quale atoledo è stata l’occasione per quell’invito e che tipo di esperienza è stata?

La professoressa Susan Nuernberg dell’American Literature Association rimase colpita dai nostri scambi di idee su London e in particolare dalla visione della wilderness di uno scrittore italiano poco italiano, “fuori genere”, come mi definisce Raoul Montanari in una sua recente recensione. C’era un simposio sul Naturalismo, e fui invitato, unico straniero e unico non accademico, con uno scritto preparato appositamente, “Who Killed The Italian Wilderness?” in inglese (a breve uscirà per una rivista universitaria americana la versione in italiano di questo che è uno dei migliori saggi che ho scritto, a mio avviso). Tra il pubblico c’erano Earle Labor, grandissimo studioso londoniano, e James Nagel, presidente della “Hemingway Society”, autore di decine di libri e professore anch’egli. Dopo, ci fu una bellissima conversazione e fu Labor a suggerirmi di studiare bene “Il rosso” e “Il figlio del mare”, che sono diventati “Cacciatore di Anime” in libreria da un mese. Cioè, il London junghiano.

“I Giorni di Jack” è la rassegna da te ideata per celebrare il centenario del romanzo di Jack London “Martin Eden”, che sta per uscire per Mondadori con la tua traduzione. Si tratta di una rassegna molto varia, volta a celebrare il personaggio London nella sua interezza piuttosto che il singolo romanzo. Quale è stato il filo conduttore, se c’è stato, che ti ha portato all’ideazione di questo progetto?

È stato Andrea Mosconi del “Circolo dei Lettori” che mi scrisse una mail bellissima dove diceva: “voglio invitare Jack London al Circolo dei Lettori di Torino” e scriveva, era l’aprile 2008: “credo di avere in comune con te un’idea di speranza, che ha a che fare con l’impresa titanica di accendere un piccolo fuoco nel pieno del gelo“. Come vedi, Jack London è un vero e proprio codice di comunicazione. Uno spirito, una vita che non muore mai, per citare da lui. Con Andrea si era lavorato a un progetto ambizioso lungo una settimana e avevo avuto anche l’ok da Earle Labor di partecipare. Poi la mannaia dell’amministrazione pubblica ha dimezzato i finanziamenti a istituzioni importanti e vitali come il Circolo, e abbiamo ritarato il lavoro su tre giorni, cercando di utilizzare filoni già conosciuti in chiave nuova. Chi verrà, capirà cosa intendo.

– Oltre a incontri, conferenze, letture per bambini e concerti, nei giorni della rassegna è prevista anche una pantomima musicale sul romanzo “Il Richiamo della Foresta”. È un nuovo modo, che si va affermando, quello di presentare i testi letterari abbinando la performance scenica alla reading, come è nata l’idea di questa particolare performance e che ne pensi in genere di questo tipo di rappresentazioni?

Credo siano manifestazioni di creatività importanti, e anche qui, in perfetto spirito londoniano, simbolo di libertà espressiva assolutamente fuori dalle briglie polverose e scricchiolanti della parte peggiore dell’accademismo e dei palazzi del pensiero vuoto, dove abitano gran parte della critica letteraria e degli “studiosi” così avvitati su se stessi e sulle loro nozioni che non riescono mai a trasformare in vera conoscenza per tutti, come invece fanno persone quali i docenti citati sopra, incluso Maffi.

– Ci vorresti anticipare, in esclusiva, qualche dettaglio dello spettacolo “Il Silenzio Bianco”, con Francesco Garolfi?

Il titolo è quello del suo famoso racconto dello Yukon. Ma i testi sono estratti da vari libri – solo una breve pagina sarà presa dagli scritti del Grande Nord – per creare un percorso di “individuazione psichica” di London. E con Francesco, oltre a sue composizioni strumentali, lavoriamo molto con gli strumentali di Daniel Lanois, grandissimo artista e produttore (come dello splendido nuovo album degli U2 ad esempio) al quale ho anche spiegato questo uso che faccio della sua musica assieme a Garolfi durante un’intervista di recente (la troverete su Il Mucchio in edicola ad aprile) ed era affascinato, molto. Una sorpresa anche per noi, che stiamo ancora provando lo spettacolo.

– In che modo, come scrivi, Jack London può considerarsi un rocker ante litteram?

Semplice. Viveva la sua vita con attitudine: lo scrive ne “La crociera dello Snark”, dice, la mia filosofia è semplice: mi piace, lo faccio. E viveva ogni minuto pienamente, come fosse l’ultimo della sua vita. Andò on the road e scrisse “La strada” mezzo secolo prima di Kerouac. Veniva da una famiglia povera, non aveva nulla. Era povero, ma ricco, un vero “magnate della forza delle idee e delle pulsioni.”

– Tornando a “Martin Eden”, il romanzo contiene una critica feroce nei confronti del capitalismo e della società dei consumi, critica peraltro ricorrente in diversi lavori di London. Un tema di estrema attualità, va detto…

Si. Ma è soprattutto la condanna del capitalismo. Nella lettera inedita del 1910, molto importante perché dice cosa è e cosa non è questo straordinario libro, Jack scrive al San Francisco Bulletin: “ho fatto il ritratto di un Individualista dapprima caratteriale, e solo in seguito intellettuale. Martin Eden era un vero individualista estremo, di tipo nietzschiano. Ma passiamo alla mia parabola, che credevo di aver espresso lucidamente nelle pagine di questo romanzo. Essendo un Individualista, completamente all’oscuro dei bisogni altrui e dei bisogni collettivi del genere umano, Martin Eden vive solo per se stesso, combatte solo per se stesso e, se così vi pare, muore solo per se stesso”.
Durante il lavoro di cura, durato moltissimo tempo, ho individuato talmente tanti riferimenti da far completamente cambiare nella mia mente la percezione di un libro, e la sua conoscenza, persino il suo significato, letto altre tre volte in vita mia.

– Proprio per la reading conclusiva, “Il popolo dell’abisso”, sui diseredati e sul socialismo, interverrà Vinicio Capossela, come sei riuscito a coinvolgerlo e come si svolgerà la sua performance?

Ho contattato Capossela grazie all’amico giornalista Luca Bernini, che lavora con lui sulle iniziative artistiche particolari alle quali ci ha abituato. Volevo coinvolgerlo, tre ore dopo averlo chiamato, Luca mi chiama e mi dice: “Vinicio c’è. Dice che leggerà “Il popolo dell’abisso” e poi si vede.” Ecco, ancora una volta, Jack London è un “codice di comunicazione”. Cosa farà Vinicio la domenica sera? non si sa. Questo è il suo bello!

– Tratto caratteristico di London è quella sorta di miscuglio tra individualismo, ben rappresentato dalla lotta per la sopravvivenza a cui segue l’affermazione del singolo (tema che si può trovare anche nei suoi racconti sul Grande Nord), e idee socialiste, espresse con grande forza nei romanzi di denuncia sociale come, appunto, “Il popolo dell’abisso”, “Il tallone di ferro” e la raccolta di saggi “Rivoluzione” (che tra l’altro tu stesso hai tradotto per Mattioli1885), idee nate dalle dure condizioni di vita in cui London stesso è cresciuto, ma anche dalla sua particolare empatia e sensibilità verso gli umili e i più deboli.
Questo aspetto del pensiero di London è spesso stato visto come ambiguo e contraddittorio e gli è valso non poche critiche negative, che lo hanno portato ad essere accusato di incoerenza, immaturità e confusione di pensiero.
Secondo te, come si spiega questa dicotomia?

In due parole: non è una dicotomia. È semplicemente la varietà dell’unus mundus, nell’unus anima di tutti noi. Per noi che scriviamo, queste sono spesso seghe mentali dei critici. Per chi legge, diverse sfaccettature della stessa espressività. Lo scrittore per definizione deve essere politicamente scorretto, deve saper dire nella stessa frase tutto e apparentemente il suo contrario: deve sfidare in campo aperto la mente e il cuore del lettore. Perché il vero scrittore è quello che vive, non quello che si masturba chiuso nel suo studiolo fumoso e tra le fumose pagine di libri che utilizza per confermare a se stesso le proprie teorie senza mai testarle sul campo. Cioè, nella vita. Cosa che London invece faceva eccome.

– Cos’è o chi è oggi “Il Tallone di Ferro”?

Un libro non più profetico. Ma il manuale che spiega la situazione che ha portato al crack economico e alle oligarchie perfezionatesi nel corso del ventesimo secolo nella propria capacità di diventare metastasi spirituale del mondo. Lo leggessero i politici, forse inizierebbero a dirsi la verità invece di raccontarsi le solite cose. Forse imparerebbero a capire di aver venduto l’anima, il corpo e anche i propri cari al dio denaro.

– Passando ad argomenti più positivi: l’amore in Jack London. Si può definire London un “romantico”? Nel senso più nobile e non stucchevole della parola. Personalmente, ho trovato in London passi di struggente e commovente bellezza, come quando nel racconto “All’uomo sulla pista” scrive:
“… e tutti videro le sue mani tremare e i suoi occhi assumere una dolcezza particolare. E così, da una mano callosa all’altra passò la fotografia di una donna con un bambino al petto, il tipo di donna fedele e affezionata che uomini del genere sognano. Chi non aveva ancora visto quella meraviglia mostrava tutta la sua curiosità; chi l’aveva già vista si fece silenzioso riandando con la mente al passato. Erano uomini in grado di affrontare i morsi della fame, le fitte dello scorbuto, la morte rapida sulla terra o nelle piene: ma l’immagine riprodotta d’una donna e d’un bambino sconosciuti li rese tutti donne e bambini.”

Romantico o meno di sicuro London spesso nei suoi libri – incluso “Martin Eden”, e persino in “John Barleycorn” quando parla della “Bianca Logica” – ci fa capire che non potrà mai cedere al cinismo di fondo di una certa ideologia. Inclusa quella di tanta sinistra, alla quale manca totalmente profondità di cuore, spirito e in definitiva, un senso “religioso” e “sacro” della Vita che ha condotto alla situazione attuale. L’incapacità dell’apparato interiore di percepire quella Vita che London invece percepiva e descrisse benissimo in tanti scritti e romanzi che ci ha regalato.

– Per concludere: perché leggere London?

Perché è uno scrittore per il futuro.

Intervista di Valeria Bellagamba

Il sito internet di Davide Sapienza

11 Risposte a “Intervista su Jack London”


  1. 1 Andrea aka Pollicino Mar 28th, 2009 at 10:43 pm

    Bella intervista Valeria complimenti, ciao

  2. 2 Andrea Mar 29th, 2009 at 9:02 pm

    Dopo questa intervista non resta che riprendere in mano quei libri…

  3. 3 Valeria Bellagamba Mar 30th, 2009 at 11:03 pm

    Vi ringrazio per i vostri commenti.
    Il merito è di Davide!

  4. 4 DARIO PETROLATI Apr 3rd, 2009 at 4:38 pm

    Tempo fa
    ora non ho a mente date ed ore
    su Lo Spigolatore si tentò parlare del tallone di ferro
    mi pare la cosa non abbia suscitato scalpore e manco troppo interesse
    forse ci fu una persona che comprese con al sua solita umiltà e notevole cultura
    tanto per non far nomi l’amico Gianluigi Mazzufferi e ci intrattenne senza gridare ma facendo notare o meglio sentire Jack London a supporto di quanto apparso su Lo Spigolatore
    per il resto fu quasi silenzio
    ora ci si sveglia e finalmente esultiamo
    meglio tardi che mai
    sarebbe stato anche onesto precedere il post del blog di Franco Giannini
    tempo perduto o tempo ritrovato?
    dario.

  5. 5 Andrea Bacianini Apr 19th, 2009 at 10:03 pm

    Ho appena letto che Antonio Spadaro ha pubblicato un articolo dal titolo IL MONDO SELVAGGIO DI JACK LONDON sull’ultimo numero di La Civiltà Cattolica (2009 II 125-138 quaderno 3812). Questo è l’abstract.

    IL MONDO SELVAGGIO DI JACK LONDON
    Il Novecento ha visto emergere scrittori di grande popolarità ma di incerta fortuna critica. Jack London (1876-1916) è tra questi. Alieno dall’ansia della sperimentazione, egli è stato un narratore incostante ma di razza, attratto dal gusto di raccontare storie i cui elementi fondanti sono l’amore per la vita, il confronto con la morte, la prova, l’istinto, il dominio degli elementi, la consapevolezza della necessità di una compagnia, il senso della fragilità, la forza, il tentativo di comprendere il mondo e di conquistarlo. Nelle narrazioni del «Grande Nord» la natura selvaggia diventa il terreno per verificare i significati dell’esistenza: il confronto prova le motivazioni, saggia i cuori, facendo cadere ciò che non ha fondamento.

  6. 6 Valeria Bellagamba Mag 1st, 2009 at 9:55 pm

    Grazie Andrea!
    (risposta in ritardo….!)

    Antonio Spadaro mi piace molto come critico letterario. 🙂

  7. 7 Andrea Bacianini Mag 6th, 2009 at 4:47 pm

    Notizia fresca di giornata, è uscita la sua ultima fatica: Antonio Spadaro, L’altro fuoco. L’esperienza della letteratura, vol. II, Milano, Jaca Book, 2009, pp. 300.
    Dalla quarta di copertina:
    La parola poetica brucia ma non si consuma, rivelando una presenza permanente che la abita. Quando la parola è davvero «poetica» – cioè creativa – diviene come un biblico roveto ardente.
    Quando è letta, diventa attiva nel lettore, comunica la sua potenza espressiva, ma non si disperde, non si infiacchisce nella lettura: è un fuoco che il suo ardore rigenera (M. Luzi). E soprattutto non «divora» il lettore annullandolo, assimilandolo in se stessa. Il fuoco prodotto da selci brucia e consuma in sé.
    L’esperienza della letteratura invece è generata da un «altro fuoco», che infiamma ma proprio per questo potenzia. Ecco dunque la necessità di scoprire senza selci l’altro fuoco, come afferma un verso di Bartolo Cattafi.
    La vera esperienza estetica rafforza l’uomo, non lo annienta, come invece fa l’ideologia o la mistificazione. La parola poetica è una invisibile fiamma (O.Sedakova), che resta viva e lascia vivi. Anzi produce i suoi effetti lentamente, modificando nel lettore il suo modo di vedere il mondo, la realtà, la sua stessa vita.
    Chi di noi, infatti, non è stato influenzato, in un modo o nell’altro, da un personaggio di un romanzo o dal verso di una poesia? Chi non si è sentito «infiammare» da una parola poetica che ha legna da ardere / proprio al centro, legna da ardere intrisa / di resina (R. Carver).
    Il presente volume costituisce un percorso esemplare alla ricerca della letteratura che ha vento di fuoco, come scrive Alda Merini, in compagnia di grandi autori della letteratura contemporanea.
    Nel volume così si susseguono ritratti e figure che dipingono l’uomo come nudo nelle sue tensioni fondamentali, teso com’è tra nostalgia dei miti e scoperta del reale, attesa vigilante e viaggio avventuroso, dramma della vita e desiderio di scoperta, delusa desolazione e fresco stupore.
    http://jacabook.it/ricerca/schedalibro.asp?idlibro=3374

  8. 8 Valeria Bellagamba Mag 10th, 2009 at 2:38 pm

    Grazie Andrea.
    Sono parole meravigliose e totalmente condivisibili.

    Valeria

  1. 1 Martin Eden, marinaio ucciso dal successo at LibriSenzaCarta Pingback su Lug 4th, 2009 at 4:01 pm
  2. 2 Martin Eden, era un secolo at LibriSenzaCarta Pingback su Ott 18th, 2009 at 11:55 pm
  3. 3 Davide Sapienza » Blog Archive » Archivio News Pingback su Gen 4th, 2010 at 12:04 pm

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