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La poetica di Leo Ferré /4

La poesia di Leo Ferré, come tutta la “vera” poesia, ha questo dono, il dono della “bellezza” nel suo più alto significato. Ne sono esempi lampanti versi come questi tratti da “Les étrangers”:

Hai gli occhi del mare e il muso di una barca
I marinai è strano anche a terra sono in acqua
Tua madre ti ha cucito su una faccia da cane
Due brillanti che metti quando imbarchi il destino…

Versi che sono sublimi al di là dell’interpretazione che ad essi si potrebbe dare, versi che valgono da soli un’intera poesia, versi che infine, riportati nel loro contesto originale (cioè nella struttura della poesia che li contiene), acquistano ancora maggior valore, poiché allora ci sarà possibile anche interpretarli correttamente… e non solo il cuore, ma anche la ragione potrà godere finalmente della loro bellezza.

La produzione artistica di Leo Ferré, le sue canzoni, non sono classificabili in alcuna maniera, si tratta di canzoni variegatissime tra di loro, uscite dalla mente di un artista che faceva uso, senza far mai affievolire la tensione poetica, di uno stile colto e raffinato e di gergo popolare ed espressioni durissime che arrivano senza mezzi termini sino all’insulto e all’invettiva.
Resterebbe difficile accettare che versi come:

Il suono dell’arcobaleno
Sulla chitarra della vita
Un grido perso negli acuti
Di una canzone mai finita…

e questi altri:

e lo dico ad alta voce: bisogna decostituzionalizzare lo sperma
E portare la scomodità cucita sotto la pelle
A quei borghesi che, oltretutto, si permettono di godere…

siano usciti dalla stessa penna… risulterebbe difficile crederlo se non stessimo parlando di Leo Ferré, di un genio della poesia (André Breton lo annovera tra i maggiori poeti del secolo), di un caso unico nella letteratura mondiale. Un poeta nel cui stile si alternano, anzi, si mescolano e si confondono (poiché l’una, in fondo, è una componente dell’altra) violenza e tenerezza, e così troviamo tra le sue produzioni canzoni come “Pépée”, scritta nel giorno della morte del suo scimpanzé e ad esso dedicata con parole tanto dolci da far pensare alla perdita di un figlio.

Le mani come due racchette
Pépée
Ed io tagliandoti le unghie vedevo fiori sul tuo muso
[…]
Due occhi simili a lanterne
Pépée
Quelle che splendono nei porti
Quando l’avere occhi di scorta
Farebbe gola ai marinai…

E canzoni come “Le Chien”, dove egli afferma e ribadisce con veemenza la necessità che la poesia venga gridata, ed esalta il potere che la voce le conferisce

Noi abbaiamo con armi nel muso
Armi bianche e nere
Nere come il terrore che vi assalirà
Bianche come la nostra verginità.
[…]
Io non scrivo come De Gaulle o come Saint-John Perse
Io parlo e urlo come un cane
Io sono un cane

Ma queste canzoni non sono lontane tra loro come potrebbe apparire, poiché il filo conduttore che lega tutta l’opera ferréiana e che l’accompagna per tutto il suo protrarsi è sempre lo stesso: l’Amore, l’Amore con la A maiuscola, l’Amore per la vita, per la giustizia, per la libertà, l’Amore per lo slancio utopico ed illimitato, per il sogno di un mondo senza oppressioni di alcun genere. É lo stesso Ferré a dichiararcelo, quando in un verso de “La violence et l’ennui” scrive: “io sono un trafficante d’amore“.

Ed è proprio questo amore, questo smisurato amore per l’umanità, che lo porta ad essere spietato contro le ingiustizie, contro gli oppressori, e a scrivere canzoni come “Mon General”, contro De Gaulle, “Franco la muerte”, a causa della quale gli viene impedito di entrare in Spagna sino alla morte del dittatore, “Monsier Tout-Blanc”, in cui accusa il silenzio complice di Pio XII sull’olocausto, “Le Tango de Nicaragua”, i cui versi denunciano le torture che avvengono nelle prigioni di Castro a Cuba, e altre…

Ed è sempre lo stesso amore che lo spinge inevitabilmente a star dalla parte degli oppressi, dei repressi, dei perdenti, dei disadattati; l’amore libertario che lo porta ad odiare ogni autorità, a sostenere, nel suo ineguagliabile stile di provocatore, che anche l’andare a votare è un gesto di sottomissione. I versi finali de “Ils ont voté” recitano così:

In una Francia Anarchica
Io metterei questo letame in piedi
A fumare lo scrutinio di lista
Fino alla cicca del disgusto
E poi seduti su di una sedia
Un computer in gola
Canterebbero la Marsigliese
Con delle schede perforate

Ed è l’amore per gli oppressi, per il lato oscuro del mondo, per i cittadini di serie B, che dà vita alle parole di “Thank You Satan” (forte è l’eco de “Le litanies de Satan” dell’amatissimo Baudelaire, citato indirettamente anche nel testo della canzone), un ringraziamento ad un simbolico principe del male, in un rovesciamento completo e provocatorio dei valori borghesi correnti, dove quel che per i benpensanti è peccato, qui si trasforma in santità, dove un simbolico Satana è il solo a vegliare su coloro che dalla vita hanno ricevuto minor fortuna (un testo che ci riporta con la mente alle canzoni del “nostro” Fabrizio De André e ai temi ad egli tanto cari):

Per l’assassino che tu vegli
Mentre la forca già lo aspetta
Per il suo ultimo bicchiere
E per l’estrema sigaretta
[…]
Per quelle stelle che tu spargi
Nel pentimento dell’infame
E per il cuore che persino
Palpita in petto alle puttane
[…]
Per i poeti che tu accosti
Alle fanciulle più innocenti
Quando sospingono nell’ombra
Fiori del male adolescenti
[…]
Perchè non mi si renda muto
Perchè io canti anche domani
In questo mondo in cui i guinzagli
Non son più fatti per i cani
Thank you Satan

Ed è ancora l’amore, l’amore per la vita e per il creato, l’amore per le bellezze e gli splendori del mondo che non fa mai perdere a Leo Ferré la voglia, la necessità, la condizione primaria di un poeta, che come un sublimato vizio lo porta a vedere molteplici simboli e messaggi dietro ogni oggetto, dietro ogni azione, dietro ogni aspetto più o meno quotidiano della vita umana:

io vedo pianoforti su ventri di ragazze
Ed in occhi di bimba la stereofonia
[…]
io vedo tramvai blu
Su rotaie di pianto
Paraventi cinesi sotto il vento del nord
Oggetti senza oggetto e finestre d’artisti
Da cui escono il sole il genio e la morte

Quel dolce adorabile “vizio della poesia”, per il quale niente è quel che appare e dietro ad ogni parola se ne nascondono altre, come dietro ad ogni simbolo se ne celano diversi; quegli occhi puri di poeta che permettono a Leo Ferré di continuare a meravigliarsi dinanzi alla vita, al mondo e a ciò che gli si para davanti; quella meraviglia che è incantevolmente espressa nei versi di apertura di una sua canzone: “Io vedo il mondo come qualcosa di incredibile/ L’incredibile è ciò che non si può vedere…”

Ma che sia dolce e colto o blasfemo e arrabbiato sino all’invettiva, quello che Ferré ci ha lasciato è innanzitutto un messaggio d’Amore, di un amore illimitato e libero da qualsiasi ipocrisia, un amore tutto da sondare (l’importante è che la parola “Amore” sia piena di mistero e non di tabù, di peccato, di virtù, di carnevale romano intessuto di lussuria…), un Amore che forse ancora non siamo capaci di afferrare pienamente, ancora non è tempo di comprenderlo, perché, diceva Ferré: “io parlo di quello che sarà tra dieci secoli e metto le mani avanti…”

In rete: http://www.leo-ferre.com/

Nota: ogni anno, in giugno, presso il Teatro Calabresi di San Benedetto Del Tronto si tiene il “Festival Leo Ferré” (la prossima sarà la tredicesima edizione), organizzato dal “Centro Leo Ferré” della stessa città.

13 Risposte a “La poetica di Leo Ferré /4”


  1. 1 lucio Mag 14th, 2007 at 11:07 am

    non riesco a trovare niente di leo ferrè qualcuno può aiutarmi ?cerco qualsiasi libro,soprattutto traduzioni…

  2. 2 Gianluca D'Annibali Mag 14th, 2007 at 1:18 pm

    Ciao Lucio.
    Si, in effetti, come ho anche scritto nell’articolo, di Leo Ferré in
    Italia non si trova molto; si riescono comunque a trovare un paio di dischi tradotti e cantati quindi in lingua italiana e tre libri contenenti diverse traduzioni in italiano di poesie, canzoni e prose poetiche. Anche se si tratta comunque di nulla di esauriente al cospetto della sterminata testimonianza artistica lasciataci da Leo Ferré.
    Se vuoi te li indico via mail: gianluca.dannibali@virgilio.it

    Ciao e buona giornata.

    Gianluca.

  3. 3 Andrea Giu 16th, 2007 at 9:13 am

    Ieri sera al Caterraduno si è potuta ascoltare la versione di Ginevra Di Marco di “Les Tziganes” di Leo Ferrè (incisa nel cd “Stazioni Lunari prende terra a Puerto Libre” dell’autunno scorso).

  4. 4 Valeria Giu 17th, 2007 at 1:22 pm

    Ciao Andrea.
    C’ero anche io al concerto di Stazioni Lunari al Caterraduno. Veramente un bel concerto!

  5. 5 Valeria Giu 18th, 2007 at 1:37 pm

    Il brano “Les Tziganes” cantato da Ginevra Di Marco si può ascoltare qui:
    http://www.radio.rai.it/radio2/caterueb2006/musica.cfm

  6. 6 Andrea Giu 18th, 2007 at 2:22 pm

    Grazie per il collegamento Valeria.
    Proprio un bel concerto quello di Stazioni Lunari, ricco di stili diversi e non sempre facili, ma sicuramente interessanti: l’impegno civile di Cisco (ex voce dei Modena City Ramblers), il ritmo coinvolgente dei due Negrita, la raffinata ricerca vocale di Cristina Donà e il recupero di musiche popolari di Ginevra Di Marco.
    Per tornare a Leo Ferrè e ad un tentativo di recupero al pubblico italiano, i ‘Tetes de bois’ (www.tetesdebois.it) hanno pubblicato nel 2002 il cd “Ferré, l’amore e la rivolta”.

  7. 7 Valeria Giu 18th, 2007 at 10:08 pm

    Eh, io sono una fan accanita di Cristina Donà!
    Ho anche scritto la sua biografia su Wikipedia…. 😀
    http://it.wikipedia.org/wiki/Cristina_Don%C3%A0

    Il momento più emozionante del concerto è stato quando la Donà ha interpretato insieme a Ginevra Di Marco la ballata di Nick Cave “Where the wild roses grow”.
    Per chi non lo sapesse, proprio quella che lo stesso Nick Cave cantò con Kylie Minogue nel bellissimo album “Murder Ballads” (1996).
    Descrizione dell’album su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Murder_Ballads (descrizione che lascia un po’ a desiderare….ma tant’è!)
    Video di “Where the wild roses grow” su YouTube:
    http://www.youtube.com/watch?v=jRMe5H9WKpM

  8. 8 Badghir Set 18th, 2007 at 10:28 pm

    Qua c’è una raccolta di sue canzoni :
    http://avaxhome.org/music/songwriters/leo_ferre.html

    ( i link su RS sono ancora attivi)

    ciao

    PS: anche in questo disco:
    http://babeblogue.blogspot.com/2007/07/les-anarchistes-figli-di-origine-oscura.html

    ci alcune riproposizioni di brani di Ferrè,
    peraltro molto ben fatte.

    Ho verificato: il link su Megaupload funge ancora…

  9. 9 giuseppe Mag 18th, 2008 at 3:20 pm

    leo,è stato il sereno tempestoso sulla mia anima.ha sventrato gli arcobaleni artefatti e mi ha condotto nello stile del sentimento scevro di concessioni.mi ha dettato messe in discussioni;la parola oltre la concettualità;il pensiero che agisce e non muore nella “pratica”;l’amore per chi in terra beve dalla sua disperazione;la vita che illumina la sedizione; il coraggio di compromettermi senza interesse;e la gioia di conquistare la mia esistenza in compagnia della morte.ma tutto questo non basta per illustrare un “cane”,amante di quell’unico osso che noi,i fedeli dell’amore,dovremmo rivendicare a testa d’aquila come,e solo,e sempre:GIUSTIZIA!!!
    THANK YOU LEO

  10. 10 lui Giu 10th, 2009 at 11:29 am

    che commenti poetici … siete poeti voi !

    carino il sito.

  11. 11 lei Giu 10th, 2009 at 11:31 am

    noooo!

    sono traduttori senza sapere che nel tradurre il francese in italiano si degenerano i significati .
    se poi non si conosce bene il cantautore si trasvaluta tutto .

  12. 12 leo Giu 10th, 2009 at 11:35 am

    Penso io Leo … che questo non mi potrebbe felicitare .

    Da quanto si possa capire dalla triade brel , brassen , ferre , aggiungendo senza dimenticare de andre’.
    I temi erano i loro ; spesso anche scambiati tra loro !

    Tutto avrebbero preferito tranne commenti o spiegazioni a cio’ che nasconde altro.

  13. 13 Elisabetta Merlotti Ago 18th, 2016 at 10:27 pm

    Sono riuscita a trovare il libro “Benoit Misère” in italiano su IBS perché è stato ristampato nel 2015. Ferré narra di un bambino felice fino al giorno in cui, a 8 anni, viene spedito in un collegio tenuto da religiosi, dove capiterà di tutto…praticamente la sua autobiografia dell’adolescenza. Pur trattandosi di un’opera in prosa, ci sono moltissimi lunghi passaggi che sono autentica poesia, per chi è disposto a farsi penetrare dalla vitalità delle parole che vibrano di una loro intima essenza, che Ferré sa fare sua e dirigere come una grande orchestra che però non ha bisogno di maestri. Sono rimasta folgorata!

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