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La poetica di Leo Ferré /3

Leo Ferré non era solamente un talento, ma era un genio, come un genio era colui che della differenza tra talento e genio ha dato la più folgorante e inconfutabile delle definizioni: “il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può” (Carmelo Bene).

Sì, il genio fa quello che può, fa quello per cui è nato, ha ricevuto in dono la genialità e ne fa uso, la espone, la mette al servizio degli altri… e dalla sua divina solitudine (“io vengo da un altro mondo da un altro quartiere da un’altra solitudine”); ci indica la strada da seguire, ci costringe a guardarci dentro, a smascherar le nostre e le altrui ipocrisie, a scavar nel fondo più nero della nostra coscienza, a spalancare gli occhi e la mente sul mondo, sui suoi orrori, sulle sue assurdità, sui suoi meccanismi più occulti… ed ecco che il genio allora fa paura.

Un genio, un innovatore era Ferré non solo nelle parole e nel linguaggio da egli usato, ma anche nella gestualità, nella teatralità, nell’uso che egli sapeva fare della sua voce “roca e solenne, rabbiosa e trepida, affannosa e straziante” (come l’ha definita il poeta, pittore e critico d’arte Giovanni Testori), e un genio era anche nella musica. Questo lo testimonia il fatto che i tre elementi che costituiscono l’opera ferréiana, poesia, voce e musica, potrebbero vivere anche singolarmente, separati gli uni dagli altri e ci troveremmo davanti ugualmente a grandi segni di indiscussa arte; le parole delle sue canzoni-poesie, le sue prose poetiche potrebbero vivere di una vita propria, separate dalla musica e sarebbero pura poesia; la musica potrebbe esistere staccata dal testo e dalla voce e la sua “compiutezza grandiosa e profonda, raffinata e impetuosa, tenera e ascensionale, vivrebbe come epica del suono”; e infine la voce, quella voce che al di là delle parole riuscirebbe inevitabilmente, con la sua dolcezza e la sua potenza, a creare forti emozioni e a far correre un brivido lungo la schiena di chi la ascoltasse.

Ho parlato sopra di “potenza”, e credo che una delle chiavi di lettura dell’opera di Ferré sia proprio la potenza che sboccia da ogni singola parola e da ogni verso delle sue canzoni. Potenza intesa non come forza distruttrice, ma come slancio innovatore, come mistero e smisurato sogno che ci attira verso di esso, una potenza rivelatrice che entra nell’anima e nella testa del lettore improvvisamente, come un raggio di sole da una finestra spalancata sul mare. Luce, luce che acceca ed illumina, luce che infonde gioia, speranza, luce che annuncia calore, che induce a fermarsi, a riflettere per poi ripartire con rinnovato slancio… e odore di brezza marina è la musica che l’accompagna.

C’è potenza nelle parole di Ferré, c’è la coesistenza di parole colte e popolari, di dolcezza e violenza, ma c’è soprattutto una totale libertà di espressione e di pensiero e una blasfemia in odor di santità. Nelle poesie di Ferré può capitare di trovare all’interno di una stessa strofa (o di uno stesso verso) termini provenienti dalla più classica e alta cultura e parole “rubate” al gergo popolare, perché, dice Ferré nella sua dichiarazione di poetica:

la poesia moderna non canta più… striscia. / Però ha il privilegio della distinzione… non frequenta le parole malfamate, anzi le ignora/ Si prendono le parole con le pinze: a mestruale si preferisce periodico

Continua, scagliandosi contro la poesia e i poeti da salotto, contro la poesia che altro non è che un sussurro, contro la poesia chic e i “patologi del verso”, quelli che non hanno ancor capito che “non è la parola che fa la poesia, è la poesia che illustra la parola”, quelli che sottomettono la poesia a prigioni schematiche e metriche costrittive, senza rendersi conto che “gli scrivani che fanno ricorso alle dita per sapere se tornano i conti dei piedi, non sono dei poeti: sono dei dattilografi”.

Ferré attacca lo snobismo scolastico “che consiste nel non usare in poesia che certe parole ben definite, nel privarla di certe altre…”; e a quelli che parlano della cultura come libertà e poi la rinchiudono in circoli privati, quasi privatizzandola, ricorda che “la poesia è un clamore e deve essere ascoltata come la musica”. E le sue poesie un clamore lo sono, le sue canzoni sono, come le definì Giovanni Testori nella recensione di un recital del 1969, “poemi pronunciati”.

Nelle canzoni di Ferrè, suggerisce lo stesso Testori, convivono blasfemo e liturgico, lucente e funesto, erotismo e castità. Ne sono un esempio canzoni come “Cette Blessure”, dove coesistono temi come morte, infinito amore, religione, vita e fica senza stridere tra loro (“Una ferita/ Straccio di seta su un triangolo nero/ Che un sarto incerto ha rifinito a mano/ Indagata per errore/ O per peccato o per dolore/ Da una ferita vieni anche tu.”) o la struggente “Tu ne dis jamais rien”, nella quale ai “Fiori sulle matite, Debussy sulla sabbia/ In una sconosciuta località di mare”, seguono “Ragazze dentro il ferro in fondo all’abitudine/ Minatori che scavano nella loro apatia/ Reggiseni per gatti e degli industriali/ Che lavorano per gli operai della Fiat…

Immagini diametralmente opposte, la pace di un “Debussy sulla sabbia”, e la fatica, la polvere, il sudore dei minatori, si intrecciano e convivono con sorprendente naturalezza, dando vita ad una canzone di una bellezza quasi inarrivabile.

Jorge Luis Borges ne “L’invenzione della poesia”, parlando di alta poesia, di poesia vera, dice che trovandoci dinanzi ad essa “noi sentiamo la bellezza di una poesia prima ancora di pensare al suo significato” e sostiene che “ci sono versi che sono belli anche se privi di senso”. Borges trascrive a sostegno della sua tesi alcuni versi del poeta boliviano Ricardo Jaimes Freire (Raminga colomba immaginaria/ Che infiammi gli ultimi amori/ Anima di luce, di musica e di fiori/ Raminga colomba immaginaria.) e, a commento di tali versi, scrive “sono versi che non significano nulla, che non devono significar nulla, eppure reggono. Reggono perché sono una cosa bella. Sono – almeno secondo me – inesauribili”.

Credo che i versi di Ferré siano altissima poesia anche per questa ragione, perché sono inesauribili e, seppur il loro senso a volte potrebbe sfuggirci, sfuggirci non potrebbe la loro bellezza, che ci si inerpica dentro sino alle vertigini, come un amore improvviso e ancora insondato che ci lascia immobili, impacciati, sgomenti, meravigliati e incontrollabilmente felici. (continua…)

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