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A proposito di “Cerca di stare calmo” di Matt Sumell

“Cerca di stare calmo” di Matt Sumell (Einaudi Stile Libero Big, 2016)

di Alessandro Cartoni

 

14975707_1162839717154514_1409256449_oAlby è un violento, un aggressivo, che ha i pugni pronti, sempre e comunque, per la rissa. Vede il brutto delle cose, gli aspetti più sgradevoli, ma ha anche una incommensurabile tenerezza per le forme di vita non umane, gli uccelli raccolti per strada o i suoi cani. Alby vive con una madre infermiera e un padre invalido, suicida per vocazione, che si imbottisce di Ritalin, e che il più delle volte tenta inutilmente di accudire. Alby è abbastanza solo, nonostante la presenza di suo fratello e una sorella che però vive lontano da casa.

La sua famiglia non è ricca, appartiene a quella che si definirebbe la working class, risiede in uno dei quartieri poveri di una grande città americana. Alby “cerca di stare calmo” in una vita che non fa per lui, ma che non cambierebbe mai; del resto, quando ci prova, se ne deve tornare subito in città, per non perdersi del tutto.

Ho visto coi miei occhi gente crollare, piangere, accasciarsi, uccidersi, finire uccisa o invecchiare. Ho visto gente perdere i capelli, la testa, la patente. Mio padre ha perso la vescica per colpa della dieta Nutrisystem. Cosa potevo fare?

La bottiglia è sempre presente in queste tranches de vie, che costituiscono un libro di racconti legati l’uno all’altro da situazioni, eventi o semplicemente dal personaggio protagonista, Alby appunto. “Cerca di stare calmo”, il libro di esordio del californiano Matt Sumell, osannato dalla critica anglossassone, non delude le aspettative. Rabbioso, politicamente scorretto, fa l’effetto di un pugno nello stomaco a cui si aggiunge però una profonda pietà, per la vita, per le emozioni, per la nostra condizione umana.

Le reazioni violente sono del resto articolate e costituiscono il nucleo centrale di questi racconti, ma non impediscono ad Alby di rimare lucido e dolorosamente aperto alle ferite del mondo. Più che a un Holden Caulfield si potrebbe accostarlo a un moderno Renton in una “Trainspotting” americana. Come quando tenta di convincere il fratello a cambiare compagna ed ad aspettare prima di sposarsi.

– Be’ ti dico quello che so io: mamma ha fatto l’errore di non scopare abbastanza prima di sposarsi, e sta dicendo a te di non fare lo stesso errore. Si sta comportando da brava madre, e tu non le dai retta, e secondo me non ci vedi neanche perché sono quasi certo che la faccia di Tara sia una scarpa sporca con gli occhi a palla e la parrucca.

– Stai di nuovo prendendo gli antidolorifici di mamma?

– Sì, be’?

Anche con le donne Alby è pessimo, forse misogino o semplicemente selvaggio, ma mai disumano. Le cerca nel modo sbagliato, le provoca, le insulta e viene spesso snobbato. Non possiede l’astuta dolcezza per avvicinarle o apparire gentile, ma questo non importa, c’è un dolore profondo che lo giustifica e ce lo fa amare. Lo abbandonano oppure è lui a stancarsi, ma la sua solitudine interiore lo illumina di una luce dolorosa e assurda.

Dopo la morte della madre Alby cade in una profonda prostrazione che gli fa vedere tutto in modo ancora più vero. Una grottesca gita in barca con il padre mutilato, fra protesi che cadono, frutti di mare e fiumi di birra, segnerà l’epilogo di questa maldestra saga  familiare.

In una lingua sporca, céliniana, sarcastica e passionale Sumell ci dona un vero personaggio punk, un antieroe dei nostri giorni che abbiamo timore di guardare, ma che ci rassomiglia anche troppo.

 

Grazie all’amico Alessandro Cartoni per questa corrispondenza.

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