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Mi brucia la gola

Mi brucia la gola

Racconto di Simone Cruso

 

– Mi brucia la gola.

– Continua a fumare – disse Osvaldo passando il posacenere – domani passa tutto.

– Mm… lo so, è che, capisci, mi brucia la gola adesso, adesso non sto bene. Ho voglia di fumare ma non sto bene, mi brucia la gola e lo so che domani passa tutto, però adesso brucia. Ho voglia di fumare, ne ho proprio voglia, domani passa tutto e sarò contento di aver fumato perché ne avevo voglia, ma adesso mi brucia la gola.

Osvaldo rimase seduto con le gambe incrociate a fissare Gustavo, poi si alzò come se non fosse stato nella stanza e andò verso la finestra.

– È già mattina – disse – deciditi.

Alle 8:15 Osvaldo avrebbe attaccato al lavoro e gli sarebbe piaciuto vivere con la lucidità delle intenzioni del dormiveglia, con tutte quelle questioni svaporate e chiare che si presentano lucide agli occhi chiusi prima del sonno, prima della possibilità del mattino, quando tutto è a portata di mano, immobile sotto al cuscino. Si voltò in direzione di Gustavo, si era addormentato con la sigaretta in mano, la cenere aveva formato un arco che finiva nel posacenere e si era spenta.

“Sempre la stessa storia, non ce la fa proprio a decidere, sarà perché c’ha il nome al passato. Parla parla, non dice niente e parla, una bilancia rotta, anzi calibrata al milligrammo, una bilancia-monolite, un soprammobile, ha un fermacarte al posto del cervello. Però parla, le cose te le dice, poi si addormenta però quello che vuole dire lo capisci, anche se non vuol dire niente”.

Osvaldo di mestiere fa il telegrafista, ovvero assiste alle conversazioni tra le persone, ma di persone ne conosce poche, diciamo una sola: Gustavo Maltemi, che di professione fa il figlio del sindaco.

Sa tutto di tutti, e non solo di quelli che abitano nella sua cittadina, anche degli altri, quelli che vivono fuori ma non troppo lontano. Il posto gliel’hanno dato per “indole incline all’ufficio”, cioè Osvaldo si fa i fatti suoi. Parla solo con Gustavo, che sarà pure il figlio del sindaco ma tutti dicono che è toccato, quindi poco male. Che poi, a fare la conta delle parole che Osvaldo dice a Gustavo, si arriva a poche decine al giorno e di solito sono strigliate distratte, consigli senza pacca sulla spalla, sovrappensieri ad alta voce, ma Gustavo risponde e Osvaldo può farsi i fatti propri in compagnia. Una volta erano anche andati a pesca insieme; canne, bigattini e tutto il resto. Gustavo prese una trota e se la rigirava tra le mani, quando a un tratto Osvaldo disse:

– Chissà perché si dice “muto come un pesce” – e continuò a fissare l’acqua.

– Perché non parlano, vedi? Muove la bocca ma non esce niente.

– Io non assomiglio a un pesce.

– Certo che no, tu parli!

– Anche lui.

– Ah sì? – rispose Gustavo mezzo spazientito e mezzo curioso – e che dice?

– Che sei brutto. E parli troppo.

Tutti i giorni, prima del lavoro, Osvaldo va a prendere il caffè al bar della piazza delle poste. Tutti ci vanno ogni giorno e ci va anche lui, in silenzio. Tutti i giorni grande rispetto per Osvaldo, rispetto e timore. La signora Ricci aveva telegrafato al medico per i bruciori intimi: camomilla aveva risposto il dottore. Schioppettino, il fioraio, aveva ordinato duecento rose rosse e non era sposato. L’avvocato Maldoni s’era ipotecato casa perché giocava ai cavalli. Don Ugo passava dall’ufficio per mandare un vaglia mensile a Giovanna la tabaccaia. Non succedevano tutte le stesso giorno, ma ogni giorno ne succedeva una e Osvaldo sapeva tutto. Non che gli importasse, il più delle volte era il dito sul telegrafo che ragionava al posto suo, però ricordava tutto: “indole incline all’ufficio”, e le vergogne di piazza in tumulto generale davanti al suo caffè del mattino, silenziose come Osvaldo e con gli occhi bassi mentre gira lo zucchero, perché le vergogne sono timide, a differenza di Osvaldo che stando in silenzio non ha niente di cui vergognarsi.

Alle 15.45 del 4 febbraio sul rullo del telegrafo arrivò un segno sconvolgente, un presagio, una sommossa di significati nella frase più breve del mondo, fuori pioveva e Osvaldo leggeva. Una virgola, simile alle righe di pioggia sulla finestra, solo che invece di scivolare via, sparire sul liscio del vetro e tonare nel ciclo naturale delle cose senza l’obbligo dell’attenzione, rimaneva nera e salda appesa alla carta giallastra del rullo.

Una virgola da sola è un errore, come la parola “caderma” o il verbo “parfire”, va corretta in base al contesto o cancellata in sua assenza. È un segno sfuggito a una frase del tipo “all’indomani, previa rendicontazione del vostro contabile, sarà inviato il denaro dovuto”, un incrocio di messaggi, un errore umano al quale un altro essere umano porrà rimedio previa rendicontazione di tutti i significati possibili, già usati e già noti, che faccia quadrare il cerchio, anzi il rullo e che provi una volta per tutte e mai abbastanza che “a domanda risposta”, che basta una sillaba per capire una parola e che tutti i discorsi sono monologhi a più voci. Ci sono centinaia di telegrafisti che cestinando come pure Osvaldo ha fatto tante volte non hanno approfondito il requiem della comunicazione, hanno cestinato, come è giusto. Mancanza di senso equivale a tempo sprecato, questo lo sapeva anche Osvaldo, ma a Osvaldo del tempo perso non interessava granché. Alle 15.46 i dieci centimetri di carta con sopra la virgola stavano per raggiungere altri pezzi di monologhi mancati e conversazioni interrotte nel cestino accanto alla scrivania, quando arrivò un altro telegramma: “mi sono sbagliata, era un punto”. Stavolta l’interpunzione era scritta per esteso e la frase finiva senza punto, come un discorso in sospeso. La relazione tra la virgola e la frase successiva sarebbe parsa evidente a chiunque, posizionata per un attimo nel mondo delle coincidenze, avrebbe suscitato il sorriso compiaciuto e stupito prima della messa al bando per eccessiva stravaganza, troppo lontana dal cestino della carta straccia del mondo “qui e ora, tra poco c’è la pausa caffè” in cui chiunque, con una scelta che non ricorda di aver fatto, ha deciso di vivere.

Osvaldo teneva le due strisce di carta tra le dita, una di seguito all’altra. Dopo qualche minuto le posò sul piano della scrivania e riprese a lavorare fino al termine del suo turno.

Sul piazzale di fronte all’ufficio postale la pioggia sparita dai vetri era diventata un mare immobile e piatto sul selciato, da cui evaporava l’odore scivoloso di chi torna a casa. Al contrario del solito e a sua insaputa, Osvaldo rientrò al bar delle poste, ci si trovò semplicemente dentro destando lo stupore generale e prima di tutto il suo. Si diresse al bancone con gli occhi della folla addosso, gli stessi del mattino, incapace di respirare e col sudore sulla schiena, inavvertito dagli occhi e profondamente freddo. Si guardò intorno. Mossa a pietà Silvana gli preparò un caffè, essendo l’unica cosa che Osvaldo aveva mai ordinato al bar. Non lo toccò ma aveva già girato lo zucchero, la folla si agitava in un tumulto silenzioso, alzò gli occhi per ringraziare e si voltò di scatto come a cercare qualcuno.

Una volta fuori poteva udire i rumori del bar di nuovo vivi. Dava loro le spalle come tutte le sere dopo il lavoro, ma stavolta non scomparivano persi tra tutti gli altri rumori e parole, come succedeva anche a natale, quando per strada ci sono tante persone che parlano e battono i piedi e cambiano direzione. Quei rumori gli rimanevano nelle orecchie come lui davanti al bancone, piccole matricole al primo giorno di leva, incapaci di un gesto eppure distintamente presenti. A casa recuperò la sua posizione. Si preparò la cena e la consumò sul tavolo davanti alla finestra, fuori aveva ripreso a piovere. “Che abbia ripreso a piovere è un fatto, che me ne ricordi vuol dire che oggi c’ero” pensava poco prima di coricarsi, prese subito sonno. Osvaldo dormiva sul fianco destro, sua nonna gli aveva detto che chi dorme a pancia all’aria aspetta la morte e che l’importante è scegliere un lato. Lui aveva scelto il destro. Che il tempo abbia giurisdizione nelle faccende del sonno è una questione spinosa, che sia accaduto dopo poco o nelle ore in cui il corpo è per sempre estraneo alla coscienza, il sogno che si prese la mente di Osvaldo la mattina successiva aveva le sembianze di un ladro.

Girava lo zucchero in senso orario cercando di sollevare la posa sul fondo della tazzina, ne veniva fuori una specie di sussulto ordinato che non superava il bordo della porcellana. All’ennesimo giro di cucchiaino il caffè fece un salto e si appiccicò al muro senza sbavarsi. Prima di alzarsi dal bancone del bar delle poste gli sembrava una C capovolta, ma al primo passo verso il muro divenne chiaro quello che si rifiutava di ammettere, la macchia era una virgola scura e bollente che profumava di caffè. Giunto a pochi centimetri si staccò dal muro e finì per terra formando una scritta minuscola su una giuntura del pavimento. Si accovacciò per leggere ma non ci riuscì, percorse la frase da sinistra a destra e quella si mise a rotolare lungo il rigo della mattonella, Osvaldo la seguì carponi fino alla porta, dove si fermò formando un punto. Scivolando, la scritta era diventata una frase lunghissima e infinitesima che ora Osvaldo percorreva in senso inverso. A metà, tra il piede di una sedia e una briciola, gli parve enorme. Montagne tondeggianti e liquide, lettere gigantesche di cui non riusciva a percepire i contorni, illeggibili, immense, che dopo un tremolio crollarono su di lui. Si trovò a nuotare in un mare tiepido e dolciastro, sul fondo la luce e sopra di lui la luce, in mezzo le bracciate per tornare a galla, per ritrovare la serenità di quella scritta che non riusciva a leggere. Al limite del fiato, il mare di caffè si strinse tutto intorno a lui in un’unica goccia densissima che lo trascinò come una mosca impazzita su tutta la cucina, la bottigliera del bar, le pile di bicchieri e i canovacci sporchi, prima di precipitare di nuovo nella tazzina. Partì una rumba, Osvaldo si rese conto di riuscire a respirare e vide il bar apparecchiato sul selciato delle poste, ballavano tutti. Silvana con le tazzine alle orecchie faceva gli occhietti all’avvocato Maldoni vestito da fantino, Fausto l’orefice, nudo a parte i calzini, stringeva col sorriso da divo la maestra Olga che senza occhiali inciampava nello strascico di Pupetta la sarta, che misurava in file di bottoni la circonferenza vita del tavolino su cui era seduto Osvaldo in pigiama. Dal bagno scivolarono leggerissimi e solenni Michele il becchino e la parrucchiera Patrizia, lui truccato e lei con la maschera della Madonna delle grazie. Arrivati al centro del piazzale lei si tolse la maschera ed era Valentino il ferraio che mandava baci a tutti piegandosi sulle ginocchia. Se lo prese sotto braccio il sindaco che lo nascose dietro al bancone e non riemerse più. Anche la vedova Masseni ballava, distesa con la guancia rugosa e il grembiule di casa sul frack della foto di suo marito, una danza diversa e ondeggiante di una tromba lontana. D’improvviso la macchina del caffè fischiò come una sirena, i ballerini si dissolsero nell’ultimo fumo del caffè ormai tiepido e Osvaldo si trovò avvinghiato ai fianchi di una donna. La baciava senza sosta, lei rideva e gemeva nella valle di una preghiera di quando era bambino, sudava, si contorceva, era svanito il bar, la piazza e la musica e rimaneva solo Osvaldo, con gli occhi sbarrati stretto al cuscino.

Si affrettò ad aprire le imposte, la penombra mattutina e il calore della stanza avevano gli stessi contorni del sogno appena passato. Si preparò il caffè non potendo evitare l’inquietudine dei suoi gesti, che tentò di scacciare bevendolo amaro. Bussarono alla porta. Era Gustavo, che come quasi tutte le mattine passava da Osvaldo di buon’ora per iniziare a impegnare la sua giornata.

– Buongiorno! – disse Gustavo alzandosi sulle punte.

– Mm…

– E che cavolo, almeno buongiorno me lo dici sempre la mattina!

Osvaldo chiuse la porta con un senso di colpa sconosciuto e invadente. Tentò un accenno di conversazione

– Come mai così elegante? – chiese percorrendo con lo sguardo appannato una delle fughe tra le mattonelle della cucina, quella che univa la fine del battiscopa alla maiolica sotto il piede di Gustavo.

– Ma come? Tutti i giovedì mi vesto bene. Te l’ho detto un sacco di volte, non mi ascolti?

Osvaldo aveva ascoltato dall’interno di una bolla, poi risalì con gli occhi verso la faccia di Gustavo

– No – il senso di colpa era sparito.

Mentre Osvaldo si vestiva, Gustavo lo aspettava cianciando dal soggiorno, un discorso ininterrotto e privo di senso che Osvaldo non aveva mai ascoltato. Quella mattina non fece eccezione e scesero in strada.

– Allora, che mi racconti? Io ieri ho guidato la macchina di papà, un’Alfa. Tu che hai fatto? Io a un certo punto mentre guidavo l’Alfa ho visto Margherita Biancardi, la figlia di Biancardi, e lei mi ha sorriso. Tu dici che le piaccio? Secondo me sì, mica mi sorrideva sennò!

Camminavano veloci, Gustavo non teneva il passo di Osvaldo che percorreva la strada verso il lavoro con la testa più bassa del solito. Alla svolta per la piazza si salutarono, cioè Osvaldo continuava a camminare mentre Gustavo agitava la mano destra, fermo.

Arrivato alla sua scrivania, telegrafò subito per segnalare un errore di trasmissione nella comunicazione interurbana delle 15.45, chiedendo che venisse specificato l’ufficio di provenienza del telegramma. Le poste centrali risposero dopo qualche minuto segnalando la stazione di provenienza. Alla fine del turno chiese un giorno di permesso e tornò a casa senza accorgersene, come sempre.

L’indomani era sulla corriera, non c’era quasi nessuno e le curve seguivano i pensieri traballanti di Osvaldo verso la penultima stazione prima del capolinea. L’autobus si fermò cigolando su uno slargo affacciato sui tornanti, sul lato opposto si apriva una piazza che una famiglia poco numerosa avrebbe fatto sembrare piena. Il cielo era nuvoloso e Osvaldo rimase immobile a osservare la corriera che scendeva a valle, poi, quando non ne sentì più il rumore, si guardò intorno. C’erano poche costruzioni e qualche sottano con le porte chiuse, una strada partiva dalla piazza salendo verso il verde della montagna su cui si distinguevano alcune case, sull’angolo, prima della salita, la porta aperta di una drogheria. Percorse il lato corto della piazza con pochi passi e si trovò all’interno del negozio. Lo accolse un ronzio sordo e una penombra stantia, come una cantina con le finestre troppo alte. Avanzò di un passo fin quasi al centro della stanza dove riuscì a distinguere una figura dietro al bancone.

– Dite – disse una voce maschile e attempata senza che la figura cambiasse posizione. Osvaldo non rispose e fece un passo nella direzione della voce. Sentendo che il suo interlocutore si avvicinava, quello che doveva essere il proprietario della drogheria alzò la testa svogliatamente.

– Salve – disse Osvaldo – cercavo l’ufficio postale.

– Eccolo – rispose il signore dall’altro lato del bancone.

Osvaldo si guardò attorno senza capire.

– Anche ufficio postale, oltre che drogheria, tabacchi e barbiere. Mio cognato è barbiere, vede, la poltrona è lì dietro – e indicò un angolo della stanza con uno specchio quadrato alla parete.

Riposizionando lo sguardo sul droghiere, Qsvaldo notò la telescrivente dietro di lui, attorniata da barattoli e fogli sparsi. Cercò di mettere a fuoco una frase, qualcosa che spiegasse l’intenzione della sua visita e si accorse di non averla chiara nemmeno lui. Ebbe un sussulto che gli fece posare le mani sul banco

– Siamo colleghi allora – e fece per staccarsi dal piano di legno senza però riuscirci. – Sa – continuò cercando di apparire disinvolto – faccio il telegrafista a valle.

Le parole di Osvaldo non smossero l’anziano droghiere, che già da qualche istante aveva riabbassato lo sguardo sul foglio entrate-uscite. Seguì un minuto di silenzio in cui Osvaldo non riuscì a staccare gli occhi di dosso al droghiere, come chi è intento in una conversazione impegnativa e cerca la completa attenzione dell’interlocutore e ne segue lo sguardo con rapidi movimenti della testa per non lasciare nel vuoto neanche una sillaba, solo che Osvaldo non diceva niente.

– Fatto – disse a un certo punto il droghiere, e alzò per la seconda volta la testa verso l’ospite. – Quindi, volete mandare un telegramma? –

Osvaldo accolse la domanda con ansia mista a rammarico. Sperava che nel minuto appena trascorso fosse diventato tutto chiaro, che il droghiere avesse capito il motivo della sua presenza nel negozio. Fece un mezzo respiro e cercò di spiegare.

– Due giorni fa nel mio ufficio postale sono arrivati due telegrammi provenienti da questo paese.

– La signorina Parrà – lo interruppe il droghiere.

– Mi scusi, chi? Chi è la signorina Parrà?

– Il telegramma! Quella che ha scritto il telegramma – si affrettò a spiegare l’anziano. – Qui nessuno manda telegrammi, tranne Amelia Parrà. Ne manda uno o due quasi tutti i giorni, sempre a destinatari diversi, scende dalla casa alla fine della strada e si infila qui dentro, esce solo per questo. Ma è pazza e non si capisce niente di quello che scrive. Poverina, come fai a non impazzire se sei giovane in questo posto. Comunque, mi dispiace che vi siate preso l’incomodo di venire fin quassù. Cos’è che ha telegrafato? Punto, linea… forse pensava di parlare con una nave. Vi do un consiglio, la prossima volta buttate via tutto e non ci pensate più. Anche io da giovane mi facevo il problema, mi chiedevo “e perché? Com’è?”, ma tanto la spiegazione non c’è, mai.

Nell’accomiatarsi Osvaldo prese una sigaretta e l’accese appena uscito all’aria aperta, le nuvole erano ancora dense e scure ma non si decideva a piovere. Giunto a metà prese a camminare in direzione della casa in cima alla strada. Dopo pochi passi gli venne l’affanno ma non gettò via la sigaretta, anzi la fumava con una certa violenza, come la pedalata di uno scattista piantato in salita. La casa, una piccola villa coi muri bianchi, si trovava a ridosso della montagna e leggermente isolata rispetto alle altre che aveva visto dalla piazza. Sembrava deserta, ne percorse la facciata con lo sguardo alla ricerca di un segno di vita che non trovò, poi si sporse verso il retro, dove si apriva un giardino curatissimo. Non c’erano cancelli e chiunque avrebbe potuto addentrarsi tra le numerose piante percorrendo un vialetto di pietra che si snodava in tutte le direzioni. Rimase a osservare per un po’, quindi decise di entrare. Si ritrovò su una stradina di breccia tra due file di rose, bianche e rosse, che portavano verso un albero di limoni. Qui poteva scegliere se addentrarsi sotto una struttura in ferro su cui si arrampicava una piccola vite secca o voltare a sinistra verso un’aiuola di belle di notte. Scelse l’aiuola e da questa prospettiva poteva vedere il retro della villa, bianca come la facciata e con le finestre aperte. Qualcuno viveva nella casa e ci si trovava in quel momento. Il pensiero di un incontro lo turbò, piombandolo nell’imbarazzo. Avrebbe dovuto presentarsi, cercare un contatto che gli permettesse una spiegazione, giustificare la sua presenza. Forse sarebbe bastata una domanda, ma quale? E rivolta a chi? Ad Amelia Parrà se fosse stata la sua casa. Una domanda sui telegrammi, ma con quale tono e con quale pretesa da uno sconosciuto a una donna forse pazza? Pensava e non si staccava dai pensieri, affezionato come un bimbo a una giovane zia, ma già gli bastavano quelle immagini a staccarlo dal giardino, dalle belle di notte e dal viaggio in quel paese; di nuovo Osvaldo che non chiede, non osserva, non dice, per non dire bugie e fare finta di niente. Tanto vale uno sforzo! Sapere di dover tornare a casa a riposare, eppure rimase nel giardino ancora qualche istante, il tempo necessario. Dalla siepe avanzò una donna, si sistemò al suo fianco e rimase in silenzio finché Osvaldo non si accorse di lei con un sussulto

– Chi è lei, cosa fa nel mio giardino, le piacciono le gardenie?

Osvaldo rimase in silenzio, l’espressione di chi sa cosa dire e infatti non disse nulla.

– Le ho fatto una domanda, tre domande – disse la donna.

– Sì – rispose d’istinto Osvaldo.

– Bene! – si infervorò la donna – guardi se le piacciono queste – e gli mostrò un mazzo dei fiori alla sua sinistra. Osvaldo li osservò allungando il collo.

– Ma queste non sono gardenie – disse guardando di nuovo la donna che si mise le mani sui fianchi prima della fine della frase.

– E chi lo dice, scusi?

– Ma – cercava di scusarsi Osvaldo – Non so… la botanica, io non credo che siano gardenie.

– Perché?- incalzò la donna.

– Perché non lo sono! Sono altri fiori, non so quali, ma non sono gardenie.

– Lei non lo sa! Bel modo di dire che i miei fiori sono brutti.

– Non ho detto questo – protestò Osvaldo.

– Certo che l’ha detto. Ha detto che non sono gardenie! Io ho voglia di gardenie.

– Scusi – disse Osvaldo senza ascoltarsi. Il viso della donna si distese.

– Non fa niente – disse – ma le piacciono i miei fiori? Sa, io sono nata a Stoccolma, lì le gardenie non crescono, fa troppo freddo.

La donna si voltò verso la casa. – Comunque, cosa vuole?- chiese secca.

Osvaldo si allontanò un po’, poi disse: – I telegrammi, ne sono arrivati due al mio ufficio, una virgola un punto…

La donna lo interruppe: – Mi scusi, non mi sono presentata. Sono Amelia Parrà, venga verso le margherite, ieri erano giacinti – e lo condusse sottobraccio pochi metri verso la fine del giardino.

– Ecco – colse un fiore e lo porse a Osvaldo – una rosa per lei. Che vuole sapere dei telegrammi? – Chiese Amelia accarezzando delle margherite.

Osvaldo non sapeva cosa dire.

– Su, su! Mi dica – incalzava la donna.

Osvaldo fece per andare via come non fosse mai stato lì, ma Amelia lo prese per un braccio.

– Si sieda sullo sgabello- gli disse indicando un punto vuoto del giardino.

– Lì, sì, sullo sgabello! – Indicò di nuovo spingendo Osvaldo a sedere su un pezzo di terra. – Ecco, mi dica. Dimmi – fece con voce affabile vedendo che Osvaldo non rispondeva. – Parli! – urlò accovacciandosi anche lei sul terriccio. Osvaldo aveva incrociato le gambe.

– Va be’ – riprese Amelia – parlo io.

– Ieri era il 23 aprile, qui era tutto in fiore, un volontario del fronte mi ha presa sotto la bouganville. A mezzogiorno tu c’eri. Lei, ragazzo distinto e cordiale. Alle donne non piace la cordialità. Non si sprechi a spiegare, no! Lei viene solo quando le fa comodo. C’è un tempo per la sincerità, lei l’ha mai detta una bugia? Sciocco, ma così caro… Comunque, domani è quasi natale e non ha un regalo per me, ma ti voglio bene lo stesso. Fossimo russi avremmo un cugino nell’esercito. Perché è qui? Io lo so, è lei che non lo sa. Tu sai tutto, è vero, così tanto che puoi dare consigli. Qualche giorno fa ero così buona che ho ucciso un insetto per non dargli la pena di pungermi. Tu sei più buono di me. Non parlare, non c’è pericolo “una virgola, un punto” che vuol dire? Niente. Prendi me, prendimi e fammi tua per sempre. Lo sai fare, amore mio sconosciuto? Fallo ora, sei venuto fin qui per una virgola e un punto, fammi tua!

Amelia si protese verso Osvaldo che si era rimesso in piedi – Amore mio – il fiato di lei sulle sue narici – Parla.

Osvaldo tentò di baciarla.

– No! – si scostò Amelia – Non così, non hai detto neanche una parola.

Osvaldo si alzò di scatto coi pugni chiusi, la notte, le speranze. Faceva buio.

– Vattene! Resta… non è mai venuto nessuno qui.

La corriera faceva il suo giro per i monti, tornava a valle, ma nessuno dei due poteva sentirla. Osvaldo si divincolò, nonostante fosse stato libero di andare via faticò per allontanarsi da Amelia Parrà. Fece un passo indietro continuando a guardarla, disgustato dal momento appena passato e ancor più dall’aver ceduto a una curiosità, una qualsiasi. “Le curiosità non si assecondano, si mettono a tacere, come la maggior parte dei discorsi, sono odiose le une quanto inutili gli altri. Le parole sono curiosità per impazienti, gli odiosi sciupatori del tempo che vogliono sempre mettere alla prova le loro intenzioni, e i paesi in cui vivono non sono fatti per essere raggiunti, ma per sapere che esiste quello in cui vivi tu”. Tutto questo avrebbe pensato Osvaldo se ne fosse stato capace, invece rimase con le gambe annodate dallo sguardo di Amelia Parrà. Si accorse di non averla osservata affatto, non riusciva a dire se fosse bella né poteva indovinarne l’età. Aveva i capelli scuri, lisci fino al mento, gli occhi nervosi che si gonfiavano e si ritiravano in una fessura e che da qualche istante parevano guardare con serenità una scena già vista.

– Basta così poco a demotivarla? – chiese a Osvaldo continuando a fissarlo. Il tono aveva seguito il cambiamento di espressione, la frenesia delle frasi precedenti era scomparsa. – E poi – continuò – cosa fa, va via senza neanche salutare? Come se fossi una pazza a cui non vale la pena rivolgere la parola.

– Ma lei è pazza! – protestò Osvaldo avvicinandosi nuovamente.

– E perché, scusi?

– Perché mi voleva baciare e nemmeno mi conosce, mi ha chiamato amore. Si è avvicinata, mi ha guardato negli occhi, ha detto “lo sai fare amore?”, con lo sguardo… lo sguardo… lo sa con che sguardo l’ha detto! Poi mi ha ordinato di andare via, un attimo dopo di restare, e mi ha guardato negli occhi. Lei è pazza perché mi ha parlato guardandomi negli occhi – si rese subito conto della sciocchezza che aveva detto, ma era troppo tardi.

– Scusi – intervenne Amelia.

Osvaldo si sentì in colpa, subito e senza un rimedio – Ma no, mi scusi lei.

– Vede?! – disse Amelia sgranando gli occhi – le sembro sempre pazza.

– Ma mi sono scusato – protestò timidamente Osvaldo.

– Certo, perché crede di aver urtato gli umori di una pazza. Al peggio di una che non sa quello che dice.

– Scusi.

– Ma scusi che?

– Perché ho pensato che non sappia quello che dice – rispose meccanicamente Osvaldo.

– Ma io non so quello che dico – disse lei allungando le ultime sillabe. Osvaldo ci rimase in bilico, con la bocca semiaperta e lo sguardo incredulo, poi si destò come se le parole gli fossero arrivate attraverso un’eco. Ne comprese il senso ma non il significato. Amelia Parrà non si era mossa, aveva le mani giunte dietro alla schiena e il sorriso che non l’aveva mai abbandonata dall’inizio di quelle spiegazioni smisurate.

– Vede – riprese Amelia – lei parla a casaccio, non sa dove vuole arrivare – intanto gli aveva preso le mani. – Che cosa cerca di fare con le parole? Compiacere qualcuno come ha fatto con me qualche istante fa, convincere tutti della sua buona fede? O forse pretende di dire la verità, magari sperando di essere capito?

– Io non spero proprio niente – rispose Osvaldo ritraendo le mani.

– Quindi non parla?

– No – Osvaldo sentì di aver fatto un errore a rispondere così d’impulso, come nel battimani quando il gioco diventa più veloce.

– Io invece parlo tantissimo, senza che qualcuno ascolti per forza, non è quella la cosa importante. Fino a poco tempo fa, ogni tanto, sentivo il bisogno di farmi ascoltare, quindi prendevo il primo che passava e iniziavo a parlare. Nella mia testa c’è un discorso ininterrotto, chiaro e lucidissimo, solo che la gente non lo sa, per questo tutti pensano che sono pazza. A un certo punto mi sono stufata, tanto il danno ormai era fatto e ho iniziato coi telegrammi. Ho scoperto che è un modo infallibile per continuare il mio discorso, e posso essere precisissima! Infatti da un po’ non mando più telegrammi a qualcuno, cioè, qualcuno li riceve, ma non è quello il motivo, li mando quando ho voglia di essere chiara, col mio discorso s’intende.

– E le rispondono?

– Ma allora non ha capito niente. Non è importante che rispondano, è importante che io parli, neanche so a chi li mando i telegrammi. E comunque lei ha risposto.

– Io non ho risposto a nulla – precisò Osvaldo.

– Ma se è venuto fin qui!

– Che c’entra? Non vuol dire niente, io sono un telegrafista ed essendo arrivato un telegramma incongruo…

– Invece vuol dire molto – lo interruppe Amelia – vuol dire che la mia virgola e il mio punto facevano parte del suo discorso. Forse di una sua parte poco importante, ma certamente fondamentale per capirne il senso.

– Lei è …

– Pazza – concluse Amelia Parrà con il tono di chi asseconda un delirio ridondante – come vuole lei, però non può negare che il suo discorso e il mio si siano incontrati. Nella virgola e il punto c’è stato qualcosa che, come dire, ha suonato dentro di lei, forse le servivano proprio quella virgola e quel punto per finire una frase. Tutti abbiamo un discorso, solo che quasi  nessuno lo sa, diciamo che preferiscono non saperlo. E sa cosa fanno tutti?

Osvaldo rimase in silenzio come non avesse sentito la domanda.

– Lo sa? – incalzò Amelia.

– No, non lo so – rispose Osvaldo quasi spaventato.

– Parlano, ecco cosa fanno. Parlano tra loro, e si capiscono! “Passami il sale”, “a che ora torni a casa?”, “domani vado a trovare mia sorella”, “eccoti il sale”, “alle sette e mezza”, “buon viaggio”. A volte si confidano, sempre tra loro, ma mai che sia avvicinino a una conversazione degna di questo nome. Non usano le parole, come sarebbe giusto fare, tentano di raggiungerle. In pratica le temono, non ne hanno capito la natura, le confondono col discorso che stanno facendo anche se non si accorgono di farlo. Invece le parole sono come i gesti: parlano, ma quello che dicono è tutta un’altra cosa.

Osvaldo guardava a terra, incapace di essere d’accordo e immaginando solo finte obiezioni che si guadò bene dall’avanzare. Amelia se ne accorse.

– Vede, quello che ho appena detto lei lo sa già, insomma, se n’è accorto, solo che non lo accetta e si comporta di conseguenza. Non so cosa faccia, forse va in giro a cercare chi spedisce telegrammi, forse sta semplicemente in silenzio, per paura di mentire. Be’ le dico una cosa, tutti mentono, e sa perché? Perché non sappiamo quello che diciamo.

– E il discorso chiaro e lucidissimo? – chiese Osvaldo con più di una punta di fastidio.

– Sì – rispose calma Amelia.

– Sì, cosa? – domandò Osvaldo sgranando gli occhi.

– Sì, è un discorso chiaro e lucidissimo, prima era un discorso chiaro e lucidissimo, ora poco fa era solo chiaro, ora adesso è sempre lucidissimo ma io non lo capisco più perché sto parlando con lei che mi ha fatto perdere il filo per spiegarle cose che conosce già – si guardò intorno smarrita – ho perso il filo di quello che le stavo dicendo e già conosce.

– Tutti mentono – suggerì rassegnato Osvaldo.

– Ah sì… Ma cosa blatera! Semmai ho detto il contrario. È impossibile mentire, qualsiasi cosa detta è per forza vera, di certo lo è da qualche parte anche se non nel complesso. Per questo tutti mentono, ma non fa differenza perché tutti dicono la verità. Insomma, se ne vada.

Solo dopo alcuni istanti, e come colpito da uno schiaffo inaspettato, Osvaldo riuscì a elaborare le ultime parole di Amelia Parrà, quasi sparita nell’avanzare della sera assieme ai contorni delle siepi e delle piante. Guardò in direzione della donna, la vide voltargli le spalle e allontanarsi, quindi cercò il profilo della casa per orientarsi verso l’uscita del giardino.

Il tabacchi-barbiere era ancora aperto e Osvaldo lo guardava dal lato della piazza sul quale sarebbe arrivata la corriera. Cominciava a piovere.

Che ci fosse un senso nella sua visita ad Amelia Parrà, ammesso che il suo breve viaggio avesse questo come obiettivo, era una questione di interpretazione che Osvaldo era lontano dal porsi nel momento in cui salì sul predellino. Il tragitto verso valle era identico a quello dell’andata, come accade a qualsiasi viaggio di ritorno e se fosse stato attento si sarebbe accorto di ripercorrere all’indietro anche i suoi pensieri, come fossero rimasti piantati sui tornanti qualche ora prima.  Passò il viaggio a fissare l’immobilità dei suoi piedi, aspettando di cogliersi di sorpresa e vederli muoversi, come per un loro cenno spontaneo. All’arrivo scese per ultimo e trovò ad aspettarlo Gustavo, vestito di tutto punto.

– Osvaldo, ciao, ma dove sei stato? Io mi sono preoccupato, poi ho chiesto in giro e hanno detto che avevi preso la corriera. Sono qui dall’ora di pranzo – fece una breve pausa – da subito dopo pranzo. E quindi, che hai fatto? Stai bene? Perché sei partito? Tu non parti mai, poi da solo, perché… – lasciò la frase a metà ricordandosi con chi stava parlando e chiese scusa stringendosi nelle spalle.

– Niente – rispose Osvaldo, sollevando finalmente lo sguardo dai suoi piedi – Oggi non è giovedì – osservò.

– No – precisò Gustavo, e nonostante avesse pronunciato una sola sillaba lo stupore nel suo tono di voce era quasi tangibile, una realtà fisica che prese la forma di tre rughe tra i suoi occhi.

– E perché sei così elegante?

A questo punto Gustavo cominciò a indietreggiare, fino a quando non si trovò con la schiena al muro. A quel punto Osvaldo si avvicinò e gli mise una mano attorno alle spalle cominciando a camminare

– Non è che devi uscire con la figlia di Biancardi?

– Be’, veramente sì – rispose Gustavo ancora un po’ intimorito.

– E ci vai con l’Alfa?

– Sì.

– E ti posso accompagnare?

– Certo, certo, ma… perché?

– Niente, ho voglia di parlare.

***

L’autore scrive di sé

Sono nato a Foggia il 5 novembre 1984, ho studiato filosofia a Bologna, dove mi sono laureato nel 2009. Dopo un master in editoria ho lavorato presso alcune case editrici, fino a quando, nell’aprile del 2011, ho aperto un ristorante libreria a Roma, il SoulKitchen. A gennaio del 2014 ho lasciato la mia attività per vivere a Parigi, con l’obiettivo di diventare professore di lingua italiana.

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