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Giuseppe Di Mauro recita “Le ricordanze” da “La vicenda umana di Giacomo Leopardi”-2

Tra pochi giorni, il 29 giugno, sarà l’anniversario della nascita di Giacomo Leopardi (1798) e non potevamo avere occasione migliore di questa per celebrarlo: ascoltare la recitazione di una delle sue poesie più importanti, “Le ricordanze”.

Il secondo capitolo del DVD del nostro amico Giuseppe Di Mauro intitolato “La vicenda umana di Giacomo Leopardi” è infatti dedicato proprio al poema scritto nel 1829 in occasione dell’ultimo soggiorno del poeta nella casa natale a Recanati. Il video unisce le immagini di alcuni dei principali luoghi leopardiani e il contributo spontaneo di Mario Giacomelli, che volle parteciparvi con alcune sue foto ispirate dal poeta recanatese. Poco tempo prima di questo ultimo soggiorno, all’età di 27 anni, Giacomo Leopardi aveva concepito e iniziato a scrivere la “Storia di un’anima”, un romanzo apertamente autobiografico ispirato al modello de “I dolori del giovane Werther” di Goethe e de “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” di Ugo Foscolo. Dopo le primissime righe vi si legge:

Intitolo questo mio scritto, istoria di un’anima, perché non intendo narrare se non se i casi del mio spirito, e anche non ho al mio racconto altra materia, perocché nella mia vita niun rivolgimento di fortuna ho sperimentato fin qui, e niuno accidente estrinseco diverso dall’ordinario né degno per sé di menzione.

Ma di questo romanzo “che racconterebbe le vicende interne di un animo nato nobile e tenero, dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte”, come scrive il poeta nella lettera a Pietro Colletta da Recanati del marzo 1829, non furono scritte che poche pagine. Pochi mesi dopo, invece, verso la fine dell’estate di quello stesso anno maturerà compiutamente l’ispirazione che lo ha spinto a raccontarci la storia della sua anima negli straordinari versi de “Le ricordanze”.

La realizzazione è di Alessandro Castriota.


Le ricordanze

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l’aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
Della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
E in su l’aiuole, susurrando al vento
I viali odorati, ed i cipressi
Là nella selva; e sotto al patrio tetto
Sonavan voci alterne, e le tranquille
Opre de’ servi. E che pensieri immensi,
Che dolci sogni mi spirò la vista
Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
Che di qua scopro, e che varcare un giorno
Io mi pensava, arcani mondi, arcana
Felicità fingendo al viver mio!
Ignaro del mio fato, e quante volte
Questa mia vita dolorosa e nuda
Volentier con la morte avrei cangiato.

Nè mi diceva il cor che l’età verde
Sarei dannato a consumare in questo
Natio borgo selvaggio, intra una gente
Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
Argomento di riso e di trastullo,
Son dottrina e saper; che m’odia e fugge,
Per invidia non già, che non mi tiene
Maggior di se, ma perchè tale estima
Ch’io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
A persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
Senz’amor, senza vita; ed aspro a forza
Tra lo stuol de’ malevoli divengo:
Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
E sprezzator degli uomini mi rendo,
Per la greggia ch’ho appresso: e intanto vola
Il caro tempo giovanil; più caro
Che la fama e l’allor, più che la pura
Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
Senza un diletto, inutilmente, in questo
Soggiorno disumano, intra gli affanni,
O dell’arida vita unico fiore.

Viene il vento recando il suon dell’ora
Dalla torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin. Qui non è cosa
Ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro
Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
Dolce per se; ma con dolor sottentra
Il pensier del presente, un van desio
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
Quella loggia colà, volta agli estremi
Raggi del dì; queste dipinte mura,
Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
Su romita campagna, agli ozi miei
Porser mille diletti allor che al fianco
M’era, parlando, il mio possente errore
Sempre, ov’io fossi. In queste sale antiche,
Al chiaror delle nevi, intorno a queste
Ampie finestre sibilando il vento,
Rimbombaro i sollazzi e le festose
Mie voci al tempo che l’acerbo, indegno
Mistero delle cose a noi si mostra
Pien di dolcezza; indelibata, intera
Il garzoncel, come inesperto amante,
La sua vita ingannevole vagheggia,
E celeste beltà fingendo ammira.

O speranze, speranze; ameni inganni
Della mia prima età! sempre, parlando,
Ritorno a voi; che per andar di tempo,
Per variar d’affetti e di pensieri,
Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
Son la gloria e l’onor; diletti e beni
Mero desio; non ha la vita un frutto,
Inutile miseria. E sebben vóti
Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
Il mio stato mortal, poco mi toglie
La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
A voi ripenso, o mie speranze antiche,
Ed a quel caro immaginar mio primo;
Indi riguardo il viver mio sì vile
E sì dolente, e che la morte è quello
Che di cotanta speme oggi m’avanza;
Sento serrarmi il cor, sento ch’al tutto
Consolarmi non so del mio destino.
E quando pur questa invocata morte
Sarammi allato, e sarà giunto il fine
Della sventura mia; quando la terra
Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
Fuggirà l’avvenir; di voi per certo
Risovverrammi; e quell’imago ancora
Sospirar mi farà, farammi acerbo
L’esser vissuto indarno, e la dolcezza
Del dì fatal tempererà d’affanno.

E già nel primo giovanil tumulto
Di contenti, d’angosce e di desio,
Morte chiamai più volte, e lungamente
Mi sedetti colà su la fontana
Pensoso di cessar dentro quell’acque
La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
Malor, condotto della vita in forse,
Piansi la bella giovanezza, e il fiore
De’ miei poveri dì, che sì per tempo
Cadeva: e spesso all’ore tarde, assiso
Sul conscio letto, dolorosamente
Alla fioca lucerna poetando,
Lamentai co’ silenzi e con la notte
Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
In sul languir cantai funereo canto.

Chi rimembrar vi può senza sospiri,
O primo entrar di giovinezza, o giorni
Vezzosi, inenarrabili, allor quando
Al rapito mortal primieramente
Sorridon le donzelle; a gara intorno
Ogni cosa sorride; invidia tace,
Non desta ancora ovver benigna; e quasi
(Inusitata maraviglia!) il mondo
La destra soccorrevole gli porge,
Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
Suo venir nella vita, ed inchinando
Mostra che per signor l’accolga e chiami?
Fugaci giorni! a somigliar d’un lampo
Son dileguati. E qual mortale ignaro
Di sventura esser può, se a lui già scorsa
Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?

O Nerina! e di te forse non odo
Questi luoghi parlar? caduta forse
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
Che qui sola di te la ricordanza
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
Questa Terra natal: quella finestra,
Ond’eri usata favellarmi, ed onde
Mesto riluce delle stelle il raggio,
E’ deserta. Ove sei, che più non odo
La tua voce sonar, siccome un giorno,
Quando soleva ogni lontano accento
Del labbro tuo, ch’a me giungesse, il volto
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
Il passar per la terra oggi è sortito,
E l’abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti; e come un sogno
Fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte
La gioia ti splendea, splendea negli occhi
Quel confidente immaginar, quel lume
Di gioventù, quando spegneali il fato,
E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
L’antico amor. Se a feste anco talvolta,
Se a radunanze io movo, infra me stesso
Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
Tu non ti acconci più, tu più non movi.
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
Van gli amanti recando alle fanciulle,
Dico: Nerina mia, per te non torna
Primavera giammai, non torna amore.
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
Piaggia ch’io miro, ogni goder ch’io sento,
Dico: Nerina or più non gode; i campi,
L’aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
Sospiro mio: passasti: e fia compagna
D’ogni mio vago immaginar, di tutti
I miei teneri sensi, i tristi e cari
Moti del cor, la rimembranza acerba.

4 Risposte a “Giuseppe Di Mauro recita “Le ricordanze” da “La vicenda umana di Giacomo Leopardi”-2”


  1. 1 Tiziana Cimarelli Lug 1st, 2012 at 3:54 am

    …c’è poesia anche nell’amore maturo, fragile come la passione, ma di un’altra consistenza. Non brucia in fretta…conosce la precarietà di ogni cosa, anche di quelle costruite con pazienza…e di pazienza si nutre. Non è di prestazioni esplosive che si fregia ma del piacere della dedizione, sorprendente e meraviglioso fino alle lacrime. Non chiede fantasie speciali, si meraviglia di quello che accade, che non si aspettava più. Accoglie la debolezza dell’altro e perdona la propria, crea complicità senza pretesa né rimpianto…è la bellezza che il tempo non sfiora, un fiore di cristallo che riflette l’eterno… sarà il nostro insegnante per questa stagione , se lascerai che il tempo che viene scolori il ricordo abbagliante di quello che fu.

  2. 2 matilde avenali Lug 3rd, 2012 at 9:21 pm

    Leggere in silenzio, ascoltare il silenzio che circonda queste parole è un attraversamento di luoghi e di tempi a cui solo il genio conduce.
    Il tempo si ferma e lo spazio sparisce, tra le meraviglie della potente dimensione poetica in cui è immerso uno sguardo di profonda umanità, capace di risvegliare il sentire che ogni essere conosce e sperimenta nel percorso della vita e nel trascorrere della sua propria vita.
    Ma mentre a tutti è concesso questo cammino, nella sua misura e modalità precipua, non di tutti è la possibilità di una condivisione assoluta, senza confine, senza limite, quale emerge dalle parole di Leopardi.
    La tenerezza e l’amore che il vero lascia tralucere, arriva al cuore, scalda ogni amarezza, toglie dalla solitudine l’esperienza del vivere, come la grande poesia riesce a fare. Pur attraversando e nominando solitudine, dolore, amarezze, diventa la parola di tutti e per tutti, raggiunge una unità capace di raccogliere l’umanità intera.
    Il tratto che denota un desiderio sovrastante è messo a confronto con il limite della vita personale. Eppure, nonostante lo scacco, la grandezza del sentire viene dalla meraviglia e dalla bellezza di una gioventù che non ha tempo, non scorre nel calendario, non sa morire a sé stessa, anche di fronte all’evidenza del limite della vita umana.
    Le ricordanze si riassumono in un atto inevitabile: stanno lì, a rinnovare la presenza del bene ricevuto dalla vita, un bene che Leopardi sente illusorio ma al tempo stesso imprescindibile dalla sua propria autenticità. In questa onestà si rispecchia il vero.
    Perchè la poesia,di per sè grande, capace di precedere la scrittura ed ogni forma di arte, nella vita si muove e si innova, immanente testimone.
    Quanto movimento suscitano questi versi… quali sentimenti! E quale dono ci porta Giuseppe Di Mauro nel testimoniare, con il suo lavoro e coinvolgimento personale, la preziosità di questo poeta, capace di attraversare secoli e millenni, di attirare tuttora l’attenzione di scienziati, studiosi, ricercatori che ai suoi lavori s’ispirano per non disperdere quell’energia particolare che viene dal tentare, rischiare e vedere “al di là della siepe”.
    Giuseppe stesso a Leopardi si è massimamente ispirato nel suo lavoro di adesione tra voce e testo, ricercando in profondità le radici di una così grande opera come quella che Leopardi ha lasciato all’umanità intera.
    Misurarsi con un gigante del genio sovrumano è di per sè un’opera immane, ed emoziona sapere quanto la persona di Giuseppe si sia coinvolta in una tale impresa, e con quali costi non solo materiali, certamente, ma prima di tutto umani.
    Leggere poesia non è mai solo una lettura. Ma soprattutto, nel caso di Di Mauro, leggere poesia è lasciarsi attraversare da tutto il peso e la possibilità della parola che la voce può portare alla luce. Tanto più profonda e grande l’opera, tanto più intenso il lavoro su di sè, per aderire alle radici della parola che la voce emette con il suono, e nel rispetto di un testo scritto.
    Attualmente questo divario, tra parola scritta e voce recitante, è uno degli aspetti più importanti per ridare senso ad un rapporto vivo con la poesia, presente nella vita, in ogni vita, anche la più drammatica.
    La voce di Giuseppe rappresenta con intensità la drammaticità della vita. Al tempo stesso emerge dalla sua recitazione l’impegno, l’adesione, la partecipazione sentita, l’essere dentro la parola drammaticamente vera che la poesia sa evocare.
    A Giuseppe la riconoscenza per questi doni di contatto con opere immense e per il suo lavoro che le accompagna e le presenta alla conoscenza ed alla memoria. Certamente rimarranno nel tempo, questi doni, così strettamente legati a grandi Autori che, con il loro lavoro, precedono tuttora il fare poesia di tanti di noi, e ne rappresentano una favolosa genealogia.

  3. 3 Andrea Bacianini Ott 22nd, 2012 at 10:28 pm

    Ora c’è anche solo “Nerina… fugaci giorni…”: https://www.youtube.com/watch?v=OR-ds0fmWMg&feature=plcp.

  4. 4 giuseppe di mauro Ott 23rd, 2012 at 7:09 am

    …sì! grazie Andrea!..ho voluto isolare dalle RICCORDANZE la parte finale, perchè LEOPARDI,dopo avere parlato tanto della sua codizione a Recanati…ora si rivolge all’umanità intera e con quel”CHI” abbandona se stesso per rivolgersi a noi e come PROUST,anche LUI,nel RICORDO va alla ricerca del “TEMPO PERDUTO” e NERINA,questa fanciulla morta troppo presto, rappresenta l’incarnazione dei “..FUGACI GIORNI..”..buona giornata a tutti..beppe