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Fatta di tanti fili di lana

Fatta di tanti fili di lana

Racconto di Sara Loffredi

La trasporta, quella coperta tirata dalle mani larghe del nonno, fatta di tanti fili di lana. Lei ci si accoccola dentro facendosi gomitolo, tutta chiusa in sé per occupare il minimo spazio. Sente il pavimento scivolare appena sotto, quello della sala -dal divano alla credenza- poi quello del corridoio che le pare lunghissimo; fino al ripostiglio, dove ci sono le scatole delle scarpe con i coperchi dove il nonno scrive la sua vita sgrammaticata, a lettere grandi che occupano tutto lo spazio, e firma con il nome e la data in fondo. Aspetta, aspetta, gli dice lei, corre in cameretta a prendere un coniglio di pezza, torna con quel passo da uccellino e sale di nuovo sulla coperta, sistema accanto a sé il leggero compagno di viaggio, portiamo anche lui, dice. Il nonno ha nel petto ancora un ansimo, un fischio che gli accorcia il respiro, è il cuore che cede ma lei non lo sa, vuole essere portata in giro ancora e ancora e ancora. Il suo tempo è un eterno oggi, ha tre anni e quando lui morirà non chiederà niente, solo penserà alla coperta, che nessuno potrà tirarla più, nonna è vecchia e gli altri non ci sono mai. Quando sarà grande si chiederà se sia finita quel giorno lì la voglia di averne ancora e ancora e ancora.

La nasconde, la coperta di quella casa di montagna dove la stufa non scalda abbastanza e lui si vergogna di chiamare i suoi per chiedere cosa fare. La scusa del Capodanno con gli amici è bastata, va bene, andate voi, io e mamma abbiamo una cena, a sciare ci andremo a gennaio. Adesso ci sono solo loro due e quel momento che hanno lucidato nella mente così tante volte da sapere che la realtà non lo uguaglierà mai, è una battaglia persa in partenza, quel momento è stato ricordo prima di diventare realtà, è stato racconto alle amiche, è stata musica soffusa e candele, è stata film che lei ha visto sospirando, canzoni che lo raccontano e cose giuste da dire. Lui ha la faccia da attore quando la raggiunge nella stanza, nel letto dei miei meglio di no, così si adattano a quello a castello in cui lui di solito dorme sopra, mentre sotto ci sta suo fratello. Lei ha fatto la doccia scaldando bene il bagno con la stufetta elettrica e poi ha messo quel completo viola che la commessa ha chiamato color glicine, le mutandine le stanno scomode e l’etichetta nuova le graffia la pelle, ma tanto le tolgo subito, pensa, non serviranno a granché. Si sente strana, con la testa leggera, come quando beve, però ha freddo, la coperta non basta e l’umidità delle lenzuola le si appiccica addosso. Lui si siede tenendo la testa fuori per non sbattere contro la rete del letto di sopra e lei tira fuori una mano gelata e gli accarezza la guancia, sente sotto le dita il liscio della barba ben fatta. Poi si alza a sedere facendo attenzione e lo abbraccia, lei con solo il reggiseno e lui ancora vestito, lo stringe e sente che trema, e lei con lui. Ho paura, vorrebbe dire, ma si vergogna. Allora dice ho freddo, poi dice ti batte il cuore, lui ride, dice pure a te. Lo vede alzarsi, togliersi il maglione, sfilare la maglietta con un solo movimento del braccio e pensa è così bello ed è tutto mio, domani chissà, ma adesso lui è qui con me e questo nessuno me lo può togliere, nessuno potrà farlo mai. Poi lui si sbottona i jeans e li fa scendere lungo le gambe, li sfila dalle caviglie. Lei è di nuovo sotto la coperta, la solleva appena, come un invito, lui le scivola accanto e lei sente quella pelle calda così vicina, lo bacia e in quel bacio tremano ancora, lei tira la coperta fin sopra la testa e lo guarda da sotto. Amore mio, vuole dire, ma ha paura che lui rida e allora non lo dice.

La soffoca, quella coperta che è un pensiero, tu sei il suo cantuccio caldo, le dice la sua amica, sdraiata sul letto, tirando su la testa che appoggia alla mano. Devi smetterla di stargli dietro, di volerlo salvare, tu vuoi salvare sempre tutti. Lei è seduta alla scrivania, gioca con una penna, la rigira tra le dita come una bacchetta e dice io non voglio salvare proprio nessuno. L’amica insiste, ti racconti un sacco di palle, vuoi che abbiano bisogno di te e poi non ne puoi più del loro bisogno, sei la loro coperta di Linus. Lei scuote le spalle, si alza, va alla finestra. Nel cortile ci sono ancora le biciclette dallo scorso inverno, dovrà gonfiare le ruote, pensa. La sua amica si mette a sedere, prende la limetta dal comodino. Dov’è quello blu che abbiamo comprato settimana scorsa? Lei apre un cassetto e trova una boccetta di smalto, gliela lancia sul letto. Vorrei un uomo che regga il vento sulla faccia senza chiudere gli occhi, che mi prenda per mano e mi porti al mare, che mi sappia recuperare nel pozzo quando ci cado, dice. La sua amica risponde ma ti senti? Sei sempre stata melodrammatica.

La scalda, quella coperta che lui le appoggia sulle spalle mentre finge di dormire. Viene per il bambino, dice, non riesco a vederlo solo il fine settimana, pensare di stare senza di lui mi toglie il fiato. L’ha messo a letto, è stato lì ad osservare il suo viso scivolare nel sonno mentre lei si è assopita sul divano, la tv accesa senza volume, solo un insieme di proiezioni colorate che riflettono sul muro bianco. Ma poi lei l’ha sentito tornare in salotto, il suo passo lo conosce a memoria e le scarpe fanno rumore sul parquet, lui non se le è neppure tolte perché questa non è più casa sua. Lei tiene gli occhi chiusi, pensa se ne andrà, non ho voglia di salutarlo un’altra volta, salutarlo mi fa sempre male. Ma lui rimane lì, davanti a lei, e la osserva fingere di dormire, osserva quei capelli spettinati che lui voleva lunghi e lei ha tagliato in un pomeriggio d’inverno e mentre tornava a casa sentiva freddo alla testa. Osserva le ciglia, quelle che contava all’inizio e poi non ha contato più, perché pensava di averle imparate a memoria, senza accorgersi che cambiavano ogni singolo giorno. Lei non apre gli occhi e lui rimane lì, in una specie di danza silenziosa, poi infrange il patto di non entrare più nella loro camera, va fino all’armadio e apre l’anta, prende la coperta azzurra. Quando era a casa chiedeva sempre dov’era tutto: le mutande, i calzini, le giacche. Adesso, pensa lei, lo sa dove sono le cose. Forse lo sapeva anche prima. Lui le appoggia la coperta sulle spalle, le sfiora appena i capelli, poi prende il cappotto, le chiavi e si chiude la porta alle spalle.

© Copyright Sara Loffredi. Tutti i diritti riservati trattati da Agenzia Letteraria Internazionale, Milano.

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Sara Loffredi, nata a Milano nel settembre del 1978, lavora come editor per una storica casa editrice giuridica. Nel 2009 il suo racconto “Non dire falsa testimonianza” risulta tra i dieci vincitori del concorso “Subway letteratura” e viene distribuito nel circuito metropolitano e ferroviario di Milano, Roma, Napoli e altre 12 città italiane. L’antologia realizzata nell’autunno 2011 per l’ottantesimo di ATM Milano contiene il suo racconto “Come fosse vero”, realizzato a partire da documenti d’archivio, in collaborazione con il progetto “I documenti raccontano”. Nel novembre 2011 il suo racconto “Fame” viene selezionato per il “Map Project” e pubblicato nel tabloid della mostra allestita presso il museo MAGA di Gallarate e presso lo spazio espositivo EX3 di Firenze. Nel gennaio 2011 viene ammessa in Bottega di Narrazione sotto la guida di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati, dove lavora al romanzo “Le mani della musica” che verrà pubblicato nel 2013 da Rizzoli. È rappresentata dall’ALI, agenzia letteraria internazionale.

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