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Per i 90 anni di Pier Paolo Pasolini

Bella ed amabile illusione è quella per la quale i dì anniversari di un avvenimento, che per verità non ha a fare con essi più che con qualunque altro dì dell’anno, paiono avere con quello un’attinenza particolare, e che quasi un’ombra del passato risorga e ritorni sempre in quei giorni, e ci sia davanti: onde è medicato in parte il tristo pensiero dell’annullamento di ciò che fu, e sollevato il dolore di molte perdite, parendo che quelle ricorrenze facciano che ciò che è passato, e che più non torna, non sia spento né perduto del tutto (Giacomo Leopardi)

Bisogna essere molto forti per amare la solitudine (Pier Paolo Pasolini)

 

La nascita di un uomo segna in maniera indelebile il suo rapporto d’amore con la madre. Ma è proprio dentro quella grazia, l’attributo più alto destinato con Maria ad ogni madre, che Pasolini iscrive orrendamente la propria angoscia. L’angoscia di esser stato da lei condannato alla solitudine e insieme la voglia di non esser solo per “un’infinita fame di amore”, che però è “amore di corpi senza anima”. “L’anima è in te” giunge a dire il poeta alla madre, prendendo coscienza di un amore “immenso” che l’aveva reso succube e  da cui ora si sente libero. Per entrambi è partorito adesso solo un sopravvivere, un confuso rinascere alla vita che rende ancora più stridente il confronto fra ragione e natura. Poi la supplica alla madre di non voler morire. E l’ultimo verso che era inizialmente “Pensa a me solo al mondo, altro non posso dire”, maturato nel meraviglioso “Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…”.

 

Supplica a mia madre

 

È difficile dire con parole di figlio

ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

 

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,

ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

 

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata

alla solitudine la vita che mi hai data.

 

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame

d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

 

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu

sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

 

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso

alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

 

Era l’unico modo per sentire la vita,

l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

 

Sopravviviamo: ed è la confusione

di una vita rinata fuori dalla ragione.

 

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.

Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

 

(Pier Paolo Pasolini)

 

1 Risposta a “Per i 90 anni di Pier Paolo Pasolini”


  1. 1 MATILDE AVENALI Mar 6th, 2012 at 6:34 pm

    Antonio, che dono questo tuo lavoro!
    E la poesia di Pasolini…QUESTA poesia!

    Pure Elsa Morante dice della nascita che è l’inizio della separazione, vissuta anche da lei luttuosamente, sulla scia di una dimensione di estraneazione da sè.

    Questo “nato di donna”, poi percepito come abbandono alla vita, solitudine, nuda esposizione al mondo, l’arte, nelle sue varie forme, lo porta a consapevolezza.
    Ma il contatto vero, reale, con la profondità di una tale originaria dimensione, di cui il corpo ha perfetta memoria, anche se priva di parola, è un contatto ancora ostacolato culturalmente da corazze difensive, attivate dalla mancanza di fiducia e di attenzione verso le leggi della natura che regolano in modo amorevole non solo la nascita ma la relazione a cui la separazione dei corpi conduce.

    L’insostituibile ricchezza di questo processo vitale è tuttora assoggettata alla inconsapevolezza, più spesso ad un taglio di ben altre radici, la cui sofferenza sopravanza sia nella madre che nella creatura.
    In questa perdita d’origine si instaura una mancanza, piuttosto che la pienezza d’essere.

    Molto sapientemente hai scelto, proprio per l’anniversario della sua nascita, la poesia che Pasolini traduce, già nel titolo, in “Supplica alla madre”.

    Attraverso la poesia emerge un lutto profondo, contattato in tutto il suo persistere, nominato nei termini di un dire condannato a ciò “che è orrendo conoscere”, l’altra faccia della grazia, quella di ricevere la vita e sentirsene schiavo, più che partecipe.

    Fino a quella conversione avvenuta in poesia, fino al passaggio di verità, di adesione a sé, che tu splendidamente hai saputo riconoscere, e che sfocia nella bellezza dell’ultimo verso, in una ritrovata tenerezza.
    Verso che Pasolini ha “ricevuto” dalla poesia, e che ha saputo rispettare nel tramutarlo in parola scritta.
    Un verso,concordo pienamente con te, semplicemente “meraviglioso”.

    Solo la poesia, forse, può permettere alla parola salti di coscienza tanto radicali nell’ adesione al vero più profondo, ad una autentica resa alla vita.
    L’esperienza del nascere, in quell’ultimo verso, diventa (meglio dire torna ad essere), quello che è: fonte di futuro, simbolo di ri/nascita, inizio sempre nuovo, relazione che trova, nel corpo della madre, il tramite del venire alla luce, in parole che rendono onore ad entrambi.

    Questo legame, inscindibile eppure vocato, dalla grazia, alla pluralità della condivisione, è ancora, in preminenza, e a partire dalla figura di Maria, “un oggetto smarrito”, un “porto sepolto”, una ricchezza ancora da portare alla luce e da mettere al mondo, nella coralità di un sentito e compiuto insieme.

    Se la donna mette alla luce, l’uomo – come ha scritto Novalis – mette al mondo… E tu, con questa scelta preziosa del testo, con il tuo commento, l’hai saputo fare.

    Grazie per le emozioni ricevute. Un caro saluto, di forte prossimità.

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