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The frozen boy

Un romanzo di toccante tenerezza. Ecco quello che Guido Sgardoli è riuscito a regalarci.  Uscito nelle librerie lo scorso 20 marzo e presentato all’ultima Fiera del libro per ragazzi di Bologna, The frozen boy (Edizioni San Paolo, 2011) è un romanzo che ti prende alla gola fin dall’inizio, ti spinge ad andare avanti e ti lascia accettare, forse, di inghiottire amaro nel finale. Come la vita. Come alcune vite. Come quella del dottor Robert Warren, un uomo distrutto dalla vita: ha sulla coscienza le bombe su Hiroshima e Nagasaki, un figlio morto nel Pacifico, una moglie che ha trascurato, preso dal suo lavoro di ricercatore, e che alla fine lo ha lasciato. Bianco. L’uomo è sull’orlo di un precipizio, fra i ghiacci della Groenlandia, nella fredda primavera del 1946, e vorrebbe davvero farla finita. Poi accade l’incredibile. Da una lastra di ghiaccio si riflette un bagliore, c’è il corpo di un ragazzo all’interno di quella lastra, un ragazzo vestito in modo strano, con un sassolino bianco e nero tra le dita: il corpo viene incredibilmente rianimato, ma inizia ad invecchiare rapidamente. È uno strano caso e l’intento di Bob Warren è quello di strapparlo nelle mani dei agenti del governo americano, che lo tratteranno come un cavia da laboratorio. Blu. Per lui è solo un ragazzo, che porterà al sicuro in un angolo remoto degli Stati Uniti, a Whale Cove, dove un tempo trascorreva le estati al mare con sua moglie e col figlio Jack. Così simile eppure così diverso a questo strano ragazzo che dice di chiamarsi Jim e parla in una lingua strana che Bob con l’aiuto di Beth, amica di sua moglie, scoprirà essere il gaelico. Verde. Da qui un viaggio col ragazzo in Irlanda, verso Tulach Na Criose e lo spettro della Portland, una nave diretta verso gli Stati Uniti cento anni prima ed affondata durante un tempesta. La verità, poi, chiara e dolorosa, come alla fine di un dolcissimo sogno.

È uno strano caso questo di Jim McPhee, simile per certi versi a quello del Benjamin Button di Francis Scott Fitzegerald, ma il ragazzo dovrà qui fare i conti con un corpo che andrà in continuo decadimento. E con lui c’è un adulto, Bob, che nel tentare vanamente di arginarne il decadimento fisico  riuscirà comunque a costruirsi una rinascita esistenziale.  L’autore del romanzo, Guido Sgardoli, dice di dover qualcosa William Faulkner quanto all’idea della storia: al grande scrittore americano, aggiungiamo noi, deve anche lo stile,  ricco e complesso, pieno di pathos, animato dallo stream of consciousness e dall’intreccio fra voci narranti e salti temporali.  Perfetto qui, dove non sono solamente due piani narrativi a confrontarsi, ma due mondi, quello dei ricordi dell’infanzia dura e felice di Jim e quello della quotidianità dura e infelice degli adulti.

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