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Sì, buon Natale

Sì, buon Natale

– Dicembre 2004 –

Racconto di Stefano Baldi


1.05 di notte, il termometro segnava -3 gradi all’esterno ma dentro l’auto il condizionatore assicurava il giusto confort. La radio trasmetteva una musica uniforme, adatta all’ora, con un sano supporto di bassi su cui si inserivano varie voci e svisate lunghe di chitarra. In altri anni quelli erano i momenti dei vari Lupi Solitari o dei dee-jay disperati, adesso i network radiofonici erano tutti uguali e la melassa musicale sempre la stessa, di giorno e di notte.

Andrea stava rientrando a casa dopo aver accompagnato Alberto. La cena aziendale quell’anno era stata in tono minore, considerata la situazione societaria, ma comunque bella: solite battute, soliti mazzi di fiori alle signore, soliti cori e balli di gruppo. Tutto nella norma, a parte una canzone di De Gregori, buttata improvvisamente lì “per ringraziare tutti gli uomini dell’impegno profuso nell’anno”, come aveva detto uno dei due musicisti. Era “La leva calcistica della classe del ‘78” ed essendo più vecchio ma non avendo mai giocato seriamente a calcio Andrea la sentiva tutta sua: sarà stata la musica, sarà stata la voce secca di De Gregori, sarà stato l’argomento ma ogni volta che la sentiva avvertiva un po’ di commozione salirgli dentro. E anche quella sera l’aveva sentita mentre la cantava a squarciagola assieme ad altri 3-4 colleghi e nel silenzio dei giovani, che non la conoscevano moltissimo.

Tornando a casa con Alberto aveva parlato della situazione lavorativa, dei problemi sorti nel corso dell’anno e di come cercare di risolverli: sentiva che non sarebbe stato per nulla semplice ed in fondo ai suoi pensieri era tornata l’idea che il prossimo anno sarebbe stato più difficile di questo. Si erano comunque lasciati con il solito urlo “non mollare mai” e scambiandosi gli auguri di buon Natale e buon anno.

Andrea attese il verde, guardò l’ora e pensò che fra venti minuti avrebbe parcheggiato in box. 100 metri davanti a lui dalla destra della strada si staccò un’ombra che estrasse una paletta bianca e rossa. Il primo pensiero fu “Quanto ho bevuto stasera?” ma la risposta “poco” e la scritta Carabinieri sulla fiancata dell’auto di pattuglia bloccarono subito l’idea della prova palloncino.

Mise la freccia ed accostò. Il brigadiere si avvicinò alla portiera e Andrea gli passò i documenti scendendo dall’auto. L’appuntato a fianco, vent’anni al massimo, giubbotto antiproiettile e mitra d’ordinanza, gli disse che poteva attendere in auto ma Andrea rimase appoggiato alla portiera. Aveva addosso solo la giacca e voleva sentirsi addosso il freddo e l’aria pungente della notte. Stava per attaccare discorso con l’appuntato quando il brigadiere tornò con i documenti: disse qualcosa sul cognome, simile a quello di un collega di una città del sud (“Mi dispiace brigadiere, i miei nonni erano pavesi”) e lo salutò militarmente. Andrea ricambiò, fece i  consueti auguri di buon lavoro a cui aggiunse quelli per il Natale, risalì in macchina e partì accelerando leggermente.

Non aveva perso più di due minuti ma la calma, il calore, il mood della serata si erano spezzati: entrò in tangenziale e, guardando il cartello Venezia, decise che non sarebbe tornato a casa. In quella notte gelida sarebbe andato a Venezia e avrebbe visto il sorgere del sole da là.

Quando aveva vent’anni in meno ogni tanto lo faceva: partiva in macchina con alcuni amici, andava a Venezia o Genova per vedere l’alba e bere un caffè. Non si ricordava quando l’aveva fatto l’ultima volta ma capì che quella notte doveva farlo: anche se era stanco, anche se avrebbe dovuto dormire in macchina al freddo voleva andare.

Alzò un filo il volume della radio e si infilò sulla corsia di sorpasso. Dopo dieci minuti era ad Agrate: uscire a quel punto per tornare a casa era la cosa più semplice, senza discussioni ed essendo semplicemente razionali. Andrea schiacciò per riflesso l’acceleratore e cercò fra i CD qualcosa di un po’ più carico di un tappeto di bassi: Zooropa degli U2 era una buona scelta e dopo 30 secondi la chitarra di Edge squartava già il caldo dell’abitacolo. Sorpassava velocemente pulmini, camion con targhe straniere, caselli autostradali la cui lunga litania conosceva a memoria e lasciava andare la mente.

Si fermò solo per un caffè veloce in autogrill ed alle 3.30 arrivò al casello di Venezia. Era la città che amava di più: anche se l’aveva visitata molte volte e in tutte le condizioni (in albergo, con il sacco a pelo, in ostello, in giornata, per il Carnevale, a Novembre) riusciva a sorprenderlo sempre: la considerava un po’ la propria coperta di Linus, un posto sicuro da cui passare per ritrovare alcune certezze e la certezza di una sorpresa. “Un po’ come la notte di Natale, che viene ogni anno ed in cui sei sicuro che avrai una sorpresa: lo sai, la aspetti e sai che non rimarrai deluso” pensò.

Era stato a Venezia la prima volta a quattro anni, in gita con i genitori nell’Italia del boom: non si ricordava nulla ma aveva un ricordo chiarissimo di una foto in bianco e nero di un bambino in pantaloni corti davanti a San Marco con la custodia della macchina fotografica a tracolla. Il sorriso esprimeva tutta la gioia di Andrea di fronte alla città galleggiante, gioia e serenità che ritrovava ogni volta nella città dei rii, delle calli e della Chiesa dei Frari.

Se esisteva un punto più caldo della coperta di Linus quello era la Chiesa dei Frari. Ogni volta che era a Venezia ci passava, anche attraverso feroci litigate o corse a perdifiato. Andrea entrava dalla porta di sinistra, dando le spalle all’altare maggiore fiancheggiava la navata e le varie sculture del Canova per arrivare all’ingresso principale e solo al quel punto voltarsi verso l’altare per perdersi nell’Assunta del Tiepolo. Cercava di vederla quando era già buio (principale motivo delle litigate, “siamo in ritardo!”) perchè in quelle condizioni la Madonna usciva dal quadro e sembrava veleggiare attraverso la chiesa e sopra le panche: sarebbe stato ore a guardarla ma c’era sempre qualcuno o qualcosa a richiamarlo dopo pochi secondi, lasciandolo con parecchio amaro in bocca.

Pagò il casellante ma non andò verso la città: avrebbe dovuto parcheggiare in Piazzale Roma, dormire un po’ in macchina, scendere a piedi verso San Marco e da lì guardare verso la Giudecca ed aspettare il sole. Troppo difficile e comunque in contrasto con la voglia che gli era venuta in autostrada: non gli sarebbe bastata l’alba, la vicinanza a Venezia, l’odore del mare, voleva sentire la sabbia e camminare sulla spiaggia. “Se faccio qualcosa lo faccio bene” pensò: entrò sul passante di Mestre e mentre si lasciava sulla destra le varie uscite continuò a pensare a Venezia.

A quando ci aveva visto i Pink Floyd, a quando aveva baciato Elena sotto i portici di Rialto in una nebbiosa sera di Novembre, a quando l’acqua alta gli aveva fatto vedere la Basilica di San Marco volare. Che belle cose aveva fatto con poco o niente, come si era fatto portare tanto spesso dall’estro o dall’improvvisazione e ne era sempre stato ripagato. La tristezza gli piombò addosso ma si sentiva comunque bene e in pace con se stesso: Zooropa era stato sostituito da One Million Dollar Hotel, che con calma lo accompagnava mentre scendeva verso la spiaggia del Cavallino.

I camping erano tutti chiusi, non c’era in giro nessuno: era troppo tardi anche per qualche coppia clandestina e troppo fuori mano per le puttane del luogo.

Trovò finalmente un parcheggio di fronte al mare: ne sentiva l’odore, acre, pulito grazie all’aria fredda. Ma non scese dall’auto: avrebbe visto tutto la mattina, non voleva anticipare il momento. Mise la sveglia alle 7.30 sul cellulare, lo spense, chiuse la macchina dall’interno, abbassò il sedile, si tirò addosso il cappotto e si addormentò.

Si svegliò poco prima delle 7. La bocca era impastata, accese la luce e frugò nella borsa alla ricerca di un chewing gum che trovò sul fondo. Per cappuccino e brioche c’era tempo, buttò la gomma allo xylitolo in bocca e scese dall’auto.

Se possibile era ancora più freddo ma stava sempre bene: scese verso la riva.

La sabbia crocchiava sotto le suole ed una leggera brezza si stava alzando mentre la prima luce bianca si stava già facendo strada ad est. Lo sciabordio delle onde lo stimolò a pisciare, poi si sedette di fronte al mare.

Si ricordò di aver letto che un uomo caduto in mare in Atlantico ha cinque minuti di sopravvivenza, non di più: il freddo blocca i muscoli e rallenta i pensieri, si perdono i sensi e si sparisce fra le onde.

Il cellulare suonò, erano le 7.30: decise di lasciarlo spento. A casa erano già in pensiero ma per una volta se ne fregò, che fossero gli altri a preoccuparsi di lui ogni tanto. In quel momento era solo con se stesso su una spiaggia e degli altri non gliene importava.

“L’Adriatico non è l’Atlantico, ma freddo è freddo”: forse i cinque minuti potevano diventare sette ma cappotto, giacca, scarpe avrebbero comunque aiutato. Dimenticarsi di tutto e di tutti in sette minuti. Ci pensò: si tolse gli occhiali, ci alitò sopra e li pulì. “Se muoio voglio vedere bene cosa c’ è di là”. Non era stato un brutto anno, anzi: nuova posizione, aumento, nuove responsabilità. Ma aveva perso il sorriso dei quattro anni, dei dieci, dei quindici, dei venti. Non si sentiva felice pur avendo troppo: non era più il bambino con la custodia a tracolla, adesso aveva una macchina digitale da milioni di pixel e soldi che gli permettevano di togliersi sfizi impensabili vent’anni prima. Ma non aveva più quella voglia di andare oltre di troppo tempo fa.

Sputò la gomma sulla sabbia proprio mentre uno stormo di gabbiani passava a filo d’acqua. Sempre nessuno in giro, se voleva suicidarsi era il posto e il momento migliore. All’alba, su una spiaggia deserta, senza biglietti d’addio: si era sempre tenuto dentro tutto nella sua vita, gioie-depressioni-scazzi-risate-lacrime, si sarebbe tenuto dentro anche i motivi di questo gesto. Forse qualcuno avrebbe parzialmente intuito ma per quasi tutti sarebbe stata una sorpresa negativa.

“Ma come, stava così bene?”

“Aveva tutto, cosa sarà mai successo?”

Balle. Era morto dentro da troppi anni, adesso era giusto morire fuori. Accese il cellulare, gli arrivarono messaggi di ripetute chiamate non risposte. “Echissenefrega” urlò. Guardò il mare, ormai il sole stava arrivando: levò documenti e portafoglio dalle tasche e li appoggiò con cura a terra.

Entrò in acqua e gli si mozzò il respiro: era veramente fredda. Razionalmente era più giusto tornare a riva e rispondere al cellulare che era tornato a squillare: ma come anni fa l’estro e l’improvvisazione lo stavano guidando a fare una cosa solo e veramente sua.

Lontano stava passando un peschereccio. Fu l’ultima cosa che Andrea vide. Pensò “Quel pesce è già venduto, dopodomani è Natale, sono certo che avete avuto una buona nottata. Auguri”.

Sì, buon Natale.

***

L’autore dice di sé…

Ho 50 anni, sposato con una figlia vicina ai 18 e lavoro in una multinazionale americana dell’informatica (chissà qual’è…). A tempo perso, sempre meno visti gli impegni di lavoro e gli altri personali, mi sono messo a scrivere racconti, ripigliando una passione verso le lettere che più di 30 anni fa mi aveva quasi spinto ad intraprendere una carriera giornalistica, poi abbandonata per un’innamoramento prima dell’economia – laureato – e poi dell’informatica – dove ancora lavoro.

1 Risposta a “Sì, buon Natale”


  1. 1 Valeria Bellagamba Dic 31st, 2010 at 2:46 pm

    Grazie Antonio!

    E complimenti a Stefano Baldi, davvero un bel racconto!

    Tanti auguri di buon 2011.

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