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Cinzio Passeri Aldobrandini

LE LETTERE DEL CARDINALE SAN GIORGIO
NELL’ARCHIVIO STORICO DELLA BIBLIOTECA ANTONELLIANA
IL MONASTERO DELLE PUTTE e IL VESCOVO HENRICI

Cinzio Passeri Aldobrandini

Il nostro passato, da remoto a recente, vanta una folta schiera di cittadini distintisi nei più vari campi: giurisprudenza, poesia, teatro, musica, pittura, annalistica e storia, scienze e matematica, politica, armi, opere di pietà, dignità ecclesiastiche (un Papa e diversi Cardinali). Sono veramente tanti e perlopiù poco conosciuti. Eppure, secondo noi, sono essi a costituire, insieme con i luoghi fisici (i Palazzi del Comune, del Duca, dei Baviera, dei Mastai, la Rocca, i Portici Ercolani, ecc.) quell’amalgama nel quale si sostanzia la senigalliesità, cioè la nostra identità. La loro conoscenza dovrebbe essere impartita o almeno suggerita alla cittadinanza, perché questa sia consapevole delle sue radici.

Tra le cadenze storiche che ci riguardano, ricorre quest’anno il quarto centenario della morte del primo Senigalliese che ricevette la porpora cardinalizia: Cinzio Passeri, morto nel gennaio del 1610. Dal Tiraboschi apprendiamo che era nato nel 1560 ed era figlio di Aurelio “eccellente Dottore di Leggi”, discendente da una famiglia “che era venuta ad abitare in Senigaglia circa l’anno 1450 in tempo che dominava l’istessa città Sigismondo Pandolfo Malatesta”, provenendo dalla Bergamasca.
La loro casa era “situata nella strada maestra di Porta Nuova”.

Stemma famiglia Passeri
Stemma della famiglia Passeri

Aurelio, che figura tra i Nobili Cittadini, aveva sposato Elisabetta Aldobrandini di Fano, sorella di due monsignori residenti a Roma. La vita di Cinzio fu condizionata dal sostegno soprattutto materiale dei due zii Ippolito e Giovanni, che lo indussero a cognominarsi anche Aldobrandini. A Giovanni si rivolse il cognato Aurelio Passeri, non essendo in condizione di sostenere le spese per gli studi di Cinzio. Il ragazzo a 15 anni fu collocato nel Collegio Germanico di Roma; stava poi per intraprendere gli studi universitari, quando la morte dello zio Giovanni e la conseguente mancanza di sostentamento lo costrinse a tornare a Senigallia. Sempre dopo sollecitazione del padre intervenne l’altro zio, Ippolito; Cinzio, frequentate le Università di Perugia e Padova, si addottorò in legge nel 1578.

Lo zio Ippolito, divenuto Cardinale e poi Pontefice con il nome di Clemente VIII, lo prese al suo fianco, stimandone la serietà e competenza, e lo creò nel 1593 Cardinale diacono di S. Giorgio al Velabro.
Per questo evento grandi “allegrezze” furono espresse dai Senigalliesi tramite il Gonfaloniere e i Regolatori; Cinzio, firmandosi come Cardinal S. Giorgio (così viene quasi sempre nominato nei nostri archivi) ringraziò commosso, dichiarandosi “amorosissimo ed obbligatissimo figliuolo di codesta Patria”.

I concittadini lo videro insieme con altri Cardinali, tra cui il futuro Santo Carlo Borromeo, nel corteggio papale che seguiva Clemente VIII, quando il Pontefice il primo maggio 1598 si fermò a Senigallia sulla via per Ferrara.
È difficile riassumere in poche righe il vissuto di Cinzio. La sua fu un’esistenza privilegiata, ma non senza contrasti, che gli derivarono soprattutto da suo cugino Pietro Aldobrandini, anch’egli Cardinale. Ai due nipoti il Papa aveva affidato il governo pontificio con incarichi equivalenti tra i due: Pietro, però, aveva ambiziosamente cercato di avocare a sé la maggior parte del potere, irritando Cinzio al punto che questi si allontanò da Roma, per farvi ritorno dopo sette mesi, pregato dal Pontefice perché riprendesse i suoi incarichi. Le sue indubbie capacità furono riconosciute anche dal pontefice successivo, Leone XI, che lo nominò penitenziere maggiore. Citiamo quanto su Cinzio Passeri Aldobrandini figura in un testo del 1851, “Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro ai nostri giorni” di Gaetano Moroni: “All’affabilità e magnificenza, seppe unire profonda pietà, zelo per l’altrui salvezza, assiduità alla preghiera, parco nel sonno che prendeva sulla paglia, menando vita mortificata e penitente. Mecenate parzialissimo de’ letterati, ne mantenne parecchi in propria casa, in cui avea formata un’accademia di celebri scienziati […]. Fra questi […] il famoso Torquato Tasso che gli dedicò il suo poema […]” la Gerusalemme conquistata, e molti altri scritti minori.

IL CARDINALE CINZIO E SENIGALLIA

Avere a Roma un proprio concittadino Cardinale era un po’ come avere un Santo in Paradiso, locuzione quanto mai adatta e forse meglio attribuibile al secondo Cardinale senigalliese, il conte Nicola Antonelli: un senigalliese nelle aule pontificie poteva essere un valido patrocinatore, perché venissero accelerate ed accolte le varie petizioni che la nostra Comunità inviava per l’approvazione alla sede papale. L’amorevolezza con cui le nostre suppliche d’intervento venivano accolte comportava, anche allora, la condiscendenza a ricambiare qualche favore che il benevolo prelato da Roma ci richiedeva.
Ciò ovviamente valse anche per Cinzio, come dimostrano alcune sue lettere inviate ai nostri Gonfalonieri.
Nell’Archivio Storico della Biblioteca Antonelliana (Lettere de Personaggi, vol. I) ne abbiamo trovate tre, nella prima delle quali il porporato si firma come Cinzio Aldobrandini mentre nelle altre come Cardinale di S. Giorgio: non ci risulta che questa corrispondenza sia mai stata pubblicata.

Lettera Cinzio 1

La prima lettera è del 28 febbraio 1593 ed è qui sopra riprodotta (cliccare sull’immagine per ingrandirla): è un messaggio di ringraziamento perché i Consiglieri hanno accordato un posto presso le Monache di Santa Cristina ad una fanciulla raccomandata dal Cardinale. Per comprendere perché un Cardinale da Roma debba chiedere come favore l’ammissione di una fanciulla in un monastero di Senigallia è opportuno ripercorrere la genesi di questa pia istituzione.

GENESI DEL MONASTERO DELLE BENEDETTINE

La fondazione del monastero risale al 1581 a conclusione di richieste avanzate e proposte discusse ripetutamente per oltre due decenni, come risulta dai Libri dei Consigli. Senigallia fa parte del Ducato di Urbino sotto la Signoria di Guidubaldo II della Rovere ed il Consiglio Comunale della città è costituito da cittadini rispettabili e virtuosi, ma soprattutto dotati di un consistente patrimonio; agli appartenenti a una famiglia, che hanno avuto propri membri a ricoprire la carica di consigliere, deriva il titolo di Nobili.
In base al verbale della seduta del 5 marzo 1533, che si legge nel pertinente Libro dei Consigli, figurano presenti i patrizi Arsilli, Baldassini, Baviera, Beliardi, Benedetti, Gabrielli, Lambertelli, ecc., nomi di casati costituenti un’oligarchia che durerà per secoli. A prendere la parola in quella convocazione è Giulio Lambertelli: con veemenza vuole sottolineare come sia necessario avere in città un “convento de suore dove se possa metter le figliole de cittadini tanto per farle monache quanto per insegnarle la virtù”.
Questa lodevole proposta ne sottende un’altra molto terrena e pratica: conservare l’integrità del patrimonio familiare. Nel periodo al quale ci riferiamo, consolidata pratica è presso le famiglie patrizie non frammentare il capitale. Tra gli eredi maschi è al primogenito che spetta il diritto di ereditare il grosso dei beni di famiglia; gli altri vengono avviati alla carriera militare o alla vita ecclesiastica, non essendo in questa società considerate confacenti ad un nobile rampollo professioni quali, ad esempio, quelle di avvocato, medico o notaio.
Quanto alle fanciulle, la strategia familiare deve tener conto anche per esse dell’aspetto economico. Contrarre un matrimonio adeguato per censo e nobiltà potrebbe comportare l’esborso di una dote generalmente tanto cospicua, da dovere essere spesso versata a rate. Se in un casato vi sono più femmine, il matrimonio è ipotizzabile e riservato solo a quella o quelle che assicurino con le nozze un’alleanza con una famiglia di prestigio, senza che vengano troppo compromesse le finanze della casata di origine. È questa una vera politica matrimoniale, fondamentale per mantenere capitali e potere in un ambiente oligarchico, nel quale la parità di diritti ereditari tra i figli maschi non è contemplata e l’uguaglianza di diritti tra i due sessi non solo non è consentita, ma nemmeno concepibile.

Per prendere un esempio cinquecentesco della nostra città, citiamo la famiglia Mastai. Francesco (il primo di tale casato ad essere nato a Senigallia, dove viene alla luce nel 1588), gode dei diritti di primogenitura e si accasa adeguatamente con una Bruni di Ostra; il fratello cadetto Andrea, invece, viene avviato alla carriera ecclesiastica; delle quattro sorelle due, Porzia e Camilla, sposano rispettivamente un Beliardi e un Fagnani, mentre le altre due, Leonilde e Agnese, finiscono monache in Arcevia. Questo tipo di strategia matrimoniale è destinato a perdurare nel futuro. Rimanendo sempre nell’ambito dei Mastai, tre generazioni dopo (ora sono divenuti i conti Mastai Ferretti) il primogenito, cui il destino riserba la ventura di essere il bisnonno di Papa Pio IX, sposa la marchesa Ercolani; altri quattro fratelli maschi vestono la tonaca mentre un quinto figura come Gentiluomo del Principe Chigi; tutte le cinque sorelle non hanno altro futuro che quello di vestire l’abito monacale.

In attesa, dunque, di vedere se in futuro possano entrare nel giro delle alleanze-matrimoni, le fanciulle (indicate al tempo con il termine “putte”) sono generalmente custodite in un posto sicuro ed agiato, il convento, dove ci si aspetta che venga loro impartita una educazione ed una istruzione consone al loro rango sociale. I genitori debbono ovviamente provvedere a “dote, vitto e vestito, et anco medicamenti nei casi d’infermità”. In convento le ragazze rimarranno per numerosi anni, comunque per tutto il tempo che si frapporrà sino allo scoccare del momento risolutivo: quello del matrimonio e quindi della uscita dal convento oppure quello della monacazione.

Queste esigenze, derivanti dall’imperativo di autoconservare il capitale-potere parcheggiando onorevolmente le putte, sono in termini diversi, ma sostanzialmente identici, ripetutamente espresse e per anni riportate nei cinquecenteschi Libri dei Consigli. In essi leggiamo che si è “tante volte rogato di fare un monastero di monache per il gran bisogno che si vede essere crescente […]; per le dote essere soperchie, un cittadino per nobile che sia non [può] più maritar le figlie s’egli non resta poverissimo”. Si auspica a più riprese la costruzione di “un monastero di monache, essendone così gran bisogno per la moltitudine grande che vi è delle putte”. Essendo il Monastero voluto dal patriziato locale per risolvere un proprio problema, non sorprende che il Consiglio stabilisca subito che il Convento dovrà essere riservato solo alle “putte” nobili senigalliesi e che l’ammissione delle singole fanciulle, in numero non superiore a 40, sia di competenza dell’autorità comunale e non di quella vescovile.

Per costruire un convento occorre reperire i finanziamenti ed esperire varie pratiche, che come sempre comportano delle lungaggini. Nel 1574 cominciano i lavori, essendo stato concesso il terreno che grosso modo corrisponde a quello su cui sorge attualmente la Scuola Pascoli.
Quanto alla Regola cui il Monastero deve ascriversi, tra le cinque regole monastiche al tempo più seguite la scelta viene operata non in base a sofistiche elucubrazioni, ma semplicemente per ballottazione: viene votata quella di San Benedetto di Norcia, fondatore della vita monastica occidentale.

Nell’ottobre del 1580 la costruzione del convento è finalmente terminata, ma negli ultimi mesi si presenta un altro problema. A Senigallia non esiste un gruppo di monache, indispensabile per la fondazione e l’avvio dell’istituto. Si pensa di farne venire quattro da Pesaro; ad ottenere il benestare pontificio interviene il nostro Vescovo Francesco Maria Henrici, che da Roma invia una missiva ai Consiglieri e Regolatori Comunali. La lettera, datata 23 agosto 1580, non è mai stata pubblicata.
Il Vescovo informa che l’idea delle Monache provenienti da Pesaro avrà l’approvazione richiesta, anche grazie all’intervento personale della Duchessa di Urbino Vittoria Farnese, moglie di Guidubaldo II della Rovere.

Lettera Suore - Vecsovo Henrici

Infine il 25 ottobre, sempre da Roma, il Vescovo Henrici comunica la notizia che l’approvazione pontificia è stata concessa: le monache fondatrici verranno da Pesaro.

Lettera Suore - Vecsovo Henrici

Nel 1581 il 7 maggio il Vescovo Henrici di Senigallia inaugura il Convento intitolato a Santa Cristina, la Martire di Bolsena: sono presenti le quattro suore provenienti da Pesaro (due delle quali sono senigalliesi), condotte da Vittoria, Duchessa d’Urbino. Finalmente Senigallia ha il suo monastero femminile in funzione.

Vittoria Farnese Della Rovere

LE ALTRE LETTERE DI CINZIO

Anche la seconda lettera scritta il 26 Febbraio 1594 dal Cardinale di S. Giorgio riguarda l’accesso al convento da parte di una aspirante monaca.

Lettera Cinzio 2

Ne trascriviamo il testo, per la migliore comprensione del quale esplicitiamo le abbreviazioni ed inseriamo un verbo:
Illustri Signori Rappresentanti, altre volte [manifestai] alle Signorie Vostre il desiderio ch’io tengo che la sorella del Signor Gerolamo Passeri habbia luogo nelle Monache di S.ta Cristina, et prenda l’habito di quella religione, et ne riportai risposta totalmente conforme alla solita loro cortesia.
Ma perché intendo hora, che con tutto questo si fa difficoltà dalle proprie Monache in accettarla, ricorro di nuovo con tanta maggior confidenza all’autorità delle Signorie Vostre, affinché operino perché la sodetta giovine si riceva, quanto più mi pare lo meriti la perseverante disposizione di lei di servire a Dio in quella vocazione. Assicurando perciò le Signorie Vostre che con ciò aumenteranno grandemente gli obblighi, che già confesso di dovere all’amorevolezza loro. Et la Divina Maestà le conservi.

Non sappiamo se la raccomandazione del Cardinale sia per un’altra sua parente o se si tratti della stessa persona per cui si era sentito di ringraziare nella lettera del febbraio precedente.
Una terza lettera dell’aprile 1602 non riguarda il Monastero, ma vuole assicurare l’intervento del Porporato presso il Padre Generale dei Domenicani perché questi mandi a Senigallia un predicatore del suo Ordine per la Quaresima dell’anno seguente.

Lettera Cinzio 3

L’ultima lettera di Cinzio, che abbiamo trovato nell’Archivio senigalliese datata 4 novembre 1602, è di nuovo una raccomandazione, questa volta per Clarice Passeri, appartenente alla famiglia in cui il Cardinale era nato e di cui portava il cognome prima di assumere quello degli Aldobrandini.

Lettera Cinzio 4

Riteniamo doveroso concludere queste notizie con le parole dell’autorevole senigalliese Luigi Mancini. Egli in uno scritto del 1924 sul Cardinale S. Giorgio affermava: “maggior ragione avremo di compiacerci di così insigne concittadino e di augurarci che il suo nome sia ricordato in qualche modo in una piazza, in una strada, in un pezzo di pietra qualunque, con quella onoranza che non è mancata a tanti altri, assai meno degni di lui: e di meravigliarci, francamente, che, in tanto fervore di esumazioni, nessuno ci abbia pensato mai”.

4 Risposte a “Cinzio Passeri Aldobrandini”


  1. 1 Valeria Mar 21st, 2010 at 3:53 pm

    Questa vicenda mette chiaramente in luce come sia sempre stato molto forte e come ancora lo sia, purtroppo, tuttora il legame tra Chiesa e Potere…. Questioni che dovrebbero avere a che fare esclusivamente con lo spirito e con la salvezza dell’anima si mischiano con l’avidità, l’ingordigia, la prepotenza, il predominio e l’abuso sull’essere umano, la sete di denaro e quella di potere….

    Francamente un panorama molto desolante…. che ci viene rimbalzato oggi con drammaticità dolorosa e che grida vendetta dai recenti scandali sulla pedofilia…

    Contro i potenti non c’è nulla da fare… i più deboli e indifesi sono destinati a soccombere, ad essere umiliati e calpestati nei loro diritti più elementari e sacri…

    Non c’è giustizia. Al massimo qualche scusa tardiva e di circostanza in un clima dove impera un’omertà mafiosa…

    Contro il Potere nulla si può…
    Il Potere schiaccia tutto.

    Mi viene da pensare a quelle povere ragazze figlie di famiglie “nobili” (ma che di “nobile” in realtà non avevano nulla….), costrette per questioni familiari, di potere ed economiche a farsi suore contro la loro volontà…. rinchiuse in convento e strappate con prepotenza e violenza ad una normale vita affettiva.
    In palese violazione e abuso di quella regola religiosa che impone che le vocazioni siano reali e sincere!
    Ma che importava tutto questo…?
    La vita di una fanciulla si poteva tranquillamente sacrificare in nome del prestigio e del potere economico della famiglia.
    Chissà quante monache “di Monza” avrà avuto l’Italia.

    Almeno oggi le vocazioni religiose, anche se in calo, sono sincere, almeno si spera…

    Dopotutto non è cosa inconsueta ritrovare all’interno delle mura dei conventi delle intercapedini dove venivano nascosti feti abortiti o neonati uccisi.

    Questa era la società “nobile”.

    Per fortuna che c’è stata la Rivoluzione Francese.

    Anche se ancora di strada, nel nome del rispetto dei diritti umani, ne abbiamo ancora molta, tantissima da fare…

  2. 2 enrico dignani Apr 25th, 2010 at 3:30 pm

    E’ sicuramente la cosa più interessante che ho letto quest’anno.
    grazie.

  3. 3 Michel Dic 9th, 2010 at 10:19 am

    Riguardo a Cinzio Aldobrandini invito a leggere il libro: “Notizie Genealogiche Storiche Critiche e Letterarie del Card. Cinzio Personeni da ca Passero Aldobrandini Nipote di Clemente VIII.S.P raccolte dall’ Ab. Angelo Personeni. In Bergamo per Francesco Locatelli 1786″ e la tesi di Karen Lloyd :”ADOPTED PAPAL KIN AS ART PATRONS IN EARLY MODERN ROME” (solo il capitolo 2, in inglese).
    Se volete ve le posso spedire in formato pdf.

  4. 4 Valeria Bellagamba Dic 9th, 2010 at 10:27 am

    Grazie Michel,
    gentilissimo! Può inviare il pdf al nostro indirizzo e-mail info@librisenzacarta.it

    Un cordiale saluto

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