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L’altro miracolo di Sant’Antonio di Padova

Pubblicato su L’Eco di ottobre

Il Museo Diocesano di Senigallia ha recentemente arricchito la sua quadreria di due tele di Giovanni Anastasi, raffiguranti due miracoli di Sant’Antonio di Padova.

Siamo riusciti ad identificare i soggetti rappresentati grazie ad un testo in latino conservato presso la Biblioteca Antonelliana, i Fasti Patavini (opera di Emanuel de Azevedo, pubblicata nel 1786).
Nell’articolo del 31 agosto abbiamo riferito dettagliatamente la storia del quadro che è popolato da numerose figure; tra queste è raffigurato anche Antonio con suo padre, del quale era giunto in soccorso.

Come avevamo anticipato, ora riveliamo il soggetto dell’altro quadro, quello nel quale il Santo ed un suo accompagnatore si trovano presso la dimora infernale.

Giovanni Anastasi - S. Antonio di Padova e l'amministratore onesto
Giovanni Anastasi – S. Antonio di Padova e l’amministratore onesto

Nel libro VI dei Fasti il de Azevedo premette questo titolo al racconto: Cuiusdam divitis administer, et villicus ope S. Antonii obtinent ab hero mortuo syngrapham solutionis (L’amministratore di un ricco e un fattore di campagna grazie a S. Antonio ottengono dal proprietario morto la ricevuta di pagamento).

Riportiamo la traduzione della parte del testo che sembra illustrare il dipinto dell’Anastasi.

“Là, dove il mare per lungo tratto lambisce le terre vicine al monte Vesuvio, viveva un uomo facoltoso, che si era arricchito grazie all’usura. Avendo fiducia nel suo amministratore, non si faceva fare dei regolari rendiconto per calcolare l’ammontare di quanto possedeva, né controfirmava per iscritto le somme percepite. Alla sua morte risulta grande la quantità di denaro accumulata. Gli eredi stanno addosso all’amministratore, ma egli non ha documenti probatori.
L’amministratore in lacrime, o Divino, chiede il tuo aiuto; si trovava già avvinto da dure catene in un carcere tenebroso, tanto grande era l’ondata di furore nei confronti di questo innocente.
Il Santo arriva a notte fonda: le catene si spezzano, si spalancano le porte, una luce propizia indica la via.

Una barchetta è pronta ad accogliere i due e, allontanatasi dalla costa, li trasporta ai neri guadi della dimora infernale. Sul limitare è assiso, quale custode, un mostro orrendo, dall’aspetto repellente e di grande statura. L’Eroe gli ordina che venga portata al suo cospetto l’anima del ricco estinto ed un cupo fragore emesso dal mostro corre per gli antri oscuri. Ecco che il defunto si avvicina fremendo. Allora il Santo gli dice: «Perfido, riconosci costui? Ecco, di fronte a te vedi il tuo amministratore. Scrivi di tuo pugno una dichiarazione e consegnala al tuo fedele amministratore, in modo che risulti a chiare lettere quanto tu hai ricevuto.» Il ricco compila e sottoscrive con il suo nome un elenco di tutti i pagamenti ricevuti; poi, mentre digrigna i denti, viene velocemente ricacciato verso il fondo.
Il dipendente, stupito dal fatto, era tutto tremante per l’orrore. A lui il Santo, nell’andarsene, rivolge queste parole: «Rianimati; quelli che mi pregano con cuore pio, nelle angustie troveranno il mio aiuto.»”

Il racconto continua per narrare un analogo miracolo (un defunto già dannato, evocato a testimone), operato dal Santo a favore di un fattore di campagna.

Colpisce di questo quadro il confronto con l’altro che gli sta a fianco (Sant’Antonio interviene a favore di suo padre) e che è animato da una gran numero di personaggi. In questa tela dell’Anastasi non c’è pubblico. In un paesaggio remoto e solitario (quante suggestioni e memorie poetiche in questa discesa agli Inferi!) sul bordo del burrone si stagliano le figure del Santo e del buon amministratore; al di sotto, il ricco dannato (evocato tra un fragore di catene, spezzate per consentirgli di stilare la ricevuta) e la ringhiose figura di due demòni: una efficace, semplice e didascalica illustrazione ante litteram del racconto di Emanuel de Azevedo.

È da ricordare l’impegno con il quale Sant’Antonio si scagliò contro gli usurai. A Padova riuscì a fare cancellare la legge in base alla quale coloro che non riuscivano a restituire il denaro agli usurai potevano esse imprigionati.

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