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Il Signor G. di Neri Marcorè

Recensione di Andrea Bacianini dello spettacolo “Un certo signor G.” di Neri Marcorè. (Venerdì 22 febbraio 2008 Teatro “La Fenice” di Senigallia)

Un certo Signor G.

Il sipario si apre al suono di due pianoforti, uno dietro altro (e chissà fino a che punto comunicanti tra loro, vien subito da pensare), quasi di taglio e spostati leggermente a sinistra rispetto al centro della scena. Lo sfondo è di un nero interrotto solo dagli stipiti bianchi di alcune finestre e porte; la parete va più in profondità verso destra, creando una evidente asimmetria che costringe l’occhio verso un’entrata oblunga. Ancor più fuori di misura sono le altre due entrate laterali. All’accendersi delle luci chiare su di esse si vede bene che sono ricoperte di uno strato di carta di giornale, così come quella specie di stradina che le unisce sulle assi del palco, anch’essa costretta un po’ di lato dalla posizione dell’entrata sul fondo.

“Stanza 132… ore 18… è già nato… sì: è un maschio due chili e nove… com’è bello! Tutto suo padre… No tutto sua madre… ma che dici! Sì, tutto bene: parto naturale… non se n’è neanche accorta!”.
L’ombra dietro la cortina di giornali della porta sul fondo si dimena un poco, gridando frasi sconnesse, e fa presto la sua irruzione “bucando la notizia”. Compaiono ovunque sulle pareti ombre chiare di bambini, mentre il protagonista vestito di grigio e nero e in grande agitazione racconta la nascita di un bambino. Le “solite” scene, potremmo dire, se non fosse che sono viste con l’occhio già critico del bambino (“E comincia coi commenti la sfilata dei parenti;/ ma io proprio non capisco perché son così contenti”); e su tutto la scommessa e il timore di ricevere lo stesso nome G. del nonno: “Han deciso per il nome: proprio G., come mio nonno,/ avrei voglia di reagire, ma per ora ho troppo sonno”.

Comincia così, con lo stesso pezzo con cui era iniziata la storia del teatro-canzone nell’autunno del 1970, lo spettacolo di Neri Marcorè “Un certo signor G” curato dal Teatro dell’Archivolto di Genova in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber. Un’occasione straordinaria di fare la conoscenza di un artista originale e spiazzante, rivisitando alcuni momenti della sua carriera “rimontati” senza che si percepisca di essere talvolta anche a distanza di 38 anni dalla prima elaborazione dei testi.

È veramente innocente l’uomo alla nascita? Senza accorgersene ci si trova già dentro un tema di cui hanno sempre discusso filosofi e pensatori di tutti i tempi.
Di sicuro si sente già un ingranaggio il piccolo G.-Marcorè nell’osservare un altro bimbo che in più di lui ha un pelo. E da questa forse “felice” condizione primigenia, gli diventa necessario conquistarsi il suo pelo; purtroppo, nel frattempo, l’altro bimbo ne ha ormai dieci (le due pianiste fanno il coro e si va avanti per un po’ tra le risate). Finiti nell’ingranaggio, la vita scorre finchè non ci si ritrova per caso con un vecchio amico e non si sa che dire (un colpo a tradimento, per noi che ridevamo e per tutti quando capita) e si capisce di non essere più padroni del proprio tempo. Si fa i conti con la società che fa del mercato un dio, evidentemente, ma la questione è depurata e proposta nel suo carattere primigenio.
Così era Gaber, un anonimo signor G., per dirla col libretto di scena di allora: “Un uomo qualunque, che nasce, lavora, si innamora, si diverte… poi muore. Un personaggio pieno di contraddizioni, di ripensamenti; crede e non crede; soffre e non soffre, è respinto e insieme attratto da questa società di oggi”.
Osservatore acuto del presente e dei luoghi comuni (prima di tutto ipercritico con se stesso), ne evidenziava il ridicolo con spietatezza e insieme complicità, avvolgendo il tutto in uno sguardo profondamente umano che nello stesso tempo mirava a scuotere con forza la coscienza.

Neri Marcorè

“Bendopoli!”, grida in ginocchio il signor G.-Marcorè strappando un quadratino di giornale della porta di sinistra e fissandoselo sugli occhi.
“Una piccola città, pulita, ordinata […] Come va? Benissimo, grazie. Sono stato anche dal medico che mi ha trovato perfettamente a posto: nevrosi acuta, condizionamento totale, visione delle cose zero… normale insomma”. Si ride. Il pezzo è del 1972, i giornali sono di oggi.
Il problema è che la benda si sta allentando e cade… beh, in fondo si sta bene anche senza. Il coro delle pianiste reagisce: “Bisogna impedirgli di nuocere. Stasera. È per stasera.”
Imbracciate fisarmonica e chitarra ci guidano in un lampo ad una canzone del 1993 in cui fa capolino “una rossa decisa con il gomito appoggiato” ed è protagonista tutto il mondo dell’informazione: “E c’è un gusto morboso del mestiere d’informare,/ uno sfoggio di pensieri senza mai l’ombra di un dolore/ e le miserie umane raccontate come film gialli/ sono tragedie oscene che soddisfano la fame/ di questi avidi sciacalli.” L’attacco ha anche dei momenti di improperio; del resto è quasi impossibile difendersi.
Il paradosso è in agguato, che si abbia bisogno del video perfino per sapere di esistere. Solo che non è già più un paradosso. E allora: “Lasciateci almeno l’ignoranza/ che è molto meglio della vostra idea di conoscenza”.
Perdiamo pezzi, è vero, ma per fortuna ci si può vestire come ci pare, mettere anche un orecchino, essere creativi e padroni del proprio destino: la prima regola è l’anticonformismo.
Ci risiamo. Anche la libertà è diventata “obbligatoria”.

Ma l’uomo è capace di amare davvero o vive di narcisismo? Parrebbe che questo diventi ancor più cieco dopo la consumazione di un amplesso. In effetti l’uomo e la donna hanno corpi molto diversi e, le scienze neurologiche confermano, anche cervelli diversi. Il maschio non ha molti mezzi per comprendere “l’altra” e questo genera sul palco delle scenette anche gustose.
Finchè partono le prime pensose note dalle corde della chitarra.
“In una spiaggia poco serena/ camminavano un uomo e una donna/ e su di loro la vasta ombra di un dilemma./ L’uomo era forse più audace/ più stupido e conquistatore/ la donna aveva perdonato, non senza dolore./ Il dilemma era quello di sempre/ un dilemma elementare:/ se aveva o non aveva senso il loro amore.”
C’è l’eco sottile del referendum sul divorzio (“Il dilemma” è del 1980), ma potremmo anche non accorgercene tanto è intensa la partecipazione emotiva che Gaber suscita per le debolezze degli uomini e la profondità psicologica delle sue notazioni.
“Lui parlava quasi sempre/ di speranza e di paura/ come l’essenza della sua immagine futura./ E coltivava la sua smania/ e cercava la verità./ Lei l’ascoltava in silenzio,/ lei forse ce l’aveva già./ Anche lui curiosamente/ come tutti era nato da un ventre/ ma purtroppo non se lo ricorda o non lo sa.”
Diversi lui e lei. Lui smania per provare a se stesso di esser vivo; infine cede al rifiorire primaverile dei sensi rincorrendo un’altra donna.
“E ancora oggi non si sa/ se era innocente come un animale/ o se era come instupidito dalla vanità./ Ma stranamente lei si chiese/ se non fosse un’altra volta il caso/ di amare e di restar fedele al proprio sposo.”
Colpevole o vittima del suo corpo il maschio? Vittima designata lei o ostinata nell’illusione?
In un modo o in un altro dignitosi entrambi: “sapevan piangere e soffrire/ ma senza dar la colpa/ all’epoca o alla Storia”. Incapaci di risolvere il dilemma e di accettare o solo adattarsi alle nuove “idee di libertà in amore”, chissà: “so soltanto che loro due si diedero la morte”.
Un colpo basso al pubblico questa apparente conclusione.
“Il loro amore moriva/ come quello di tutti/ non per una cosa astratta/ come la famiglia;/ loro scelsero la morte/ per una cosa vera/ come la famiglia.”
E la canzone riprende combattivamente quota con una forza e una delicatezza figlie di una profonda comprensione e condivisione delle sofferenze dell’uomo: “Io ci vorrei vedere più chiaro/ rivisitare il loro percorso/ le coraggiose battaglie che avevano vinto e perso./ Vorrei riuscire a penetrare/ nel mistero di un uomo e una donna/ nell’immenso labirinto di quel dilemma.” È il grido di dolore del Gaber più maturo, acuto e rigoroso pensatore che si sublima nell’arte teatrale, in nulla giudice di questo uomo così misterioso.

Fa ancora ridere e arrabbiare il signor G.-Marcorè prima di arrivare alle ultime riflessioni (2003) su cosa possa voler dire essere e sentirsi italiano in una divertente canzone sotto forma di lettera rivolta al presidente (con accanto l’inquietante figura del “topo italicus”).
Lo spettacolo si chiude ufficialmente con la discesa di tre quadri in cui è rappresentato un cielo azzurro con poche nubi e soprattutto con l’invito a diventare uomini generosi e forti, capaci di dar vita ad “un Umanesimo nuovo”. Per la terza volta in tutto si parla di “falsa coscienza”: parola cara allo studio delle ideologie otto/novecentesche, ma così efficace nel descrivere la sicumera dell’uomo moderno e le sue traballanti radici.
Scrosciano gli applausi e l’attore rientra da solo con una chitarra, più ammiccante e libero dall’ingombante ombra del personaggio che ha fatto rivivere: gli italiani sembrano amare proprio “Le elezioni”, che sono sempre in una domenica di sole “e poi la gente per la strada,/ li vedi tutti più educati,/ sembrano anche un po’ più buoni”. E allora sì, “È proprio vero che fa bene/ un po’ di partecipazione./ Con cura piego le due schede/ e guardo ancora la matita/ così perfetta è temperata…/ io, quasi quasi me la porto via./ Democrazia!”. Risate a scena aperta. Ma manca ancora qualcosa.
La libertà. Che “non è star sopra un albero”, ma “neanche il volo di un moscone”: un inno quasi, uno slogan, e tutti sanno ormai che “libertà non è uno spazio libero,/ libertà è partecipazione”, cioè corresponsabilità nel costruire. Ma forse, mentre gli applausi raddoppiano meritatamente la loro consistenza, dopo tante chiacchiere e televisone ci farebbe bene sottolineare soprattutto che la libertà “non è neanche avere un’opinione“.
Grazie al signor G. e complimenti al coraggio di Neri Marcorè.

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