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Un messaggio di Giovanni Anastasi attraversa i secoli

Marzo è il mese nel quale sono avvenute sia la nascita sia la morte di Giovanni Anastasi.
Egli nasce a Senigallia il 17 marzo 1653. Suo padre è Anastasio Anastasi; i suoi padrini di battesimo (Fedeli-Tiraboschi e Bruni) appartengono alla nobiltà locale. Nulla sappiamo della sua infanzia e adolescenza. Allievo di un apprezzato pittore urbinate, Alfonso Patanazzi, ne sposa la figlia nel 1676, a 23 anni.

La permanenza ad Urbino in casa dei suoceri diventa problematica, per il numero e l’ubicazione delle committenze ricevute, pertanto Govanni si trasferisce a Senigallia con la sua famiglia.
Nel maggio del 1681 il pittore è annoverato tra i confratelli della Compagnia della Croce. L’attività professionale del giovane è subito molto intensa. Le committenze non riguardano solo Senigallia (salone d’onore di Palazzo Mastai, chiese di S. Antonio Abate, di S. Rocco, della Croce, incarichi del Comune), ma si estende tra Misa e Cesano (Ostra, San Costanzo, Pergola, Fossombrone) con opere di grande personalità e creatività.
È presente a Tolentino con una tela e gli affreschi del chiostro nella basilica di S. Nicola. Per gli Albani dipinge un ciclo di sette tele per decorare l’oratorio di S. Gregorio ad Urbino. La fastosa decorazione del piano nobile di Palazzo de Vico lo porta a Macerata, dove muore il 13 marzo 1704.

Giovanni comincia a lavorare in proprio in età molto giovanile, evento d’altronde non eccezionale a quei tempi. Potrebbe confermarlo lo studio delle tele che Giovanni ha dipinto per la chiesa non più esistente di S. Antonio Abate e morte di Senigallia. La pala dell’altare maggiore (per decenni ritenuta perduta e da noi “ritrovata” nel 2004 sulla cantoria della Chiesa della Maddalena) raffigura l’Annunziata con Santi ed è nota come la “Madonna di S. Biagio”.

Essa era affiancata sulle pareti laterali da due tele che rappresentano S. Antonio Abate, ora visibili presso il Museo Diocesano di Senigallia. In una delle due scene il Santo opera un miracolo: il ricongiungimento di una gamba recisa al resto dell’arto.

Questo gruppo di tele ha attratto la nostra attenzione per molteplici aspetti.
Innanzi tutto ci ha colpito una coincidenza di nomi, rilevata negli archivi notarili. Il notaio Paolo Galavotti il 27 gennaio 1640 roga un atto secondo il quale il facoltoso senigalliese Antonio Maria Donnini concede un vitalizio di 600 scudi alla Compagnia di S. Antonio Abate per costruire la nuova chiesa (situata grosso modo tra l’odierna via Arsilli e il corso 2 giugno). Questo denaro viene consegnato, affinché esborsi le cifre necessarie man mano che procedono i lavori, ad una persona di fiducia, che si chiama Anastasio Anastasi, come il padre del nostro pittore. Dato il costume diffuso di replicare nei nipoti il nome di un avo, il personaggio fiduciario potrebbe essere un ascendente del nostro pittore. Questo potrebbe fare intravedere una connessione tra la corretta gestione delle finanze per costruire la chiesa e la committenza di ben tre grandi tele al giovane Anastasi da parte della Compagnia.

Il quadro che rappresenta S. Antonio Abate e il miracolo della gamba presenta più di un motivo di interesse.
Anzitutto ci è sembrato meritevole di attenzione un particolare, inerente al libro in carta pecorina (immagine) che giace chiuso ai piedi del Santo e sul quale è appoggiato un campanello.

Cartiglio S. Antonio Anastasi

Nel libro è infilato un cartiglio; nella parte sporgente di questa specie di segnalibro sono tracciati dei segni. Sappiamo che i pittori non lasciavano nulla al caso. Quei grafemi sono lì a veicolare un messaggio: quale? In essi, ammesso che i precedenti restauri li abbiano lasciati inalterati, si possono identificare delle lettere e dei numeri. Innanzi tutto evidenti e isolate dal resto due maiuscole:

A I

Vogliono esse significare Anastasius Joannes? Sottostanti ad esse è una scritta:

Patt.¢ 1675

La data è molto sfumata (soprattutto l’ultima cifra) e le sigle che la precedono potrebbero significare Patronis civitatis, cioè ai patroni (oppure ai monaci) della città. Il tutto potrebbe costituire una firma dell’Anastasi e l’indicazione della data di esecuzione almeno delle due tele di S. Antonio Abate? Queste si collocherebbero tra le prime opere del pittore, essendo egli nella data indicata appena ventiduenne. E forse l’entusiasmo e l’orgoglio della sua prima committenza importante lo avrebbero indotto ad apporre la sua sigla, caso unico in tutta la sua produzione.

Nella pala dell’altare maggiore (ora avviata al restauro) l’Anastasi ha dipinto l’Annunziata con S. Biagio e altri Santi. In primo piano figura un San Giovanni Battista (nell’immagine sotto), per il quale il modello è stato un giovane di grande vivacità e vitalità. Per questa insolitamente giovanile rappresentazione del Santo che porta il suo stesso nome il giovane pittore avrebbe preso a modello se stesso? Si tratterebbe in tal caso di un autoritratto.

San Giovanni, di G. Anastasi

Nel nostro lavoro “Giovanni Anastasi a Senigallia”, pubblicato nel 2006 su questo blog, abbiamo già formulato l’ipotesi che l’Anastasi abbia siglato molte sue opere con la sua immagine anziché con la sua firma, realizzando e lasciandoci un autoritratto in progress.

Le caratteristiche fisiognomiche dell’autoritratto presente nel salone di Palazzo Mastai non possono non rievocare altri volti che l’Anastasi ha dipinto in diverse tele, come fossero “scatti” dello stesso soggetto “fotografato” in momenti diversi della sua esistenza: ai due estremi, andando a ritroso, starebbero l’autoritratto Mastai (che ci consegna l’immagine di un signore elegante, ma indubbiamente con un volto molto più segnato di quanto la sua età di cinquantenne non comporterebbe) e il volto di questo esuberante S. Giovanni Battista.

Dalle ceneri del tempo e dall’oblio degli uomini sembra stia per risorgere la memoria del nostro pittore, grazie all’imponente e intelligente programma di restauro delle sue opere. Di molte si è perduta traccia, e per quelle che erano ancora presenti negli scorsi decenni il dispiacere è più vivo. A causa dei bombardamenti scomparve la tela con l’immagine del beato Galeotto Malatesta, che era al Tempio Malatestiano di Rimini: di questa almeno resta una riproduzione fotografica in bianco e nero. A Senigallia, nella Chiesa di S. Rocco all’altare di S. Paolo dell’Arte dei Canepini, fino al 1914 era presente un altro quadro, che finora non ci risulta sia mai stato ricordato tra le opere dell’Anastasi: l’“Annunziata e S. Paolo”. Durante la settimana rossa fu oggetto di atti vandalici insieme alla “Madonna del Rosario” del Barocci. Quest’ultima fu recuperata e figura ora al Museo Diocesano di Senigallia; del quadro di S. Paolo dopo quella vicenda non si è saputo più nulla.

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