Newsletter

Inserisci il tuo indirizzo email:

Offerto da FeedBurner

LibriSenzaCarta su:

YouTube

Calendario

maggio: 2017
L M M G V S D
« Apr    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

Archivio

Online

Archive Page 2

A proposito di “Works” di Vitaliano Trevisan

“Works” di Vitaliano Trevisan (Einaudi, 2016)

di Alessandro Cartoni

 Chi abbia letto i precedenti volumi di Vitaliano Trevisan caratterizzati da un ritmo bernhardiano e da un famelico rodimento interiore rimarrà un po’ spiazzato da questo ultimo “Works” che assume le fattezze di un memoir eterogeneo e particolarmente ‘militante’, dove il qualificativo è da intendersi, ovviamente, in senso assolutamente trevisaniano e radicalmente postideologico. In ogni caso dentro questa storia personale, l’autore fa emergere, come in un cartina di tornasole, l’autobiografia del Nord Est e anche quella dell’intero paese nel passaggio traumatico dalle illusioni degli anni ’70 agli anni Zero. Alimentato dalla necessità dell’acquisto di una ‘bicicletta da maschio’ che il magro stipendio del padre, il poliziotto Arturo, non può soddisfare, il lavoro incontra il giovanissimo Trevisan e Trevisan incontra il lavoro: da qui nasce un corpo a corpo che ci conduce per quasi settecento pagine fino alla scoperta della letteratura, sorta di exit strategy che non consola, ma se non altro permette una percezione obliqua delle cose.  Del resto se l’uomo lavora è perché tutta la vita nell’Occidente avanzato è intrisa di lavoro, è essa stessa lavoro, tant’è che per tollerarla la gente, soprattutto i Veneti, debbono contrastarla con una dieta alcolica.

Forse dovrei iniziare a bere, così per cercare di capire e magari sviluppare un po’ di empatia, ma l’alcol, che ritengo la peggiore, la più subdola e ipocrita delle droghe, non mi ha mai tentato. Nemmeno ora, che ho scelto di vivere isolato, in una contrada semiabbandonata di un piccolo e sconosciuto paese di montagna, dove, quando vado a fare la spesa e passo al bar per un caffè, mattino e pomeriggio che sia, ho sempre l’impressione di essere io, cioè l’unico a non avere alcol nel sangue, a vedere la realtà con occhio distorto.

Geometra per condanna, Trevisan incontra una miriade di mondi lavorativi più o meno leciti, quasi sempre privati delle più semplici tutele di sicurezza, dalla fabbricazione delle gabbie per uccelli, alle pericolose scorribande sui tetti dei lattonieri, attraverso la progettazione di cucine componibili fino alla fabbricazione del gelato, senza dimenticare la paradigmatica parentesi del portiere di notte. In questi contesti agiscono numerosi individui coi loro tic, abiti, portamenti, eloqui, popolando una commedia umana tipica, grottesca, ma sempre intrinsecamente attuale. Il passaggio dai traffici delle sostanze allo standard della Qualità Totale, fino alla precarizzazione delle attività e delle vite si fa qui autentico racconto, assume a volte i toni dell’epica, più spesso dell’elegia. Dunque come moderno dantesco viaggiatore Trevisan ci fa entrare nell’inferno e nel purgatorio del lavoro contemporaneo, ne sonda gli spessori, ne valuta il senso, ne sublima l’essenza, rincontrando persone oppure perdendole definitivamente, misura alla fine la propria capacità di reggere al mondo e quella del mondo di reggersi su di lui. In fondo quando tutto pare perduto, attraverso una passeggiata in palude, dentro gli scampoli di una pausa, arriva la scrittura, la voglia di raccontare e di percepire. La lettura diventa anch’essa una passione divorante, una sorsata di aria sempre più effervescente di cui non si può fare a meno. Poi alcune occasioni per uscire fuori dalla condanna degli “Works” con un piccolo romanzo, infine col teatro, nella convinzione che l’Italia non è altro che “un conglomerato di luoghi comuni” e che “prenderli a martellate” rimane uno dei compiti autentici della letteratura.

 

Ringraziamo l’amico Alessandro Cartoni per questa corrispondenza.

Lanfranco Bertolini, una vita controvento

Presentazione del libro “Una vita controvento – Pensieri di un’anima inquieta”, un omaggio alla figura e all’impegno di Lanfranco Bertolini, a cura di Marco Bertolini.

Il volume, edito da Venturaedizioni, sarà presentato al pubblico venerdì 3 marzo alle ore 21.00 all’Auditorium San Rocco di Senigallia. Sarà presente l’autore. Partecipano: Luana Angeloni, Chiara Michelon, Valeria Bellagamba.

“È da tanto tempo che sono in ansia per le mie città. Ho la valigia piena di esperienze, appunti, vecchi ricordi: verità incredibili, paradossi della politica, pezzi di storia, autorevoli affermazioni, persino gag divertenti…
Senigallia e Gubbio sono città ancora belle e solide, amate e trascurate…”

(Lanfranco Bertolini, Le città visibili)

Su “Un perfetto idiota” di Frank Iodice

“Ah, la cara vecchia Europa!” mi è venuto da esclamare, dopo aver finito di leggere il romanzo di Frank Iodice “Un perfetto idiota”, appena uscito per Il Foglio. L’autore, napoletano, scrittore e giornalista free lance, insegnante di italiano presso la Florida State University, si porta dietro le sue peregrinazioni nel vecchio continente e le restituisce in una storia, a metà tra il romanzo d’avventura e il giallo, che ha per protagonisti un uomo, una donna e una bambina.

Narratore del romanzo è il custode quarantenne di una villa che ospita una casa per minori. Di lui ignoriamo il nome, ma sappiamo che è di origine napoletana e che, reduce da un fallimentare matrimonio, si è trasferito da tempo a Marsiglia; ha un sogno nel cassetto e per realizzarlo ha finalmente trovato il coraggio di lasciare il suo lavoro presso la casa per minori, portandosi dietro però la stima di una giovane educatrice, Meli Montreux e l’affetto della piccola Odette, appena affidata a una famiglia adottiva. Lasceranno tutti la Francia per recarsi in Italia: il custode a Padova, dove incontrerà don Vito Palladino; Meli Montreux a Milano, in compagnia di due truffatori, Cedril Morel e Lucas Ciepela; Odette a Ventimiglia, accolta dall’ex prostituta Rosario Rossi. Fino al precipitare degli eventi e al disvelamento della realtà, insieme catastrofe e agnizione.

Frank Iodice, che nutre “Un perfetto idiota” con le letture della migliore tradizione europea, tesse un romanzo d’avventura, dove la trama del giallo, non senza ironia, si legge in filigrana; se da un lato tende la mano al suo protagonista, offrendogli la preziosa sponda di Meli Montreux e Odette e condividendo con lui il prezioso bagaglio dei libri, dall’altro, constatando la loro intrinseca fallacia, lo rende vittima inconsapevole degli altri personaggi. “Un perfetto idiota” è – ma quale romanzo non lo è ? – un atto d’amore per il libri nella misura in cui questi sono una figura del mondo. È il vecchio mondo? Sì, ma ha pur sempre qualcosa da dire.

CreAzioni a Senigallia

CreAzioni: Redazione Giornalistica Giovanile, tra web communication e creatività

L’Associazione di Promozione Sociale “Tra-mare culture” di Senigallia, in collaborazione con le associazioni Sena Nova, Lapsus, Librisenzacarta.it e Dialogos, avvierà un progetto dal nome “CreAzioni: redazione giornalistica giovanile” che si avvale del cofinanziamento della Regione Marche e del Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale, finalizzato alla sperimentazione di nuove forme aggregative.

Il progetto, la cui partecipazione è totalmente gratuita, intende offrire nuove possibilità di socializzazione per favorire la crescita personale ed identitaria dei giovani valorizzando le modalità di incontro e di comunicazione.

Obiettivi ulteriori: la promozione dell’autogestione e la crescita umana e sociale, attraverso percorsi che utilizzino la cultura e la creatività come motore propulsore d’aggregazione.

L’idea progettuale che fa da sfondo integratore alle azioni proposte riguarda la possibilità di creare a Senigallia uno spazio aggregativo presso il quale i giovani, dopo averlo personalizzato e ripensato in base alle loro necessità, possano incontrarsi. In tale spazio potranno sviluppare alcuni percorsi culturali che aprano la strada all’esplorazione del mondo del lavoro creativo mediante esperienza e partecipazione diretta.

I giovani potranno sperimentare varie modalità di approcci attivi alla comunicazione linguistica, digitale e grafica (social network, instagram, facebook, piattaforme web, reportage fotografici, tecniche cinematografiche e fotografiche, stili linguistici come la scrittura creativa ecc.).

I giovani, inoltre, in base alle loro passioni, avranno modo di crescere in competenze trasformando le proprie capacità in esperienze di avvicinamento al mondo del lavoro creativo, grazie alla presenza di formatori, educatori e professionisti dei vari settori.

I partecipanti saranno protagonisti della creazione di una vera e propria redazione giornalistica che avrà come tema di fondo quello di favorire un clima di accoglienza e di integrazione.

A conclusione del percorso è prevista la creazione autonoma, da parte dei giovani, di un evento conclusivo che consentirà loro di mettere ulteriormente a frutto l’esperienza vissuta.

Gli organizzatori

 

Poesia Onesta 2017

È uscito il bando per il premio di poesia e narrativa la Poesia Onesta 2017. Il concorso prevede 5 sezioni a tema libero per poesie e racconti in italiano e dialetto.

Sez. A – Raccolta di 10 poesie in italiano
Sez. B – Poesia singola in italiano (sono ammesse max 2 poesie)
Sez. C – Raccolta di 8 poesie nei dialetti italiani e lingue di minoranza, con traduzione in italiano.
Sez. D – Poesia singola in dialetto (sono ammesse max 2 poesie con traduzione in italiano)
Sez. E – Racconto breve in italiano.

Possono partecipare gli autori europei purché scrivano in italiano o in uno dei dialetti italiani. Le opere devono essere inedite.

Gli elaborati di tutte le sezioni vanno spediti entro il 15 giugno 2017
– o per posta ordinaria a: VERSANTE Associazione Culturale POESIA ONESTA
Via Molino, 15 – 60020 Agugliano (AN)
– o per e-mail: associazioneversante@gmail.com (sarà inviato OK di avvenuta ricezione)
Fa fede il timbro postale o la data di spedizione di posta elettronica.

Per i dettagli sulla partecipazione alleghiamo il bando del premio.

Grand Guignol di Natale

Gran Guignol di Natale

di Eugenio Giudici

 

Il capocuoco Romeo e suor Maria della Cucina avevano una gran passione per i gatti.
Lui era un uomo alto, visto da dietro sembrava magro, di profilo faceva la lettera P e aveva l’aria gioviale come ci si aspetta da chi fa quel mestiere.
La suora che lavorava con lui era bassa, larga e con l’espressione un tantino arcigna. Era lei il capo della brigata e sorvegliava il lavoro di aiuti e sguattere che provvedevano al cibo di tutto l’ospedale, dai pazienti alla mense nel seminterrato. Quella dei dottori, l’altra delle infermiere a convitto e quella del personale.
La passione per i gatti del capocuoco Romeo si estrinsecava nel riservare loro i migliori avanzi di cucina, che separava con cura amorevolmente professionale dal resto destinato ai maiali. Il sistema di riciclo ecologico in uso negli anni cinquanta.
Suor Maria della Cucina lo lasciava fare perché amava i gatti in un altro modo.
(… continua a leggere ‘Grand Guignol di Natale’)

Rileggendo “Le campane di Bicêtre” di George Simenon

“Le campane di Bicêtre” di Georges Simenon (ultima edizione Adelphi, 2009)

di Alessandro Cartoni

Georges SimenonSi sa, Simenon non è stato solo il magistrale padre di Maigret, ma anche un narratore a tutto tondo capace di fornire prove formidabili di quella che oggi si chiamerebbe la narrativa mainstream. Mi ha sempre colpito il romanzo “Le campane di Bicêtre”, tant’è che solo per un altro romanzo nutro questa fedeltà tirannica che mi porta a doverlo rileggere in certi periodi della vita ed è “Lo straniero” di Camus. Non è un caso se tra l’uno e l’altro si rivelino analogie di temi e di atmosfere. La vicenda de “Le campane di Bicêtre” è talmente esile da essere quasi invisibile, ed è forse il suo fascino più grande: René Maugras importante direttore di un famoso quotidiano parigino durante una cena con amici, nel momento della minzione, cade colpito da una emiplegia che rischia di ucciderlo. Il resto della narrazione null’altro è se non il racconto dall’interno del difficile recupero del protagonista che quasi paralizzato torna a muoversi, parlare e camminare. In questa vicenda in effetti non ci sarebbe nulla di romanzesco se Maugras non scoprisse che questa sua condizione di minorità ed emarginazione non è la peggiore del mondo ed in fondo gli piace. Nonostante i tentativi dei suoi amici e parenti di riportarlo ai suoi obblighi sociali e professionali, Maugras scopre nel suo isolamento una condizione di lucida libertà e sogno, attraverso la quale può compiere finalmente un’analisi impietosa della sua esistenza e di quella della comunità che lo circonda.

Ma no è molto più semplice! Il punto è che lui ha superato una barriera invisibile e adesso si trova in un altro universo

Sostenuto dalla sollecitudine di due infermiere, la signorina Blanche e la giovane Joséfa, una delle quali lo costudisce e l’altra lo aiuta nella ginnastica riabilitativa, il malato torna a ricapitolare la sua vita, il perché del suo successo, le mete che si è dato negli anni, le amicizie, le relazioni con l’alta borghesia parigina in una sorta di decostruzione interiore che svela in modo inclemente l’ipocrisia e la malafede che circondano il suo mondo. Nel lucido deserto della paralisi, dunque, si paralizza anche il consenso al mondo: tutto diventa problematico, lo scandaglio interiore raggiunge i ricordi, le stagioni andate, i momenti di decisione esistenziale, l’amore, il confronto con gli altri colleghi, condannati dall’imprevisto.

lecampanedibicetreLa malattia, come in molti grandi romanzi contemporanei, e varrà qui il richiamo a “La Montagna incantata” di Mann o a “La Coscienza di Zeno” di Svevo, sospendendo il normale sviluppo della salute biologica diventa lo strumento di un riconquistato senso di sé. Lungi dall’impoverire l’essere, lo rafforza evidenziando al contrario l’intrinseca debolezza o malattia del corpo sano, pronto a rispondere all’eteronomia dell’esterno. Per questo il rifiuto di collaborare di Maugras è anche il desiderio di vedere fino in fondo al nulla che tutti ci costituisce.

E lui stesso non ha cercato per tutta la vita di sfuggire a qualcosa?

Maugras si chiede finalmente se è soddisfatto della sua vita e scopre che non lo è, che la sua immagine sociale, costruita con pervicacia, non corrisponde al suo io più autentico. Quando la signorina Blanche gli regalerà un diario per spingerlo a scrivere e a esercitarsi, egli comincerà a segnarvi delle parole singole, con mano tremante, piccoli sgorbi che portano con sé, come relitti, il senso profondo della vita e delle sue omissioni.

Alla fine l’agognato recupero arriva, Maugras riesce sempre meglio a stare in piedi, il suo stupore di allettato viene meno, sembra quasi che il risucchio della vita possa trascinarlo con sé. Dovrà allora prender coscienza di quello che ha visto da moribondo: l’alcolismo doloroso di sua moglie Lina, le manovre subdole del suo braccio destro, l’insipienza degli incontri al Grand Véfour, la pochezza della vita reale. Tuttavia una domanda cruciale lo attraverserà come una faglia feconda.

Sarà ancora capace? Di vivere come gli altri, intende. Perché non è più del tutto uguale a loro e non tornerà mai più ad esserlo

 

Ringraziamo l’amico Alessandro Cartoni per questa corrispondenza.

Su “La vita privata” di Daniele Garbuglia

Daniele Garbuglia, “La vita privata” (Edizioni Casagrande, 2016, pp. 104, euro 14)

indexSi ha una strana sensazione aprendo La vita privata di Daniele Garbuglia. Quella di entrare nella camera da letto del kafkiano Gregor Samsa. Poi ci si rende conto che la metamorfosi del protagonista, di cui l’autore ha l’accortezza di non fornire il nome, prelude a qualcos’altro. Egli infatti, privato del suo sembiante, non perde, anzi acquista la capacità di penetrare con il suo sguardo la realtà. Di qui il viaggio, quello di un uomo dell’età di mezzo, scandito nei quattro momenti di una giornata, pseudo-dantesco (forse anch’egli è uno scrittore, come sembra alludere il suo passaggio purgatoriale fra le fiamme), tutto volto a cogliere le epifanie del reale e ad introiettarle nella propria vita “privata”, verso una fine, però, senza alcuna speranza palingenetica. Il pregio del racconto-apologo di Garbuglia è quello di calare quest’esperienza surreale nel nostro paesaggio postindustriale. Realtà sognata, o, se preferite, incubo reale.