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A proposito di “Voli separati” di Andrè Dubus

“Voli separati”, di Andre Dubus (Mattioli 1885, 2016; 281 pp., 16,90 euro)

di Roberto Sturm

“Voli separati”, che dà il titolo all’antologia, è il miglior racconto inedito presente. Ed è proprio la decisione di prendere due voli diversi quella dei coniugi Beth e Lee, per preservare la figlia Betty dalla possibilità di rimanere orfana di entrambi, che riempie di dubbi la donna riguardo al rapporto col marito. Di amori separati, comunque, parlano quasi tutti gli otto racconti. Sono tutti racconti d’amore, alla maniera di Andre Dubus: amore come peccato e redenzione, come malattia e cura. Uomini e donne che amano altri senza essere ricambiati, spesso disposti a giocarsi la vita e a umiliarsi pur di star loro accanto. Ma a volte non basta, e i protagonisti che escono con le ossa rotte da una relazione non fanno altro che cercarne un’altra: solo alcuni alla fine si arrendono e si rifugiano in un rapporto che non è d’amore ma almeno sembra riscaldarli da una desolante mancanza di sentimenti.
“Li penso come persone” ha detto Dubus dei suoi personaggi “mi fanno piangere quando fanno cose che non vorrei facessero”. Il coinvolgimento dello scrittore è evidente e non può che far scattare l’empatia del lettore all’inizio di ogni storia.
Vite quotidiane di personaggi solo all’apparenza semplici, in cui ritroveremo parte di noi stessi.
Probabilmente non ci troviamo di fronte al miglior Dubus: in questa antologia del 1972, la prima che ha pubblicato, a volte sembra soffermarsi troppo su alcuni passaggi, a volte l’uniformità della narrazione non è perfetta come quella a cui siamo abituati, ma senza dubbio ci troviamo di fronte a racconti di uno spessore unico. Fuoriclasse della narrativa breve, l’autore statunitense coinvolge il lettore nella storia con due o tre frasi, tratteggia i personaggi con poche parole, narra la provincia americana con una maestria che rende universali i suoi racconti.
Sono i personaggi e le storie il pezzo forte di “Voli separati”, un libro che racchiude tutte le qualità di un autore straordinario, che soffre e ama con i suoi protagonisti. Non ci lascia scampo e indaga le nostre paure, le nostre fragilità, le nostre solitudini non lasciando niente al caso: la sua dura violenza lascia però sempre una debole luce in fondo al tunnel, un uomo o una donna che potrà riportarci a galla.
Se senza il peccato non esisterebbe l’arte, come afferma Dubus, di sicuro senza amore non esisterebbe la felicità.
E se “Il disertore” è un marinaio che non rientra a bordo in tempo per stare con una prostituta, il motivo è solo perché la moglie, che ama, non sa dirgli al telefono se lo vuole ancora. “Nella mia vita” invece racchiude una storia di formazione di un adolescente credente che scopre l’amore, la masturbazione e il sesso. In “Affondando Peter”, il protagonista maschile separato, è innamorato e fa sesso con una ragazza fidanzata, Miranda. Alle sue ripetute richieste di andare ad abitare con lui, lei risponde sempre di no e Peter, alla fine, non trova di meglio che rifugiarsi tra le braccia di Jo, una donna divorziata con due figli, sola come lui. In “Voli separati”, di cui accennavo in precedenza, una donna entra in crisi perché sul suo volo conosce un uomo gentile che, se glielo avesse chiesto, avrebbe seguito in un motel.
Chiude l’antologia “Non abitiamo più qui”, che fa parte del volume omonimo già pubblicato da Mattioli 1885: un trittico di racconti da cui è stato tratto il film “I giochi dei grandi”. Che è, senza dubbio, una delle migliori prove dello scrittore americano.
Un libro impreziosito da una veste grafica come sempre impeccabile, da una traduzione ricercata, da racconti che fanno parte, come del resto tutto Dubus, della migliore letteratura mondiale.

A voce bassa, quasi stesse cospirando, in quella strana intimità che si era creata fra di loro, gli parlò dell’amore. Non aveva idea di quando aveva smesso di amare suo marito, disse. In un certo senso era felice che fosse successo così tardi, perché a quel punto aveva già smesso di credere nell’amore. No, disse Robert, dev’essere accaduto il contrario. Lei ci pensò sopra, accendendosi una sigaretta, poi gli disse che sì, probabilmente aveva ragione.

Ringraziamo l’amico Roberto Sturm per la corrispondenza.

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