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Milk and honey to Santiago / XIX

Milk and honey to Santiago

di Sara Moneta Caglio

 

 

XIX.

Marek, quando meno te lo aspetti

 

Si gela oggi, è il primo giorno di vero freddo. È il primo giorno che sento il sapore dell’inverno sulla lingua ghiacciata, nel respiro che fuma, nei vestiti caldi che evaporano nell’aria. Proprio oggi che è la vigilia del suo arrivo. Proprio oggi che l’estate sembra così lontana. Oggi che la stiamo aspettando qui, a casa, io e lui, abbracciati per scaldarci, mentre fuori la notte arriva a congelare il tempo. E così, domani, sarà ancora agosto. Lui arriverà, così come ci aveva promesso, così come avevamo pianificato. Sapevamo che mai le distanze ci avrebbero allontanato e ora, domani, lui tornerà a camminare con noi, per onorare le promesse, per riallacciare la collana, che ha bisogno del gancio delle memorie, dei ricordi.
Come quello di quel giorno che ci siamo incontrati a Villar de Mazarife.

11489916Quella sera, quando lo vidi, pochi pellegrini si erano fermati a riposare in quel piccolo agglomerato di case costruite apposta per dare rifugio ai viandanti, ma io volevo riposare lì, quella notte, non sapevo perché, ma sapevo che così doveva essere. Tutti si erano accorti che c’era un nuovo ragazzo. Lui era partito un giorno dopo e, per questo, ci aveva raggiunti soltanto quel giorno in cui avevo deciso di accorciare la mia tappa. Avevo deciso non per caso, ma perché lui mi potesse raggiungere. Anche Samuel aveva deciso di riposare lì, in un altro dormitorio, ma sempre lì, in quel piccolo paese fantasma.
Sembrava venire da lontano, ma non era lontana la sua terra, la Slovacchia. Quel che era lontano, invece, era il suo mondo, la sua mente brillante, il suo animo invaso di luce.

Marek. A Marek brillavano gli occhi, ogni volta che ti guardava era come se si parlasse in un’altra lingua. Quel giorno l’avevo già intravisto sulla strada, sotto un tiglio, su una tavola di pietra, a celebrare la sua messa. Regalava i suoi doni a chi peregrinava verso la sua chiesa. Era un campanile alto come una torre, nell’imponenza semplice della natura. Era perfetta la sua voce soave. E proprio così, con la semplicità più assoluta, si era saputo inserire in un viaggio iniziato altrove. Senza fare rumore muoveva i suoi passi nella mia direzione, senza mai invaderla un solo momento e quella sera, quella prima sera, era rimasto in silenzio ad ascoltare, a provare a parlarmi, ma senza spaventarmi. Ricordo perfettamente il suo sguardo. E adesso che lui è qui davanti a me, mi sembra di essere ancora là, sul cammino.

La vita è intrigante come una partita di poker. Ma quando le carte sono allo scoperto i giochi son fatti. Non c ‘è nulla che possa mischiarle ancora, che possa cambiare il destino. Solo su quel tavolo sei libero di goderti la vittoria.

Appena lo abbraccio capisco che la distanza non è altro che un’inconsistente e fragile barriera. Coi suoi occhi mi insegna la pace, il desiderio di difendere e nutrire un’amicizia. Oggi Marek mi dice che nella sua vita ci sono solo tre donne che contano: sua mamma, sua sorella e io. Ho la pelle d’oca quando mi parla di questo affetto infinito che prova per me. Gli ricordo che tante donne hanno universi immensi da poter condividere e attraversare con lui. Mi aveva raccontato tutta la sua vita sul cammino verso Santiago. Era lì per camminare e per separarsi da una storia con una donna che lo aveva fatto soffrire molto. Quella storia la seppelliva giorno dopo giorno sotto il peso dei suoi passi. Ma quel dolore pulsava ancora sotto la sua pelle ancora così fragile. Mi confida che continuerà a percorrere il cammino nella sua terra, perché ha molta di strada da fare, prima di essere completamente libero di amare ancora.
La vita a volte ci appare così crudele, ma è semplicemente perché non ci mostra subito la via d’uscita. Perché spetta a noi, in un certo senso, decidere del nostro tempo.

Con Samuel un giorno ci eravamo detti: “happiness is best shared” e io non potevo che crederci e affidarmi a lui. Ricordo quando mi sussurrò queste parole. Ero davanti ai suoi occhi, a Burgo Ranero. Davanti a noi il tramonto e una palude. E senza sapere che un giorno questa poesia sarebbe stata sua gli avevo scritto così:

hapiness is best shared

le rondini inseguono voci di bambini invisibili
nascosti tra giunchi fitti delle paludi
desiderano partecipare al gioco
all’invito della sera
respirano gli ultimi raggi caldi del sole.
il suo ultimo debole calore
illumina di fuoco il tetto del campanile
e incendia i nidi delle cicogne bianche come il ghiaccio
una nuvola gela il mio corpo,
ma non sento freddo, vicino all’uomo che siede alla destra del mio cuore
un solo libro tra le mani
non parliamo di parole
e nei silenzi troviamo amore
la sera è il nostro momento
ascoltiamo la pace e alla fine scopriamo i bambini
in una piazza di grano
che ha il sapore innocente di un gioco allo scoperto

La mattina dopo feci i miei primi passi verso un borgo in cui il tempo ormai non esisteva più. Era un miraggio El Raneiro, una sbirciatina che mi era stata concessa per comprendere la felicità, quella senza condizioni, quella senza prezzo, quella che appartiene alla nostra vita originale. Camminavo per le strade non lastricate di un semplice pueblo: case basse, bambini che sognavano ancora, lontani dalle paure, bambini che correvano inseguendo aquiloni, sere quiete, dove sarebbe arrivato il vento ad asciugare il sudore dei giochi. Camminavo nel buio del mattino e mi nutrivo del profumo delle foglie dei tigli: sembrava di sorseggiare tè raffinato, sembrava di mangiare pane appena sfornato. Dai campi di grano arrivava profumo di legna, di biscotti dolci della domenica e, tutt’intorno, non c’erano altri paesi.

Samuel, intanto, era quasi guarito. Guarito dalla malattia di vedere la sua vita senza possibilità, senza speranze.
Guarì dal suo male quando decise di camminare di notte. Quella notte, sotto le stelle, decise che voleva uscire allo scoperto e per farlo doveva sfidare il buio, abbandonarlo.
Lui non lo sapeva ancora, io nemmeno, ma stava aprendo la strada a noi, a noi che dovevamo ancora apparire nel copione di quella storia.
È stato in quel momento che decise di scomparire, perché non voleva più morire e sentiva di volere, con tutto il suo sangue, ritornare a gioire. Non ce ne rendevamo conto, ma eravamo sempre più affiatati, anche nella distanza di questa strada che ci separava.

La Galizia si avvicinava e la Galizia erano le montagne, le promesse che io e Samuel ci eravamo scambiati per gioco, in una finzione che volevamo reale e le montagne erano il luogo dove lui voleva sposarmi. E allora acceleravamo il cammino, per arrivare, perché non potevamo rinunciare a far incontrare le nostre mani, eravamo anime che si appartenevano e l’avevamo capito nello stesso istante, nel primo momento. Credevamo in un tempo che non ha tempo, credevamo nell’incantesimo del nostro peregrinare, alla ricerca di un senso che non aveva bisogno di ragionare, perché aveva un cuore che non mentiva.

(Milk and honey to Santiago, capitolo XIX, continua nel capitolo XX)

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