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La primavera te la devi guadagnare

La primavera te la devi guadagnare

Racconto di Luigi Tuveri

 

Ora lo so perché non ti piacciono le feste, solo il Natale ti piace, come a me, quando fuori scende la neve e si può restare a guardarla. Vorrei parlare di te, parlarti, prenderti in braccio e farti girare cantando una musica, ma poi succede sempre qualcosa e non c’è tempo, non ho tempo, non hai voglia. Quella volta che sei caduto dalla bicicletta avrei voluto essere già morto o morire in quel momento. Sarei stato zitto e ti avrei guardato, forse dal paradiso, come uno spirito che ha finito d’esser carne. So questa storia delle feste già prima che decidessi di non celebrare neppure il diciottesimo; te lo leggo negli occhi e soprattutto, anche se quando ero piccolo immaginavo fosse impossibile, sono cresciuto.
Oggi intanto è domenica, marzo, ascolto il vento spalmarsi sui vetri e muovere i listelli della tapparella, è vecchia, e quando in estate il sole gira caldo, il legno si dilata e si deforma; abbassarla diventa impossibile. Mio padre diceva che la primavera te la devi guadagnare e che, quando torna, vuol dire che è ritornato il tempo di uscire e sentirlo sul viso quel vento tiepido.
Obbedisco.
Al parco leggo un libro. Sono concentrato: sottofondo di campane e strappo dei motori delle moto. Ogni tanto l’abbaio di un cane. I romanzi russi scritti nell’ottocento ti falciano a metà, del cuore ne fanno polpette e dell’anima una striscia di tessuto che svolazza.
«Posso sedermi?»
“Chi è questo?”, penso mentre si siede. Fingo di non averlo sentito, lascio giù la testa.
«Presbite?», dice, «vedo che tiene il libro distante, sulle gambe: è il cristallino che ha perso elasticità.»
«Le dispiace», dico senza guardarlo, mostrando il libro.
«Mi chiedevo se avesse voglia di parlare un po’.»
«No, non ne ho voglia.»
«Se rimango seduto qua le do noia?»
«Il parco è di tutti.»
«È al sole e dica la verità, anche lei l’ha scelta per questo, no?»
«Può darsi.»
«Separato?»
Chiudo il libro non so se stizzito o sorpreso: «Ma lo sa che lei è un bel tipo?»
«Bello non direi.»
Sfilo di un centimetro il segnalibro dal bordo. Lo sguardo severo e barbuto dell’uomo in copertina mi studia: «In effetti», dico.
«Ha visto là?»
«Cosa?»
«Quella scuola», indica.
«È una scuola.»
«Non si sforzi sempre di fare il sarcastico.»
«È anche psicologo o fisiognomico o mi dica lei?»
«Osservo.»
«Io invece vorrei leggere.»
«La primavera è la stagione più bella, non trova?»
Alzo le spalle e faccio una smorfia.
«Peccato che la scuola abbiano dovuto chiuderla.»
«Non lo sapevo», dico, «come mai?»
«Per sicurezza», si spazzola dai pantaloni un po’ di polvere mista a peli di gatto, «era già in previsione di ristrutturarla, poi quelle scosse di terremoto hanno convinto il comune a chiuderla subito.»
Faccio per riaprire il libro, infilo il dito tra le pagine e tocco il segnalibro. Di fianco alla scuola c’è un vecchio campo di calcio. Mio padre ci giocava da giovane, me lo raccontava sempre. Le mura di recinzione cadono a pezzi e, di fianco ai cespugli che le aggrediscono, è tutto un ammasso di pneumatici vuoti, cassette della frutta incendiate, divani sfondati. Si vedono lontani, sull’orizzonte di palazzi di vetro che pungono il cielo, i vecchi spalti di cemento, grigi, in rovina come case bombardate.
«Adesso dove vanno a scuola?», domando.
«In via anemoni, arrivano gli autobus a prenderli.»
Appesi alle finestre della scuola sono rimasti i disegni degli alunni. Il sole illumina la carta e controluce accende i colori. Apro il libro con un gesto deciso, sfoglio una pagina, leggo due righe.
«Quando ero un ragazzo», dico, «i miei genitori mi fecero cambiare scuola, quella di fianco a casa aveva una brutta fama e in seconda media mi iscrissero da un’altra parte. Dovevo prendere l’autobus, a volte tornare il pomeriggio, perdevo un sacco di tempo».
«Era meglio immagino, si studiava di più.»
«Sì. Ma tanto sono rimasto lì solo due mesi. I miei decisero che era faticoso e mi iscrissero di nuovo alla scuola del quartiere».
«Quella malfamata.»
«Già e il giorno che sono tornato è stato uno dei più belli della mia vita, come ritrovare qualcosa che credevo d’aver perso per sempre», abbasso un attimo le palpebre, «ricordo ogni momento di quel giorno. I visi dei miei compagni stupiti e felici per il mio ritorno, la mia classe. Mi sono sentito amato.»
«Posso immaginarlo.»
Infilo il libro nella tasca del giubbotto. Apro gli occhi e guardo quest’uomo che non conosco e che ha voluto sedersi sulla mia panchina. È anziano, penso abbia almeno vent’anni più di me. Tiene le braccia distese sulle gambe e con le dita cinge le ginocchia. Abbiamo il sole in faccia e ancora, senza sosta, il vento lieve della primavera nelle orecchie.
«Ho letto che la scuola sarà abbattuta e ricostruita», dice, «ci vorranno almeno due anni.»
«I bambini andranno ancora in anemoni?», chiedo.
«Anemoni», conferma. Poi si alza: «Grazie della chiacchierata», dice, «faccio due passi fino alla fermata dei tram: al capolinea fanno il girotondo e mi piace vederli.»
Voglio fermarlo o andare con lui, seguirlo, parlare ancora un po’. E mi accorgo di non avere le parole adatte per trattenerlo. Lui si alza, spazzola di nuovo i pantaloni, fa sì con la testa. Un istante di silenzio e non ci sarà più.
«Buona domenica», dice.
«A lei», dico.
Il suo cappotto si muove come la coda di un’anatra, mi lascia le spalle, la nuca glabra qua e là tormentata da paglia bianca. Và via, è già dieci passi lontano, è andato. Nella tasca del giubbotto, il libro del romanziere russo guida la mia mano sul cellulare.
È probabile che stai dormendo, di certo dormi. Ieri sera avrai fatto tardi con gli amici, la fidanzata, anche se mi hai detto di non chiamarla fidanzata, non si usa più, è un modo di dire vecchio; come le e-mail che ti giro e che non leggi.
«C’è facebook, papà», dici, «i messaggi.»
«Lo so, mica penserai che tuo padre sia uno di quelli fuori dal mondo», replico sempre.
Faccio il numero. Suona. Rispondi al settimo squillo, avevo deciso di farlo trillare dieci volte.
«Papà, sto dormendo.»
«Lo so, proprio per questo ti chiamo.»
«Cosa c’è?»
«Alza la tapparella e guarda fuori, apri la finestra.»
«Sì, poi mi alzo.»
«Adesso.»
«Papà, ho sonno!»
«Ti va di andare al parco, portiamo la palla, possiamo fare due tiri a canestro. Passo a prenderti?»
«Ho detto a Luca che vado da lui a finire una tavola.»
«Vabè», resto in silenzio qualche istante, «se siete già d’accordo, allora non importa.»
Oltrepasso il parco, vedo che un’ala della scuola, sul retro, è puntellata dai pali di rinforzo. Proseguo e costeggio le mura disfate del campo di calcio. Da ogni prospettiva, l’orizzonte è occupato dal profilo di cristallo dei palazzi dove domattina gli impiegati prenderanno il caffè.

***

L’autore

Un po’ sardo un po’ milanese, Luigi Tuveri è nato a Milano il 30 Luglio del 1964. Scrive poesie, romanzi e racconti per raccontare a sé, a chi ascolta e al futuro, lo spazio e il tempo che vive.

3 Risposte a “La primavera te la devi guadagnare”


  1. 1 umberto delussu Mar 5th, 2013 at 6:40 pm

    Bravo Luigi ,scrivi divinamente , lettura piacevole che arriva subito al cuore ,sempre molto attento a cio’ che ci circonda ,continua a bettere il chiodo ,i frutti prima o poi arrivano

  2. 2 Giacomo Verri Mar 7th, 2013 at 6:18 pm

    Bello…delicato

  3. 3 Nora Feb 10th, 2014 at 12:27 pm

    Direi molto bene!! Molto bello!

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