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Festa di Liberazione

Festa di Liberazione

Racconto di Giacomo Verri

(già apparso con il titolo “La nostra Liberazione. Il nonno partigiano e la nipote bambina” su L’Unità del 25 aprile 2012)

La prima festa di Liberazione, quella del 1945, fu come la prima domenica concessa da Dio agli uomini. Festa altissima e piena di gioia. Ma con una malinconia albeggiante per un che di straordinario finito lì, per sempre. Io lo seppi quando andammo a Grignasco e sparammo sui fascisti che fuggivano con le facce rosa da conigli spelati e si facevano ammazzare senza reagire. Ne abbiamo tolti dal mondo diciotto, quella volta lì.

Poi in piazza, a Borgosesia, c’era un’aria completa e odorosa che non la vedi neppure per la Madonna a maggio: le donne grembiulate mollavano a metà quante faccende avevano, le case si vuotavano, mentre gli uomini ancora col novantuno, ma per celia, passavano le maniche di portici ridendo.

Io il fucile lo posai all’ora di pranzo e non potei più tirarlo in spalla sentendo il senso di quell’azione: ormai era un esercizio ginnico, o estetico, o un dolce vanto. Contro chi l’avrei usato? A cosa sarebbero serviti i grandiosi ultimi bottini di guerra, se la guerra finiva? Qualcuno disse che era bene nascondere gli sten, le mitraglie, i Thompson sotterra, che sarebbero poi tornati utili. Ma la realtà era che adesso, dopo i mesi supremi di stupende follie e triboli e privazioni, seguiva il tempo di ricostruire e di riassettare.

Smettere di fare il partigiano m’è costato come smettere di fumare. Terminata la paura tutto si è fatto lasco e soffice e terribilmente nostalgico. Una sensazione simile la provai solo a scuola, camminando tra le aule sgombre e ben spaziate che si vedono nella chiarità frizzante dell’estate che comincia. Era successo dopo l’esame di maturità, quando le apprensioni erano svanite, e finalmente andavo libero di sapere in maniera confusa tante cose, di lasciare seccate tante radici che fino all’ultimo cercai di tenere vive, mandando a memoria le formule chimiche e i nomi di ogni autore dell’ultima latinità.

La festa, quel giorno, fu la fine di innumerabili esperienze straordinarie, un baratro furiosamente allegro, ma che impauriva. Paura nasceva in quelli che avrebbero faticato a smettere gli abiti ribelli, in quelli che avrebbero tribulato a tornare in fabbrica o in ufficio o agli studi, perché fare i partigiani significava essere sempre in pari con se stessi, e mai di meno, per l’eccesso di volontà che ci teneva vivi, e mai di più, perché non ce n’era modo.

Così in piazza, come ti ho detto, giravano i balli e i canti, i caffè mettevano fuori i tavoli col vino. Gli uomini baciavano le donne. Si urlava, si stringevano le mani e ci si avvolgeva negli abbracci amati e, a chi quel giorno era lontano, si spedivano biglietti di gioia indivisa.

Per questo, quando durante la festa scoppiò la bomba e ci uccise ancora gli amici e i figli, provai un colossale dolore, una tristezza inclemente per quegli uomini che se ne andavano in un modo così impreveduto, allorché non c’era più niente da temere.

Si seppe subito che gli ordigni li avevano lasciati i fascisti prima di fuggire. Ne avevano messi anche nelle scuole, i miseri. Eppure dopo quella bomba, nel cuore dello strazio, io sentii ancora un fremito che mi restituì vivo, tutto intero, carico di odio sanissimo. Che poi non ebbi più, e che amai fin nei precordi.

In qualche modo la festa proseguì, per altre vie, in altri modi che si inventavano in mezzo al lutto. Allora felicità e dolore facevano tutt’uno, ancora. E forse, alla fine, la felicità ebbe la meglio. Così alla sera, di notte anzi, le luci parevano doversi mai smorzare, e i canti nemmeno, e i bicchieri non erano mai vuoti. Eppure rimanevamo disorientati.

Bevvi tanto, mangiai anche di più, senza la paura di uscirne rintronato e con la pancia soda e inadatta all’azione. Raccontammo un’infinità di storie che sapevamo a memoria. Io le dicevo senza quasi pensarci, e intanto cercavo una volta di più la mano della mia Dora. Poi facemmo l’amore, infinito e liberatorio. E forse fu ancora peggio perché dopo mi sembrava che davvero non restasse niente. Presi l’uscio e mi poggiai alla ringhiera del ballatoio. Lasciai socchiuso. Voltandomi, vedevo gatteggiare gli occhi di lei nel buio: mi cercava. E io cercavo di capire cosa avremmo fatto col sole nuovo.

Già quella sera sentii un che di irrevocabile. Non mi sbagliavo.

Da quando sei nata ti ho sempre portata ai cortei del 25 aprile, ti ho raccontato le avventure, ti ho mostrato le foto.

Una volta mi hai detto delle bellissime parole: che tra me e te ci sono due generazioni, che io sono come un mito, che le storie che narro sono talmente memorabili da sembrare false. Che nessuno dei tuoi amici potrà mai essere come sono stato io all’età che hanno loro adesso. Che mi vuoi bene. Che sei fiera di me. Che la generazione successiva alla mia, quella di tuo padre insomma, sbiadisce, mentre la mia è sempre colma. Che i padri sono piccoli e i nonni dei giganti. I nonni come me, dici. E anche le nonne.

Io non ti ho mai detto che assomigli in maniera singolare alla tua nonna Dora quand’era giovane. E non ti ho neppure detto che ogni anno, ogni 25 aprile era ed è per me un boccone amaro, e che tuttavia cerco di ringoiare per sentire se cambia di sapore. Nel 1945 qualcosa è finito e non è più cominciato. S’è fatta la Repubblica e una Costituzione lucente e degna di tutti i morti che abbiamo perduti. Ma a ogni ricorrenza ho visto le persone peggiorare, le belle idee farsi fioche e prive di gusto, le feste della Liberazione diventare dei vezzi logori e sgradevoli. Si smetteva di fare bene per fare benino, ogni volta di più. La gente intorno a me, e io stesso, diventavamo avventati predaci sulla libertà. Fino a snobbarla a causa delle meritate inerzie che, dopo la guerra, divennero fatali.

Non so dove sia la colpa. È che la vita è andata avanti. Bene, molto meglio di come l’avevamo noi vissuta. Ma a me non piace più. Sto bene solo quando ti racconto le nostre storie, mie e della nonna, e dei monti, delle vigilie di guardia, degli amici che sono rimasti giovani nei cimiteri, delle gioie per un pezzettino di carne scovato tra pelucchi di lana, per una pagnotta morbida in mezzo a tante rigide come il marmo.

Non fa niente. Non ti preoccupare. Sono vecchio, cosa pretendi che capisca! Sono felice per te, vedo che i tuoi occhietti di ragazza sono distesi e tranquilli.

Noi anziani invece siamo scontenti. Di continuo e per tutto. Forse la guerra non c’entra niente, e neanche la Liberazione, e le passioni, e le felicità sbocciate tra le crepe della paura. Forse i pensieri che io credo dettati dalla ragione sono solo i capricci di un corpo e di una mente, come i miei, che vanno alla malora. Senz’altro sbaglio a credere che il gusto della libertà assaporato quando si combatteva s’è poi stemperato, come fanno i fumi, nel cielo.

Lo dovrai dire tu, non a me che non ci sarò, ma ai tuoi bimbi. Se vorranno ascoltarti.

Io me ne vado con un sorriso amaro, di quelli che si incastrano nel viso quando la soddisfazione è a metà, e quello che manca sembra molto più di ciò che già è qui.

Non fa niente, bambina, non fa niente.

Come disse una volta il nostro comandante: quanto sarebbe stato inutile essere felici!

 

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