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Quell’Amanda…

Quell’Amanda…

Brevi e molto provvisorie considerazioni sui media

di Giacomo Verri


La storia la sanno tutti. Perugia è il luogo. Uccisa una ragazza inglese di cui si è parlato nelle prime settimane dopo l’omicidio, nel novembre del 2007. Poi quel nome si è perso, la sua foto s’è vista sì e no al Tg e sui giornali.

Tutti sanno che la vera protagonista della storia è diventata un’altra, l’amica, Amanda: forse – si pensava – l’assassina, che doveva aver agito assieme a Raffaele, freschi di fidanzamento. Poi c’è anche un’altra comparsa, in questa faccenda: Rudy, un nero che sicuramente ha ucciso. Ma di lui poco ci si è occupati. Anzi l’interesse è stato poco sia per la vittima sia per i carnefici in quanto tali. Perché questo di Perugia, che è nato come un caso di omicidio, col tempo si è trasformato, è diventato qualcosa d’altro, ha finito per funzionare come un meccanismo socio-psicologico di dimensioni sopranazionali, dentro il quale tutti dovremmo guardare.

Cosa è successo? Qualcosa di simile a ciò che è accaduto intorno ad altri eventi del genere. Ad esempio è scattata la curiosità morbosa di vedere la tragedia, il sangue, il dolore degli altri, senza peraltro ottenerne alcun esito catartico, com’era per la tragedia antica (e dico, tra parentesi, che dovrebbe farsi una teoria della rappresentazione del ‘dolore vero’ che è diverso dal ‘dolore finto’ e che, tuttavia, per il fatto di essere passato attraverso lo schermo sembra anch’esso una finzione). Si è scatenata poi una ferina e pertinace insistenza voyeuristica, che ha qualcosa di aggressivo, perché ci mette in una situazione di superiorità psicologica: ci pare, insomma, di stare in una posizione di privilegio da cui vediamo tutto, ma non siamo visti. Ma questo lo si era sperimentato fin dai tempi di Alfredino per arrivare ad Avetrana. E ricordiamo che in mezzo s’è piazzato come il più naturale degli eventi la nascita e la crescita del Grande Fratello; se non che ora la scopofilia – così ben irrobustita dalle molte occasioni che ogni giorno ci sono state fornite per allenarla – ha perduto il suo appeal originario.

A Perugia è successo qualcosa di diverso perché il pubblico mondiale cha ha seguito lo ‘spettacolo’ ha dimenticato la curiosità morbosa, ha dimenticato anche il voyeurismo e ha guardato solo ai protagonisti. Anzi, alla protagonista. La spettacolarizzazione della cronaca ha raggiunto lo zenit e si è completata. La storia dell’omicidio non ha avuto più alcuna attrazione (perché, in fondo, era simile a tante altre storie!) e il pubblico ha posato i propri occhi solo sugli ‘attori’ del ‘film’ e ha scelto la sua beniamina. Sarà in virtù del nome, ma il pubblico ha amato Amanda, l’ha sostenuta, ha tifato per lei e, alla fine, la doppia dozzina e più di anni che avrebbe dovuto trascorrere dietro alle sbarre s’è trasformata in un nulla di fatto. O meglio, in una notorietà hollywoodiana che forse non riuscirà mai più a raggiungere, neppure se girerà decine di film. Ma per quello staremo a vedere, se ne avremo voglia.

Invece qui azzarderei un’ipotesi attorno alla natura dei meccanismi mediatici: questi, mi pare, ci stanno conducendo a passi piuttosto veloci verso una distruzione di quei risultati sociali e culturali che hanno richiesto le più lunghe lavorazioni. Sto parlando di quegli istituti civili che regolano il nostro vivere in comunità, che hanno eliminato progressivamente (a partire dalla legge del taglione) gli istinti bestiali e li hanno sostituiti con le ponderazioni razionali delle leggi, delle norme, delle regole. L’intrusione così massiccia dei media in ogni campo dell’agire umano reimmette in circolo molti comportamenti istintuali, i quali, presi per loro conto, possono anche essere innocui, ma se sbocciano senza modo e misura nella vita associata sono inevitabilmente nocivi. Perdiamo la fiducia nella giustizia, nei meccanismi della razionalità che muove lentamente i propri passi, e ci affidiamo alle mosse rapide dell’istinto. È più facile, è più comodo fare così.

Penso che in parte sia anche per questo motivo che a Perugia tutti sanno chi è Amanda, tutti chi è Raffaele (una brava comparsa), e pochi si ricordano il nome della vittima. Chi era già? Quella ragazza coi capelli neri, Meredith.

6 Risposte a “Quell’Amanda…”


  1. 1 matilde Ott 19th, 2011 at 1:00 pm

    Vorrei ringraziare di cuore Giacomo Verri, perchè ha avuto il coraggio della verità. Quantomeno questo è il mio sentire, ed il senso del mio grazie, per aver saputo trovare le parole giuste giuste, pari a quello che sento. Solo che sentire non basta, ed è anche per questo che dico grazie, considerando importantissimo che nella vita sociale e culturale possano circolare queste verità, per dare forza ad una convivenza civile ormai ai minimi livelli. I mezzi mediatici sono sicuramente determinanti per questa intensiva riduzione di civiltà. Ma perchè? E soprattutto, a chi servono QUESTI MODI di utilizzo della tecnica? Perchè è in gioco non una scelta ma una necessità. Se, per usare le parole di Verri, “perdiamo la fiducia nella giustizia, nei meccanismi della razionalità che muove lentamente i propri passi, e ci affidiamo alle mosse rapide dell’istinto” è perchè in questo modo non pensare diventa una qualità e non qualcosa di cui vergognarsi. Pensare,ragionare, è una (dico una, non l’UNICA)delle necessità presenti nella condizione umana. In quanto necessità, pensare non è una scelta.
    Se dunque diventa “più facile”, se “è più comodo fare così” è perchè una necessità umana viene negata, manipolata, trasformata in scelta personale, per sostituire una sostanza con una apparenza. L’illusione di fare giustizia opinionista, è pari al farsi giustizia da sè. OK. Un far west. OK. Ma la legittimazione del giudizio indiscriminato, disciolto da ogni competenza, diventa un fatto sociale perchè si sostituisce al necessario esercizio del discernimento, senza nessuna consapevolezza che così facendo si alza il livello del contendere (di molto, ovviamente, stando alla quantità numerica delle opinioni)mentre contemporaneamente e nella stessa quantità l’essere, proprio, altrui, di tutti, anche di chi questo non lo vuole (addio democrazia!), l’essere, dicevo, è ridotto all’istinto.Il discernimento sparisce, perchè appartiene alla filiera del pensiero: pensiero, discernimento e… libero arbitrio. Siamo arrivati al punto. Al punto per cui posso “sentirmi” libera, e contemporaneamente non “sapermi schiava”. Perchè i fili che imprigionano la filiera del pensiero sono invisibili e soprattutto? IMPENSATI. Tanto meno saputi, conosciuti, immmessi nel dire, e soprattutto nei rapporti, nelle relazioni. Che ne dite?

  2. 2 Giacomo Verri Ott 20th, 2011 at 10:13 pm

    Grazie davvero, Matilde, per le tue bella parole. Hai ragione: il necessario esercizio del discernimento è in qualche modo anestetizzato dall’azione dei media. Si arriva, o meglio, si ritorna, come ho cercato di spiegare, a una forma di istinto brutale (negativo, questo, perché non tutti gli istinti lo sono). Mi chiedo un’altra cosa: ma chi manipola i media è davvero capace di mantenere saldi i comandi tra le mani? Ovvero: è certo che un utilizzo così becero dei media è voluto, è cercato. Ma, mi chiedo, siamo sicuri che chi vuole ciò sappia esattamente quello che sta facendo? O siamo nelle mani di una generazione di irresponsabili?

  3. 3 matilde Ott 22nd, 2011 at 3:02 am

    Penso che chi vuole ciò non sappia esattamente quello che sta facendo, per cui sono irresponsabili. Detto in altri termini, sono soggetti che, in quanto inconsapevoli (non sanno quello che stanno facendo), sono di conseguenza incapaci di regere una responsabilità corrispondente all’esito delle loro azioni.
    Le tue domande finali sono in realtà esse stesse una risposta che condivido. I contenuti di questa condivisione richiedono un dispiegamento di senso che non è possibile porre in termini immediati, ma mediati da un duro esercizio del pensiero, libero in quanto assoggettato alla conoscenza e quindi alla consapevolezza di non sapere.
    Ti ringrazio tanto, Giacomo, di tutto. Ho messo da parte molti appunti… frammenti. Movimenti. Il moto perpetuo, forse. Ma quanta bellezza in questa condizione!

  4. 4 matilde Ott 22nd, 2011 at 4:45 pm

    Un primo frammento.

    Se, come tu dici e condivido, “un utilizzo così becero dei media è voluto, è cercato” e se la conclusione è che l’utilizzo è becero e chi lo attiva (e, aggiungo, chi lo condivide) in questo modo è inconsapevole e perciò irresponsabile, lo stato, la condizione dei media è lo specchio delle nostre coscienze, o meglio un misuratore del grado della consapevolezza civile e sociale. Il grado o la qualità della convivenza e condivisione della realtà. La misura d’una prevalenza.Che fare? E’ una domanda antica. Ma il perseverare con ancora maggiore motivazione nella coltivazione di sè in modo esattamente opposto all’ego straripante in ogni dove forse è un buon inizio. un caro saluto.

  5. 5 Giacomo Verri Ott 24th, 2011 at 2:35 pm

    “coltivazione di sé” o guerriglia semiologica, dunque, per dirla con Umberto Eco: addestramento del ricettore affinché sappia decrittare il messaggio che gli stanno somministrando.
    Ho l’impressione che l’utilizzo parossistico dei media conduca a una temibile poststoricità assomigliante non poco alla preistoricità, con annessi appiattimenti storici e disorientamenti della coscienza.
    Grazie Matilde.

  6. 6 matilde Ott 25th, 2011 at 12:05 pm

    Ammiro la guerrigia “semiologica” di cui sei uno ottimo protagonista!
    E’ una buonissima antitesi, un salutare antidoto alla implicita violenza imposta alle coscienze.
    La violenza comporta sempre l’imposizione, l’isolamento, un blocco interiore, un’assenza di via d’uscita che spinge a forme di inconsapevole dipendenza.
    Gli appiattimenti e disorientamenti della coscienza che s’impromono nella percezione in modo dilagante, e che ne sono una evidente rappresetazione, chiedono, a mio avviso, questo impegno costante di attenzione e movimentazione pacifica che, in quanto tale, non ha alcun carattere passivo nè aggressivo, come tu hai saputo ben rappresentare con le tue riflessioni nel momento stesso che hai agito per farle conoscere… Il movimento consapevole che, portato ad esempio, il tuo scritto ha “suscitato”, è pura energia.
    Ciao, Giacomo. Buon lavoro, davvero. Anche a te, alla tua preziosa coscienza.

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