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Un fiero mal di denti

Un fiero mal di denti

Racconto di Giacomo Verri

Sed mihi haec ac talia audienti in incerto iudicium est fatone res mortalium et necessitate immutabili an forte volvantur
(Tacito, Annales 6, 22)

 

In più luoghi dell’undicesimo capitolo – il nonno levò lo sguardo, lasciando le dita grosse a scorrere i pori della carta – si legge di come Desiderio Turchini, quel giorno, l’avesse pigliato una forza angolosa e la testa gli fosse diventata di legno.

Nella notte aveva smesso di piovere su tutta la valle e, nel cimitero in cima al paese, Velso Turchini attendeva di asciugare il suo corpo morto col panno caldo del sole di luglio. Velso era il fratello di Desiderio: insieme avevano fatto la prima guerra, da bambini, spettatori incantati davanti alla faccia della loro mamma che si scuoteva in smorfie e si salava di lacrime, mentre leggeva le lettere del papà. Velso scricchiolava i denti dal nervoso, perché avrebbe voluto che le scivolose lacrime materne fossero colte dalla punta della lingua, o spalmate con due dita sulle guance. Desiderio, invece, le seguiva mentre scorrevano inesorabili al mento, le osservava agglutinarsi e cadere. Plof! Ricorda, come fosse oggi, lo stipetto in cui finivano le lettere del babbo. Ricorda che Velso, di nascosto, le andava a scartare e le rileggeva per conto suo, senza gli iati affranti della mamma. A recitarle da solo, diceva, gli sembrava che il papà gli parlasse vicino all’orecchio.

È scritto che, anni dopo, Velso Turchini fosse morto con onore, guardando ben dritto il buco del fucile, grato al male per gli obblighi di purità che gli imponeva. Non è però scritto di come, fissando il cerchio nero della canna del 91, c’avesse sorriso dentro, sembrandogli un buco di culo sforacchiato in mezzo alla faccia del fascista. Mentre Velso sorrideva, una pallottola gli ruppe il cuore e, cadendo in avanti, la sua faccia già morta sembrava doversi spaccare a terra come quella di un uomo vivo.

Desiderio non lo aveva veduto in quel repentino passaggio tra la vita e la morte, ma gli avevan detto che il fratello fece tutto come si conviene a un eroe, e Desiderio disse: Bene!, mordendosi i caldi e rotolanti lombrichi delle lacrime.

A Velso avevano sparato ch’era inverno, il primo inverno di guerriglia, e l’avevano fatto perché era buono. Desiderio, allora, stava sui monti a lottare col freddo, giacché d’armi per combattere i trecento militi del battaglione che aveva invaso la città non ce ne erano abbastanza. Adesso però era estate e da pochi giorni la città l’avevano ripresa loro delle brigate Garibaldi: la tenevano con impegno, col buon buzzo che ci mettono i bimbi alle prese con una cartella nuova, quando ancora la scuola non è iniziata. Era quel luglio un tempo vacuo, una superficie chiara, planante sulle menti come il lenzuolo che posa largo sui letti con qualche cadenza dell’indugio eterno. Desiderio camminava sulle sue rinate abitudini mattutine che lo portavano da Aranco fino al centro: traversava il ponte sul Sesia, vedeva il Monfenera e il Tovo, si buttava nel viale e poi svoltava verso la piazza. Godendo del poco fresco mattinale che già sente la calura del giorno gonfiante, ascoltava le ruote dei carri passare sulla polvere ancora grata della tregua e dell’immobilità della notte. A metà del suo camminare, sentì il dodòn del campanone che sbatteva in cielo i suoni, felice di dondolare, il bronzo, senza più gli occhi fascisti addosso; udì pure le frustate che Gelsomina diede alle tovaglie dell’osteria nell’atterrarle sui tavoli. E ogni suono era a lui un fastidioso corollario al mal di denti che lo stava straziando: un dolore che già aveva dato i primi squilli di tromba sulle montagne, nell’inverno, ma adesso era diventato insopportabile.

– Heilà, Desiderio, dov’è che vai a quest’ora?

– Non ce la faccio più, dio salato, mi sembra d’aver le bolgie dentro…

– Cosa stai dicendo? Sei diventato matto!?

– No, lascia stare Gelsomina! Devo andare da Merico!

Gelsomina guardò Carlo, il marito, con due occhi di legno, lasciando intendere quel che c’era da intendere, e, mandando un sospiro che sembrò svuotarla, appoggiò le bracciotte all’ultimo tavolo sistemato.

– A quest’ora – disse allora Gelsomina – non so se lo trovi. Poi sai che ultimamente nessuno l’ha più visto…

– Lo so, lo so… ma me lo deve.

Il sole, uscito dai colli, dimentico della pioggia notturna, saliva tremendo, dava alle parole e ai gesti la lentezza africana di truppe cammellate: ogni cosa muoveva placida e serena. Ogni cosa, eccetto Desiderio Turchini che, al contrario, sembrava dover morsicare dalla rabbia le rare nuvole, andando, in quella dolce mattina d’estate, di furia tra le pieghe della disperazione. Sette mesi gli erano valsi a maturare una rabbia spinosa e una tristezza lunga come un fiume, ammorbidita di tratto in tratto dalla folle bontà della dimenticanza che, una volta riassorbita, sortiva l’effetto di ributtarlo da una più alta rupe giù nel fosso del livore; il desiderio di vendetta verso chi gli aveva ucciso il fratello cresceva duro come una perla, gli cresceva in bocca e la lingua lo batteva: il dente infermo era figura del dolore che portava e, in una, immagine della folta collera maturata dal tempo.

Mise le manone in tasca e con un cenno del capo salutò Gelsomina e Carlo che vide farsi piccoli nella prospettiva dello sguardo, allorché svoltò per pigliar la via che mena alla piazza. Non è scritto chiaramente, ma tra le righe si legge che l’insicurezza turbante Desiderio era grande. Quantunque l’odio suo fosse ben caldo, come un uovo appena sbocciato dallo sfintere d’una gallina, va detto che Desiderio era un uomo, nel fondo dell’animo, buono.

Si sa che il corpo d’un essere umano ha in se stesso sangue e flegma e bile gialla e nera, e queste cose per l’uomo costituiscono la natura dell’organismo, e a causa di esse soffre o è sano. La bile gialla, in Desiderio, non fu mai preponderante; va da sé che quell’umore caldo e secco, bollente nella cistifellea, era un precipitato residuale estraneo, come se uno avesse versato dell’aceto in una bottiglia d’olio fino. Aveva dunque imparato a convivere con quel sovrappiù di siero e, conosciuto il suo liquido inquilino, a volte lo contrastava, ma più spesso amava secondarlo, nel modo in cui si vezzeggia un conoscente per strappargli, con vantaggio, una prestazione. C’è da supporre, sebbene nel libro non se ne parli mai, che Desiderio imparò solo col tempo a far posto, dentro a sé, alla vendetta: ce lo immaginiamo sui monti, nelle ore immediatamente successive alla fucilazione di Velso, in preda al furore, cercante una pietra ove fracassarsi il cervello, gridando ‘vendetta, tremenda vendetta!’. L’odio può essere infatti un tonico vitale, un rassodante della volontà. Ma, per contro, occorre credere che i compagni di Desiderio, e il comandante, e il commissario, tutti l’abbiano stretto tra le braccia e gli abbiano sussurrato di dar forma coerente alla sua disperazione, la forma dell’attesa.

Egli dunque, per lunghi mesi, non seppe che fare, e il cuore gli era un giorno in testa, un altro nei piedi. Gli capitò di sparare, una volta anche con raro abbandono, correndo tra le cortecce degli alberi all’inseguimento di due militi lasciati indietro dal resto della squadra. Ma il mal di denti non lo abbandonava, essendo la brama di vendetta inesauribile come l’acqua di mare nei buchi scavati dai bimbi vicino alla battigia.

È difficile dire cosa significhi l’odio profondo che nasce quando un fratello t’è morto ucciso, un odio perfezionato dai falliti conati di serenità che uno prova e riprova al tempo di guerra. Si sa però che Desiderio, abbandonati gli sguardi trepidanti di Gelsomina e di Carlo, trapassò la via, guadagnando la piazza. Lì c’era aria di festa, come accadeva da una settimana a quella parte, da che, insomma, il paese era stato ripreso: fervevano gli spiriti grandiosi di coloro che erano riusciti nell’impresa di scacciare i fascisti; su certi balconi s’eran fatti passare i pavesi rossi e un palco, pressoché stabile, era eretto al centro della piazza: da lì, come ogni giorno, il comandante generale delle brigate Garibaldi avrebbe parlato, raccontando il come e il perché il mondo va in un modo piuttosto che in un altro.

Tutti al paese conoscevano il fratello di Velso, cosicché al suo passaggio, quella mattina d’estate, lo salutarono in molti; a ognuno, guardandolo in faccia, Desiderio aveva raccontato che andava da Merico per strappare il dente; non uno fu quello che accolse la notizia come una cosa normale, dato che tutto il mondo sapeva. Mano a mano che si avvicinava alla casa del dentista, accadde che sempre più persone, anziché fermarlo, lo spingessero, lo lodassero, leggendogli tra i denti una cifra di giustizia, che non più era, come troppi avevano voluto credere, la vendetta che rinuncia per far posto al diritto, ma una dolce ira che tornava a sciogliersi come il sangue d’un santo reliquiato, una bella vendetta, grata, acconcia, in una bella estate, una vendetta, inflitta da un altro, al nemico comune. Tacitamente la piazza aveva deciso che era ora.

– Desiderio, fermati a bere un bicchiere prima di andare, – gli dissero dal bar, – vedrai che ti serve da anestetico!

– Sì, forza, portate le bottiglie qui fuori, che ne diamo a tutti.

– Chi paga? Sapete chi paga? – dicevano da dentro. – La roba è poca e, finita quella, non c’è più niente! Niente! Capito?

– Ma sì, dio santo, porta fuori, ché si festeggia. Porta fuori! – Un uomo tondo andò dietro al banco e prese tutte le bottiglie e un abbraccio intero di bicchieri. – Beviamo, dai, coraggio!

– Mi sembra di scoppiare – fece Desiderio, – l’inverno sui monti è stato duro come la pietra. Che freddo! Che fame! E poi questo maldidenti… non mi ha mai abbandonato, sapeste, mai. E di notte come batteva! A tratti mi sembrava di avere Efesto tra le palle! Battente con un suo martellino piccolo ma micidiale! Quando nessuno mi vedeva, piangevo come una madonna, e, piangendo, mi veniva in mente il mio Velso. Proprio lui. Velso! Che io gli ho dato tante di quelle botte, quando eravamo piccoli, perché era un gran rompicoglioni. Ma poi, poveraccio… Gliel’avevo detto di venire con me sui monti, ma ha voluto far di testa sua, e adesso non è con gli scrupoli che posso trattenere la realtà dal divenire. – Alzò il bicchiere: – Va qui che vino buono! Guarda che colore! Mica ne avevamo noi, di così intenso, eh, Silvano? Bevi, bevi tutto, fino a farti sbrodolare le orecchie. – Si mise poi la mano alla guancia e strizzò i pomini degli occhi: – Signore che male, che male che ho! – Seguì una bestemmia che allargò il cielo estivo. – Allora Merico, – chiese, – non visita più? Dite così, eh! Vedrete che a me mi visita! Mi deve visitare, deve togliermi il dente e, una volta levato, sarò libero come il vento senza le montagne!

– Forza Desiderio! – gli dicevano da più parti. – Vai a fargliela pagare! – lo incitavano e lui si sentiva gonfiate le vene, come Valentino Mazzola quando era lì lì per segnare.

Il cielo s’era fatto color dell’ortensia e Desiderio quasi non si reggeva, ma ormai era deciso, tutti lo ritenevano necessario: sarebbe andato da Merico e lo avrebbe fissato coll’endiadi azzurra degli occhi che dicevano a una voce l’odio e il desiderio di vendetta che li tenevano aperti anche la notte. Desiderio avrebbe fatto la cosa giusta e l’avrebbe fatta bene. Un tale gli mise in tasca un pacchetto di Milit. Lo coprirono di pacche. Lo baciarono pieni di quel senso di fierezza che s’ha quando si affida un compito delicato a uno di cui ci si fida completamente; sulla schiena di molti passò un brivido; qualcuno sussurrò: – si vede che sa quel che fa! – col tono che si usa quando c’è da dire che uno è veramente bravo a fare una cosa, un pittore a scegliere i colori come sentimenti, un poeta a stendere parole con l’esattezza con cui le nevi calano sui monti. Desiderio fissò la riunione che s’era fatta attorno a lui e, prima di avviarsi, salutò fieramente con la faccia dura di pietra. Merico avrebbe di lì a poco provato l’impossibilità di andare oltre quello sguardo immodificabile.

Merico era cattivo: era un sansepolcrista alto e odoroso. Negli anni Trenta era tenuto come un gran signore solo perché era potente; negli occhi aveva due palline nere, sempre in movimento; il mento gli finiva in un pizzo scuro e pungente; il corpo era magro e lucido. Era un essere viziato e pieno di lune, un sicofante bizzoso, un aberrante esaltato. Con una sua soffiata aveva fatto uccidere Velso.

Desiderio trapassò la piazza e svoltò oltre il Municipio. La casa del dentista era in fondo alla via, sulla sinistra, un breve cancello, un cortile umido, tre scalini. L’ambulatorio stava al pianterreno, oltre la sala d’aspetto. Non si sa come Desiderio riuscisse a entrare nella casa, poiché il testo non lo dice, ma vi entrò con la santa convinzione di star facendo la cosa giusta. Merico se ne accorse, e dunque prese a obbedirgli come un cane. Gli strappò il dente, glielo mostrò, glielo fece su in un pacchetto come fosse stata una pastiglia Valda. Desiderio, in quel tratto, pensò al dente come a una punta di freccia avvelenata che gli fosse stata tolta dal corpo forse troppo tardi perché il tossico non avesse dato inizio al suo lavoro. Era troppo tardi? Era giunta l’ora?

Gli ultimi righi dell’undicesimo capitolo – disse il nonno – non sono chiari. Vedi, qui si dice che Desiderio avrebbe portato a termine il suo dovere, avrebbe ucciso Merico, dopo averlo fatto piangere come un verme. Ma Merico era cattivo, davvero cattivo, e viscido.

Riuscì, non si sa come, a bloccare Desiderio, il quale vide crescersi lungo la proda degli occhi delle lacrime indesiderate, le narici gli si ampliarono, la bocca andò in smorfie larghe, e la fronte gli si arricciò come un tappeto buttato in un cantone.

– Desiderio stava fallendo, perché Merico era troppo cattivo. Quanto cattivo? Cattivo! Quanto non si riesce neppure a dire. – Il nonno fermò per un momento la voce e guardò fuori dalla finestra come per vedere se poteva trovare un altro mondo: ma il mondo, nonostante quella preghiera degli occhi, era sempre il medesimo, sempre quello. Sempre.

***

Giacomo Verri è nato a Borgosesia, in Valsesia, nel 1978. Laureatosi con una tesi su Umberto Eco, insegna da alcuni anni Lettere alle Scuole Medie e, attualmente, sta frequentando un Dottorato di Ricerca presso l’Università del Piemonte Orientale “A. Avogadro”, sotto la guida di Giuseppe Zaccaria.  I suoi interessi di studio riguardano la rivista letteraria «La Ronda» e, in particolare, l’opera di due scrittori che di quel foglio furono redattori: Vincenzo Cardarelli e Antonio Baldini. È corrispondente della rivista on line «LibriSenzaCarta». Ha pubblicato alcuni saggi su Umberto Eco e su autori dell’Ottocento piemontese quali Achille Giovanni Cagna e Giuseppe Torelli. Un paio di suoi racconti sono apparsi sul web. Il suo romanzo Partigiano Inverno è stato selezionato fra i finalisti della XXIV edizione del Premio Calvino (2011).

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