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Il Sultano, i Rovereschi e la “Sacra Lancia”

Pubblicato su L’Eco di aprile

Nel 1492 arrivava ad Ancona una delle reliquie più preziose per la cristianità, la lancia che, come riferisce il Vangelo di Giovanni, trafisse il costato di Cristo sulla Croce. Il sultano turco Bajazet II ne inviava in dono al Papa Innocenzo VIII il “sacro ferro”, cioè la parte metallica apicale o cuspide. A darcene testimonianza è anche il nostro vescovo del tempo, Marco Vigerio I, uno dei quattro vescovi della Rovere che, familiari di Sisto IV e di Giulio II, detennero ininterrottamente la nostra sede vescovile per circa un secolo (1471-1570).

Marco Vigerio fu di un attivismo fuori dell’ordinario: encomiato teologo, oltre a svolgere con plauso i compiti pastorali si trovò ad affiancare Giovanni Prefetto e Francesco Maria I della Rovere nella gestione dei loro stati e a presenziare ad operazioni belliche quale la spedizione contro il duca di Ferrara in qualità di Legato nell’Esercito della Chiesa. Creato cardinale nel 1505, veniva comunemente designato come “il Cardinal di Sinigaglia”.

Ad Ancona si riunirono tutti i vescovi provinciali per espletare con grande solennità le devotissime pratiche religiose volte a venerare la Lancia. Al loro termine, tra gli alti prelati riuniti a tavola si cominciò a discutere se non sarebbe stato preferibile avere qualche altra reliquia della Passione tra quelle conservate dal Sultano, ad esempio la tunica di Cristo. La ristrettezza dei tempi non consentì un congrua disamina, per cui al nostro Vescovo fu dato il compito di trattarne per iscritto.

In una serie di processioni la Sacra Lancia venne trasportata da Ancona a Roma, collocata in un adeguato porta-reliquie, sopra un cavallo bianco che era preceduto da una grande lanterna, secondo il cerimoniale del trasporto del SS. Sacramento durante i viaggi del Papa.
A Narni la reliquia fu presa in carica dai due Cardinali a latere; uno di questi era Giuliano della Rovere, il futuro Papa Giulio II. Il viaggio si concluse a Roma nel giorno dell’Ascensione. Innocenzo VIII, il Papa regnante, impartì con la Sacra Lancia la benedizione al popolo, ma sopraffatto dalla stanchezza e dall’emozione non riuscì a cantare la Messa in San Pietro. Ne diede l’incarico ad un altro della Rovere, il Cardinale Domenico, discendente da una nobile famiglia piemontese che da secoli aveva adottato come stemma la quercia. Il Blasonario Subalpino di F. Bona lo descrive “d’azzurro, al rovere d’oro, con i rami decussati e ridecussati”, cioè identico a quello dei Rovereschi di Savona che, di umili origini, lo avrebbero mutuato. Certo è che Francesco della Rovere, di modesta famiglia savonese, quando divenne Papa con il nome di Sisto IV adottò lo stemma della famiglia piemontese; due membri di quest’ultima figurano tra i Cardinali eletti da quel Pontefice.

Con la Sacra Lancia il sultano Bajazet inviava al Papa Pio II quarantamila scudi d’oro. Questa somma era frutto di un patto stabilito tra due contraenti che non avrebbero dovuto essere legati da nessun accordo: il Turco signore dell’Impero Ottomano e il rappresentante della Cristianità. Alla morte di Maometto II era divampata una guerra di successione tra i suoi figli Bajazet e Djem. Quest’ultimo, sconfitto, chiese asilo ai Cavalieri di Gerusalemme stanziati a Rodi, dai quali fu portato per sicurezza in Francia, dove passò in custodia al Re. A questo punto intervenne il Papa: Djem (che a seconda delle circostanze veniva fatto figurare come rifugiato politico o come ostaggio) era comunque un’importante pedina nelle contese fra cristianità e mondo islamico e quindi sarebbe stato più conveniente che fosse custodito a Roma nelle mani della Chiesa.

In realtà il turco Bajazet, il fratello vincitore, sborsava ai detentori del fratello quarantamila scudi d’oro all’anno, perché non venisse liberato e gli fosse impedito di rimettere piede in patria e riaccendere il conflitto per la successione al trono di Maometto. Djem, che conduceva a Roma una fastosa vita da ostaggio alla rovescia, passò nelle mani del Papa successivo, Alessandro VI Borgia e da questi fu ceduto a Carlo VIII di Francia, quando, con il suo poderoso esercito diretto contro il Regno di Napoli, si fermò a Roma. Il Re con il suo corteo venne accolto con cerimonia ufficiale in Roma. Alle sue spalle cavalcavano due rappresentanti del Papa: uno era il Cardinale Giuliano della Rovere. Ceduto al Re di Francia, Djem pochi giorni dopo moriva: si parlò di veleno.

Nelle storie del tributo pagato da Bajazet al Papa si inserisce un altro della Rovere, il nostro Giovanni Prefetto. Nel novembre 1494 aggredì l’ambasciatore turco che, sbarcato ad Ancona, era sulla via per Senigallia onde raggiungere la via Flaminia, essendo diretto a Roma con il tributo dei 40.000 scudi d’oro destinati al Papa. Giovanni Prefetto, con l’atteggiamento e le motivazioni di un capitano di ventura quale egli era, bloccò il rappresentante turco, impossessandosi di dispacci diplomatici, di doni quali preziose stoffe d’oriente e soprattutto del denaro. Di questo riteneva giusto impadronirsi, in quanto per le sue prestazioni militari vantava dei vecchi crediti nei confronti della Chiesa, della quale era stato nominato Capitano Generale. Inevitabile la risposta irata di Alessandro VI: Giovanni venne scomunicato e automaticamente dichiarato decaduto dalle cariche e dai possedimenti. Analogamente si comportò la Repubblica di Venezia.
Giovanni venne presto perdonato dal Papa e reintegrato nei suoi possedimenti per il pressante intervento del Re francese Carlo VIII, del quale passò al soldo come Capitano Generale per l’Abruzzo e la Terra del Lavoro (a quel tempo quest’ultima era parte della Campania).

 

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