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La storia del principe Sergio

La miracolosa guarigione di un nostro signore longobardo

Giovanni Francesco Ferrari, arciprete della cattedrale di Senigallia, è considerato il padre della storia di questa città per la sua “Cronica della Città di Senogaglia”, licenziata verso il 1564. Egli ci tramanda i nomi e le vicende di una serie di Longobardi che furono signori di Senigallia, con dignità ducale ed anche il titolo di principe a partire dalla quarta generazione.

I Longobardi erano un popolo germanico che, stanziato inizialmente lungo il basso corso dell’Elba, si erano poi spostati a sud, raggiungendo la Pannonia (più o meno l’attuale Ungheria). Guidati da Alboino, centomila guerrieri con le relative famiglie si erano diretti verso l’Italia; ad essi si erano uniti forti contingenti di altra origine, tra i quali Sassoni e Bulgari. Arrivarono in Friuli, donde dilagarono per tutta la penisola. Nel processo di invasione, il capo militare o duca (dal latino dux) che aveva realizzato l’occupazione di un territorio, spesso ne diventava governatore, attuandosi così una specie di federazione militare-politica, che peraltro non impedì che i duchi tra loro e i duchi nei confronti del re o viceversa si trovassero in bellicosi contrasti.
Oltre ad Alboino, longobardi furono personaggi quali Teodolinda (la bella e saggia regina ritratta negli affreschi del Duomo di Monza), Rotari (uno dei primi legislatori dell’era volgare), Liutprando (il re che, donando Sutri alla Chiesa, pose le premesse per il lungo potere temporale dei Papi), Desiderio (ultimo re dei Longobardi, che diede la figlia Ermengarda in sposa a Carlo Magno), Adelchi (figlio di Desiderio e protagonista della bella tragedia del Manzoni).

Le vicende che narriamo si svolsero al tempo di Carlo Magno, il grande re dei Franchi, e Desiderio. Le abbiamo ricavate dal Ferrari, secondo il quale il sesto duca e principe longobardo fu Arioldo, che morì nel 772. Trascriviamo il racconto dello storico, limitandoci ad attualizzarne la prosa e precisando che quando si parla di re longobardo si intende Desiderio.

“Il re longobardo […] venuto a Urbino vi pose l’assedio e, avuta quella città in preda, si diresse a Gubbio con intenzione di rovinarla; pertanto la pose subito sotto assedio, con il proposito di passare poi a danneggiare Senigallia.
Arioldo, duca di Senigallia, intendendo il furore del Longobardo, mandò sua moglie e suo figlio a Durazzo presso il suocero, che era principe di quella città. Egli come ottimo capitano si occupava di fortificare la città e di riempirla di viveri, avendo in animo di dimostrare al re longobardo quanto egli era valente nelle armi.
Mentre faceva aggiustare il ponte sul fiume, però, volendo afferrare e raddrizzare un palo immerso nel fiume, mise in fallo il piede destro e, armato come era, cadde nell’acqua del porto di Senigallia e, sebbene in molti cercassero di aiutarlo, andò a fondo senza che gli si potesse essere di aiuto. Dopo tre giorni fu ritrovato alla bocca del porto da un pescatore che pescava ostriche. Compianto da tutta la Città, fu portato alla chiesa del beato Gregorio oggi detta Santa Maria Maddalena, nella cappella posta sotto terra dove era il sepolcro che egli aveva fatto preparare.
Morto questo magnanimo principe i cittadini volendo conservare al nuovo principe quella Città, sapendo come Desiderio aveva rovinato Ravenna e Gubbio, presa una quantità di moneta andarono ad incontrare il Re longobardo che il giorno avanti aveva rovinato Fossombrone […]. Desiderio ricevuto il dono con pubblico bando comandò che l’esercito se ne andasse a Iesi e con pochi volle entrare come principe nella Città di Senigallia, che tanto gli piacque che vi volle stare quattro giorni. A Iesi, vedendo che gli avevano serrato le porte, comandò che fosse distrutta. […] e con mal animo comandò che le mura de Iesi fossero gettate a terra e che l’esercito marciasse contro Roma. […]. Adriano […] mandò tre vescovi in abito pontificale a minacciare il longobardo che presto presto aspettasse l’ira di Dio su di lui. Desiderio, oltremodo spaventato, comandò che tutto l’esercito si dirigesse a Pavia e giunto alla Città di Senigallia fece intendere a tutte le guardie delle Città tolte alla Chiesa e al Popolo Romano che se ne andava a Pavia e lasciò Senigallia libera in mano al popolo […]”.

Continua il racconto del Ferrari:

“[…] In questo tempo Sergio, figlio di Arioldo Principe di Senigallia, informato della morte del padre, si apprestava a reclamare l’eredità paterna […]. Pensava di andarsene a Roma e dal Pontefice e dal popolo romano riavere la sua città, quando, da due dei più nobili cittadini sino a Durazzo fuori di ogni speranza fu salutato Duca e principe di quella città, con la preghiera che con sua madre volesse tornare a godere l’eredità paterna.
Sergio, che in quei giorni aveva preso in moglie Margherita figlia del duca d’Albania, giovane di rarissime virtù, con una nave ben adorna se ne tornò a Senigallia, dove dal popolo fu con grandissimo onore ricevuto.
Questo principe, non avendo figlioli, sempre pregava o faceva pregare Dio per avere figlioli.
Ma Iddio, perché fosse di esempio a tutti i posteri, oltre alla sterilità gli diede anche la lebbra, di modo che come nel caso del pazientissimo Giobbe non c’era un posto dalla testa ai piedi che fosse sano. Né per questo mancò di ringraziare Dio di tutto quello che gli dava, pregandolo anche che gli desse la pazienza. Al 18 ottobre dell’anno 802 (come descrive Pietro de Natalibus vescovo aquilino) gli apparve l’arcangelo Michele che gli disse: Sergio, se desideri recuperare la salute alzati e vai al monastero dedicato al mio nome nel luogo chiamato Brentolo e subito riceverai la salute.
Sergio alzatosi al mattino fece adunare tutta la sua corte e narrò la sua visione, chiedendo dove fosse la località di Brentolo. Poiché nessuno sapeva dargliene notizia, con digiuni e orazioni pregava Dio che gli volesse mostrare il luogo dove doveva recuperare la salute. Ma ecco che, mentre stava pregando, gli venne una voce dal cielo che gli disse: Sergio, se desideri la salute piglia una barchetta senza alcuna persona e senza ornamento alcuno; sali in essa con chi vorrai e lasciala andare da sola; essa ti condurrà nel luogo che ti ho già detto e la gente del posto ti mostrerà dove devi andare e dove dovrai ricevere la salute.
Il mattino dopo Sergio, fatta trovare la barca vi salì con alcuni dei suoi, lasciando la cura della città al magistrato. Quando la barca si fermò, scese e dagli abitanti fu accompagnato fino al luogo detto San Michele da Brentolo. Appena appoggiato il piede sulla soglia della porta, Sergio si trovò guarito; entrato e rese infinite grazie a Dio tornò allo stesso modo dove era partito. Consegnata la città a un magistrato, tornò allo stesso monastero con la moglie e lì finirono santamente la loro vita. Il corpo fu poi portato a Venezia nella chiesa dedicata al suo nome, dove Dio tuttora dimostra miracoli infiniti.
Se qualcuno non vorrà dar fede alle mie parole, legga il nono libro del Catalogo dei Santi, capitolo ventidue, scritto da Pietro de Natalibus vescovo aquilino.”

L’Arcangelo Michele era particolarmente venerato dai Longobardi fin dalla loro conversione al cattolicesimo: l’Arcangelo guerriero era il protettore di un popolo di guerrieri e la sua effige figurava sugli stendardi longobardi.

Anche Lodovico Siena, altro storico senigalliese, nel 1746 ci racconta la storia di Sergio precisando che il sito dove il principe recuperò la salute è “una isoletta che chiamasi Brondolo, tre miglia in circa distante da Chioza nel mare adriatico. […] sopra la porta della chiesa là in Brondolo vedesi la memoria di Sergio, Principe di Sinigaglia, dipinto in un quadro colla descrizion del miracolo e grazia ricevuta da S. Michele l’Arcangelo.”

Questa di Sergio sembrerebbe una bella ed edificante fiaba. Aspetti di raccontino oleografico sono evidenti; con ogni probabilità siamo in presenza di quegli adornamenti che la fantasia e la tradizione popolare costruiscono sull’intelaiatura di una storia reale. Documenti datati agli anni 800, 808 e 809 certificano l’esistenza sia di Sergio Duca di Senigallia sia quella del successivo Duca, suo figlio Tommaso. Entrambi figurano nella cronachistica veneziana (Andrea Dandolo) e in atti notarili rogati a Senigallia e concernenti munifiche donazioni a monasteri del Veneto.

Il monastero di Brondolo è effettivamente esistito: era l’abbazia benedettina Ss. Trinità e San Michele Arcangelo fondata nel 724 vicino a Chioggia alla foce del Brenta, passata nel 1229 ai cistercensi, chiusa nel 1409, distrutta nelle guerre tra Repubbliche marinare. Un altro monastero beneficato fu quello di S. Maria di Sesto nel Friuli. Le donazioni e il viaggio di Sergio alla ricerca della salute potrebbero spiegarsi con la discendenza dei nostri duchi da una stirpe longobarda friulana.

In tutta questa storia c’è una circolarità di corrispondenze che sembrano giustificarsi l’un l’altra: S. Michele Arcangelo è protettore dei Longobardi; al convento di S. Michele e al monastero di S. Maria di Sesto, fondato dai figli del duca longobardo Pietro del Friuli verso il 760, Sergio e suo figlio Tommaso fanno diverse donazioni; il padre di Sergio, Arioldo, aveva fatto costruire il suo sepolcro a Senigallia nella chiesa dedicata a San Gregorio Magno, il pontefice che aveva indotto alla conversione i Longobardi. Altro elemento di rilievo, per il quale non abbiamo trovato segnalazioni, è che il luogo devozionale sul quale sorgerà la Chiesa della Maddalena, così legata alla storia cittadina, ha una rintracciabilità più antica di secoli: con i Longobardi, sotto il nome di Chiesa di San Gregorio, la sua esistenza va fissata a prima dell’anno 800.

S. Michele ArcangeloLa Croce di Desiderio
S. Michele Arcangelo (a sinistra) e la Croce di Desiderio

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